Cosa dice la teoria del complotto che affascina Trump, fino all'impeachment

Daniele Raineri

Dalla “Polizza d’assicurazione” al caso Mifsud. È il primo presidente americano a prendere decisioni sulla base delle bufale a suo favore che circolano su internet

Il presidente americano Donald Trump crede a una teoria del complotto che si chiama “polizza d’assicurazione” ed è nata nel marzo 2017 su 4chan, un sito internet dove gli utenti possono postare qualsiasi messaggio e commento in forma anonima. “Polizza d’assicurazione” sostiene che non furono i servizi segreti russi a entrare nei computer del Partito democratico e a rubare tutte le mail per poi rilanciarle in pubblico su internet nel 2016. La teoria dichiara che i servizi russi sono innocenti (è un punto comune a tutte queste teorie che circolano) e che invece a violare i propri computer e a spargere in giro la posta elettronica fu lo stesso Partito democratico americano, che temeva l’elezione di Trump e allora voleva creare un caso criminale per rimuoverlo. La violazione dei computer è definita “la polizza d’assicurazione” proprio perché se Trump fosse diventato presidente allora i democratici avrebbero potuto accusarlo di essere il responsabile della violazione delle mail assieme ai servizi segreti russi e aprire una procedura di impeachment (nel marzo 2017 i democratici non avevano la maggioranza alla Camera, quindi non potevano nemmeno cominciare una procedura di impeachment contro Trump). La teoria dice che le prove di questo complotto esistono e si trovano fisicamente su un server del Partito democratico che però è stato trasferito e nascosto in Ucraina da Crowdstrike, un’azienda di sicurezza informatica che Trump crede sia ucraina ma è californiana (e infatti per alcuni questa è la teoria “Crowdstrike”). In altre versioni la responsabilità non è del Partito democratico, ma del governo ucraino. Comunque non della Russia, come invece hanno provato non uno ma più rapporti dei servizi d’intelligence americana e l’inchiesta durata due anni del procuratore speciale Robert Mueller.

  

L’Fbi avrebbe dovuto scoprire questo inganno, continua la teoria del complotto, ma è complice del Partito democratico perché fa parte del Deep State, la struttura nascosta in profondità nell’Amministrazione americana che vuole rimuovere Trump. Queste non sono cose che il presidente americano crede nel proprio foro interiore e si guarda bene dal dire in pubblico per non essere preso per pazzo; sono cose che lui scrive in chiaro su Twitter e che gli sono condonate perché tanto Trump è Trump. La teoria della “polizza d’assicurazione” è il ramo principale, ma il presidente a volte si confonde, aggiunge dei pezzi e la mescola con altre teorie del complotto. Per esempio, a volte parla come se il server misterioso in Ucraina (che però non è mai esistito) non sia quello del Partito democratico, ma quello privato di Hillary Clinton quando lei era segretario di Stato. Su quel server ci sarebbero le trentamila mail mancanti che Clinton cancellò perché erano personali e che diventarono un caso molto dannoso quando si candidò alla presidenza. Un’inchiesta stabilì che Hillary non aveva commesso reati ma Trump chiese pubblicamente alla Russia di trovare quelle mail durante la campagna elettorale.

 

Su questa teoria della polizza d’assicurazione si innesta una seconda teoria del complotto prediletta dai trumpiani e questa coinvolge anche l’Italia. La teoria dichiara che le intelligence occidentali assieme con l’Amministrazione Obama e con il Deep State complottavano contro Trump ancora prima che lui diventasse il candidato ufficiale del Partito repubblicano e che mandarono un loro agente sotto copertura, il professore maltese Joseph Mifsud, a rivelare a un giovane membro dello staff del candidato Trump, George Papadopoulos, che i russi avevano materiale molto compromettente contro Hillary Clinton. Mifsud, secondo la teoria, era un agente dei servizi occidentali e del Deep State mandato a tendere una trappola alla campagna elettorale di Trump con un anno e mezzo di anticipo sempre per lo stesso principio della polizza d’assicurazione: non eliminare Trump dalla campagna, ma fregarlo nel caso fosse stato eletto (che però è un procedimento molto più tortuoso e infatti Trump è al suo posto e si parla d’impeachment per un altro motivo). Poi nella realtà accadde che Papadopoulos, durante una bevuta con l’ambasciatore australiano, non seppe resistere e gli confidò quello che gli aveva detto Mifsud e che certamente aveva già detto allo staff di Trump: i russi avevano le mail di Hillary. Eppure anche in questo caso la teoria sostiene che l’ambasciatore, che non avrebbe saputo nulla se Papadopoulos non si fosse vantato, farebbe parte del complotto. Questo ambasciatore australiano quando mesi dopo seppe dai giornali che l’Fbi aveva aperto un’inchiesta sulle mail rubate andò a riferire quello che aveva sentito (“i russi hanno le mail di Hillary”) e diede agli agenti del controspionaggio americano una traccia importante su cui lavorare. Papadopoulos su queste cose ci ha scritto un libro ultracomplottista che si chiama “Deep State Target”, nel mirino del Deep State. Se prima Trump diceva di non conoscerlo nemmeno perché era soltanto il “coffee boy”, il ragazzo che portava il caffé, ora lo tratta come un eroe della verità. Notare che Australia, Italia e Regno Unito hanno avuto e hanno governi che considerano il presidente americano un alleato da corteggiare, ma per ora non sono riusciti a fornirgli la minima pezza d’appoggio.

 


La teoria è chiamata “polizza assicurativa” perché il Deep State doveva eliminare Trump soltanto se avesse vinto le elezioni. È il primo presidente americano a prendere decisioni sulla base delle bufale a suo favore che circolano su internet


 

A queste due teorie del complotto va aggiunta una traccia bonus, di nuovo infondata ma molto suggestiva per Trump: la famiglia Biden guadagna da affari sporchi in Ucraina. Il corto circuito è completo, è tutta una persecuzione anti Trump che passa per il Deep State, i democratici e gli ucraini.

 

 

Non è tutta colpa del presidente americano se crede a queste teorie, perché gli sono riferite dagli uomini che gli sono più vicini. A gennaio il procuratore generale dell’Ucraina, Yuriy Lutsenko, ha incontrato per due giorni a New York, l’avvocato e consigliere informale, Rudy Giuliani, per parlare male dei Biden. Lutsenko voleva l’appoggio di Trump perché sapeva che se il governo ucraino fosse cambiato alle elezioni lui sarebbe stato uno dei primi a saltare – cosa che poi è successa. Giuliani ha mescolato la disinformazione ascoltata da Lutsenko con le teorie del complotto che vanno forte nell’internet trumpiano e ha servito tutto al presidente. Ha persino preparato un dossier su cui ha apposto un finto logo della Casa Bianca, per renderlo più credibile. Intanto Papadopoulos ha spinto più che poteva sul Gran Complotto dei servizi segreti occidentali contro Trump e ha ricevuto molta attenzione.

Il risultato è che Donald Trump è il primo presidente americano che prende decisioni in base ad alcune teorie del complotto. Negli ultimi tempi ha mandato i suoi uomini a negoziare con governi di paesi alleati, dall’Italia all’Australia, ha fatto telefonate compromettenti con il presidente ucraino e si è tirato addosso un impeachment perchè crede al mix di disinformazione che gli hanno servito e ignora i rapporti con tonnellate di prove prodotti dai suoi servizi segreti e dell’Fbi. Per ora se la cava ancora bene perché non sono teorie del complotto famose come quelle sull’Area 51, dove il governo americano nasconderebbe gli alieni già arrivati sulla Terra, o come quelle sull’11 settembre, che sarebbe un “inside job”, un lavoro fatto dal governo americano. Ma il campo in cui si muove è quello.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)