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Johnson presenta la sua proposta all’Ue sulla Brexit, ma il no deal non è scongiurato

Il Regno Unito separato in casa con l’Irlanda del nord. Le difficoltà di Bruxelles e quelle del premier britannico

2 Ottobre 2019 alle 19:07

Johnson presenta la sua proposta all’Ue sulla Brexit, ma il no deal non è scongiurato

Boris Johnson (foto LaPresse)

Bruxelles. Boris Johnson ha lanciato all’Unione europea il suo ultimatum “new deal o no deal” e, malgrado tutti i dubbi sulla nuova proposta del premier britannico, la Commissione ha risposto con un cortese “continuiamo a discutere”. Nonostante tutta la retorica sul “riprendere il controllo”, Johnson ha fatto una concessione per convincere i 27 a cancellare il backstop: l’Irlanda del nord dovrebbe restare nel mercato unico, il che significa una separazione legale dal resto del Regno Unito, anche se uscirà dall’Unione doganale con l’Ue. La proposta del premier britannico è piena di trappole, in cui gli europei non intendono cadere. Per il premier irlandese, Leo Varadkar, “non sembra essere la base per un accordo”.

  

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Ma almeno permette di tenere aperto il canale di dialogo tra Londra e Bruxelles, evitando all’Ue l’accusa di essere responsabile di un probabile no deal. Tuttavia il negoziato dei prossimi 14 giorni rischia di essere fine a se stesso: anche se Johnson dovesse accettare tutte le condizioni poste dall’Ue, Bruxelles dubita che alla fine sarà in grado di far approvare un accordo Brexit ai Comuni. 

  

“A Bruxelles presentiamo quelle che credo siano proposte costruttive e ragionevoli, che rappresentano un compromesso per entrambe le parti”, ha detto Johnson al congresso del suo partito Tory tra gli applausi della base: “Se non riusciremo a ottenere un accordo (. . .) allora l’alternativa è il no deal”. La proposta inviata a Bruxelles è un passo in più verso il ritorno alla prima versione del backstop – quella limitata alla sola Irlanda del nord – che era stata proposta dall’Ue nel dicembre del 2017, accettata da Theresa May, ma poi rigettata per l’opposizione del Partito democratico unionista nordirlandese e dei brexiteers falchi. Rimanendo nel mercato unico, l’Irlanda seguirebbe la regolamentazione dell’Ue per continuare a far circolare liberamente tutte le merci sull’isola irlandese, e non solo i prodotti agro-alimentari come Johnson aveva ipotizzato finora. Il Regno Unito verrebbe separato in due da una frontiera giuridica tra l’Irlanda del nord e la Gran Bretagna, compresi controlli sulle merci che passano da una parte all’altra del mare d’Irlanda. Ma la proposta di Johnson non soddisfa tutti i criteri fissati dai 27 per liberarsi del backstop. Il primo ministro britannico vuole che l’Irlanda del nord esca dall’Unione doganale dell’Ue con il resto del Regno Unito, con problemi legati a dazi e Iva. Ha promesso che i controlli doganali si faranno per via elettronica e in stabilimenti lontani dalla frontiera, anche se questo moltiplicherebbe i rischi di frodi. Inoltre, l’Irlanda del nord non dovrebbe più rispettare gli obblighi della legislazione europea su aiuti di stato e concorrenza, dando un vantaggio competitivo ai britannici: se il Regno Unito dovesse trasformarsi nella Singapore della Manica, l’Irlanda del nord rischierebbe di essere usata come piattaforma di traffici verso il mercato europeo. Infine, c’è un ultimo problema difficilmente sormontabile per l’Ue: la proposta Johnson prevede di dare ogni quattro anni al governo e al Parlamento di Belfast il diritto di decidere se restare o uscire dal mercato unico. Di fatto, per i meccanismi istituzionali nordirlandesi, il Partito democratico unionista avrebbe una specie di veto.

 

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La proposta Johnson contiene “passi avanti positivi”, ma “ci sono ancora alcuni punti problematici che richiedono ulteriore lavoro nei prossimi giorni”, ha risposto il presidente della Commissione, Jean-Claude Juncker, dopo una conversazione con il premier britannico. “Non vedo come l’Ue e l’Irlanda possano accettare queste proposte”, ha spiegato Raoul Ruparel, che è stato consigliere speciale di May sull’Europa: “Sospetto che scommetteranno su una proroga e elezioni”. Johnson ha ribadito che uscirà il 31 ottobre “in ogni caso”. L’orologio della Brexit segna meno 28 giorni, ma in realtà ne mancano solo 14 al prossimo Consiglio europeo, in cui si dovrebbe chiudere per portare l’accordo davanti ai Comuni. Nessuno a Bruxelles crede che ci sia il tempo per negoziare davvero un’alternativa seria al backstop. Per contro quasi tutti sono d’accordo che, anche se si dovesse arrivare a un compromesso accettabile per l’Ue, Johnson non sarebbe in grado di farlo passare in Parlamento. Per gli europei continuare a discutere permette di confinare il caos a Londra, tenendo le dita incrociate sul no deal.

David Carretta

Corrispondente a Bruxelles per Radio Radicale. Da nove anni copre le istituzioni europee e altri eventi internazionali e cura una rassegna della stampa internazionale. Dal 2004 collabora regolarmente con il Foglio, scrivendo di Europa, Nato, relazioni transatlantiche, politica francese e Belgio. E' stato militante radicale, assistente al Parlamento europeo e tesoriere di Non c'è Pace senza Giustizia. Dopo un decennio a contatto con le istituzioni europee, il suo euro-entusiasmo si è trasformato in euro-realismo: l'Europa è quello che è, ma se non ci fosse bisognerebbe inventarla. Così anche per i radicali.

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Commenti all'articolo

  • Giovanni Attinà

    03 Ottobre 2019 - 10:08

    La Gran Bretagna è una democrazia parlamentare, ma mi apre che le mosse di Johnson stiano mettendo a dura prova le regole di questa democrazia. Se il Parlamento sceglie di non procedere alla Brexit, senza un accordo non si capisce come l'attuale primo ministro prosegua nelle sue azioni per fare il contrario. I sondaggi dicono che il partito conservatore, in caso di elezioni, avrebbe la vittoria, ma c'è da dubitare. Per i Tory poi l'attuale primo ministro segna una netta decadenza: la stessa May è da considerare un gigante politico , rispetto a Johnson.

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