Trump ha chiesto aiuto all'Italia contro l'intelligence americana

Daniele Raineri

02/10/2019

Il Russiagate non finisce mai

Due visite segrete a Roma del ministro della Giustizia americano, Barr, per assecondare l’ossessione trumpiana contro il Deep State. L’arrivo di Mike Pompeo

Roma. Ieri i giornali americani hanno rivelato che il presidente americano, Donald Trump, ha chiamato il primo ministro australiano, Scott Morrison, e gli ha chiesto informazioni per screditare l’inchiesta del procuratore speciale Robert Mueller. Per due anni il procuratore ha indagato sulla possibile collusione fra Trump e il governo russo e sebbene ci siano state decine di condanne contro il suo staff e contro agenti dell’intelligence russa alla fine il presidente americano non è stato toccato. Trump però telefona a Morrison perché vuole dimostrare che la fine dell’inchiesta non gli basta: è stata una cospirazione contro di lui.

 

Si tratta dello stesso problema che una settimana fa ha fatto scattare la richiesta di impeachment da parte dei democratici: il presidente usa la politica estera degli Stati Uniti per sistemare i suoi conti personali. Trump non ha fatto pressione soltanto sul governo ucraino e su quello australiano, ma ha fatto lo stesso genere di richiesta anche all’Italia, prima al governo Conte Uno e poi al governo Conte Due. Secondo il Washington Post, il ministro della Giustizia americano William Barr è stato in Italia il 27 settembre per incontrare in segreto rappresentanti della nostra intelligence e la sua missione in Italia non sarebbe stata la prima. Inoltre avrebbe fatto la stessa cosa anche in altri paesi. Quando Trump non telefona (è pur sempre un gesto rischioso perché ogni conversazione viene trascritta), manda Barr, che è un suo fedelissimo, in giro per il mondo a trovare prove che dimostrino che l’intelligence americana e l’Fbi hanno torto e che i russi non hanno aiutato il presidente americano a essere eletto nel 2016. In pratica ha incaricato il ministro della Giustizia a cui fa capo tutta l’Fbi di dimostrare che l’Fbi ha tramato contro di lui.

 

Il punto incredibile di questa vicenda è che Trump ora deve fare i conti con una richiesta di impeachment da parte dei democratici non soltanto perché voleva danneggiare in modo irreparabile il suo sfidante democratico Joe Biden, ma anche perché insegue due teorie del complotto e le tratta come se fossero vere. La prima teoria del complotto sostiene che il server del Partito democratico che contiene le prove che scagionano i russi è nascosto in Ucraina per non farlo esaminare dall’Fbi (in realtà è a Washington e l’Fbi ne ha una copia completa che ha usato nelle indagini). La seconda teoria del complotto – come scrive Luciano Capone più in dettaglio qui – sostiene che nel 2016 le intelligence di mezzo mondo abbiano preparato in anticipo sulla sua elezione le accuse di collusione con i russi, così se fosse stato eletto avrebbero avuto a disposizione uno stratagemma per rimuoverlo dalla Casa Bianca. Secondo Trump, tutta l’inchiesta è stata una montatura messa in moto prima che lui fosse nominato candidato del Partito repubblicano. Viene da chiedersi, visto come si è comportato con l’Ucraina, se ha negoziato allo stesso modo anche con gli italiani.

  

Lunedì Trump ha detto che il capo della commissione Intelligence della Camera, il democratico Adam Schiff, che guida l’inchiesta contro di lui, dovrebbe essere arrestato per tradimento. Il giorno prima aveva accennato su Twitter all’ipotesi che, in caso di impeachment e di una sua rimozione dalla Casa Bianca, l’America si potrebbe trovare di fronte a una guerra civile perché la sua base non accetterebbe il verdetto. Try to impeach this!, ha scritto ieri, provate a fare un impeachment contro questo: una cartina dell’America che mostra un mare di contee colorate in rosso, quelle che votano repubblicano, e poche isole blu, le bolle democratiche (Trump non spiega che quelle bolle contengono molti più cittadini americani e fanno girare l’economia più delle grandi praterie disabitate dove si vota repubblicano).

   

Il Wall Street Journal scrive che il segretario di stato, Mike Pompeo, che ieri è arrivato per una visita di quattro giorni in Italia, era presente il 25 luglio quando Trump fece la telefonata che lo ha inguaiato al presidente ucraino Zelensky. I democratici hanno chiesto che Pompeo entro giovedì produca una serie di documenti per spiegare come mai il suo dipartimento di stato aveva lasciato ai consiglieri non ufficiali di Trump, come Rudy Giuliani, tutta quella libertà d’azione in Ucraina. Ma Pompeo ha risposto che fare così in fretta è tecnicamente impossibile e che quindi la richiesta è soltanto un atto intimidatorio da parte dei democratici.