Sanzioni sospese e F-35. La special relationship tra Trump ed Erdogan

Daniele Raineri

Il presidente turco alla Casa Bianca (il Congresso non voleva), Donald offre accordi sontuosi per aggirare l’embargo

Roma. Oggi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan è arrivato a Washington per un incontro ufficiale con Donald Trump alla Casa Bianca che al Congresso molti politici americani di entrambe le parti, repubblicani e democratici, avrebbero voluto annullare. In questi primi tre anni di mandato Trump ha schierato il governo americano dalla parte del principe ereditario Mohammed bin Salman dell’Arabia Saudita come mai era successo prima. Adesso ci sono segnali forti che qualcosa di simile potrebbe succedere con Erdogan, che Trump ha già definito “un amico” e “un duro che merita rispetto”. Il presidente americano, come si è capito, subisce la fascinazione degli uomini forti che prendono decisioni dirette e hanno una reputazione micidiale per come trattano i giornalisti (Bin Salman è sospettato di avere ordinato l’esecuzione di un editorialista attirato con l’inganno dentro un consolato e la Turchia ha il record di incarcerazioni di giornalisti). Almeno però il principe saudita non ha una politica ostile nei riguardi dell’America. Il presidente turco invece è stato invitato alla Casa Bianca a dispetto del fatto che c’è un dossier molto importante e spinoso legato al sistema antimissile S-400 ancora da risolvere. Erdogan ha voluto con forza l’acquisto del sistema antimissile S-400 dalla Russia e allo stesso tempo ha negoziato con l’America l’acquisto – per ora bloccato – del caccia F-35 cosiddetto “invisibile” per la capacità di sfuggire ai radar. Gli esperti avvertono che è molto raccomandabile che il caccia americano F-35 operi il meno possibile nelle vicinanze del sistema russo S-400, perché quest’ultimo è dotato di radar che saggiano e registrano le vulnerabilità degli aerei. Più l’F-35 americano si espone ai radar del sistema S-400 e più i russi hanno modo di capire come funziona e quindi di individuarlo quando è in volo. Sarebbe la fine dell’invisibilità. Ora la Turchia vorrebbe addirittura comprare assieme gli F-35 americani e il sistema russo (che i tecnici russi vanno a intervalli regolari ad aggiornare, quindi scaricherebbero i dati) e metterli per così dire nella stessa scatola. Si capisce perché il Congresso americano guarda con orrore l’invito a Erdogan e vuole punire la Turchia con un pacchetto di sanzioni, che per ora Trump ha sospeso. La Casa Bianca si è rassegnata all’arrivo degli S-400 russi in Turchia – avvenuto a luglio – ma esige che i turchi tengano il sistema dentro agli imballaggi e quindi non lo rendano operativo.

 

A questo primo dossier si aggiunge la questione dell’operazione contro i curdi in Siria – che da un mese aggiunge caos a una situazione che era già pericolosa. Anche quella agita il Congresso, di nuovo da entrambi i lati. Democratici e repubblicani hanno approvato con una maggioranza schiacciante un pacchetto di sanzioni contro la Turchia che per ora è stato sospeso perché i turchi hanno accettato un cessate il fuoco (che concede loro tutto quello che volevano). Si noti che il Congresso ha approvato le sanzioni contro la Turchia per fermare un’offensiva militare che Trump ha autorizzato con un messaggio ufficiale della Casa Bianca, ma passiamo oltre.

 

Adesso Trump parlerà a Erdogan di un accordo commerciale tra i due paesi che vale cento miliardi di dollari e anche di un sistema per aggirare le sanzioni legate alla questione S-400. Il presidente americano ha descritto queste due aperture in una lettera che ha mandato al presidente turco la settimana scorsa e sono molto interessanti perché sono lo stesso premio che l’Amministrazione Trump prometteva a Erdogan fino a un mese e mezzo fa per convincerlo a non ordinare l’intervento militare in Siria. In breve: il presidente americano, idolo politico dei sovranisti, dopo essere diventato il partner che i sauditi avevano sempre sognato si comporta come il miglior amico che Erdogan abbia mai avuto a Washington e disarma le minacce del Congresso. E’ molto probabile che i due abbiano parlato anche dell’assetto futuro della Siria. In passato, ogni telefonata di Erdogan è stata seguita da una qualche dichiarazione impegnativa di Trump a proposito del medio oriente. Oggi dallo Studio Ovale, durante la visita ufficiale, ha fatto sapere che non guarda in tv le deposizioni dell’impeachment.

 

Il primo consigliere per la Sicurezza nazionale di Trump, il generale Mike Flynn, nel 2016 era un lobbista per la Turchia mentre faceva anche da consigliere per la campagna elettorale di Trump. Si dimise per un’altra storia, legata ai suoi rapporti non dichiarati con l’ambasciatore russo a Washington, ma è notevole come questa sua attività parallela non gli avesse creato problemi dentro il clan Trump. Rudy Giuliani, che alla Casa Bianca è il consigliere informale, da tempo chiede che il governo americano consegni il turco Fethullah Gülen – un ideologo anti Erdogan che vive in esilio in Virginia, negli Stati Uniti – a Erdogan e secondo un articolo uscito sul New York Times il 15 ottobre lo chiede con così tanta insistenza da stupire chi lo circonda. Erdogan considera Gülen come il suo nemico numero uno e lo ritiene l’ispiratore del tentato golpe contro di lui nel 2016, ma non ci sono basi legali per questo regalo enorme che il presidente turco vorrebbe da Trump. Il fatto che se ne parli alla Casa Bianca rende però l’idea del clima.

  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)