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Le elezioni europee viste dal Cremlino

Il voto nell'Ue va male per i russi, ma nel panorama ci sono eccezioni che promettono bene

28 Maggio 2019 alle 06:14

Le elezioni europee, viste dal Cremlino

Vladimir Putin (foto LaPresse)

Roma. Queste elezioni europee per la Russia sono andate male, ma nel panorama generale ci sono alcune eccezioni che promettono bene – bene, s’intende, dal punto di vista del Cremlino. Il risultato è deludente per almeno due motivi. L’affluenza è arrivata quasi al sessanta per cento e questo vuol dire che hanno votato più di duecento milioni di cittadini europei – uno dei punti insistenti della propaganda russa è che il Parlamento europeo è un’istituzione priva di significato per la quale non vale la pena votare. E invece era dal 1994 che non si vedeva questo livello di partecipazione nei ventotto paesi europei, che si traduce in legittimazione a favore di Bruxelles. Tanto per fare un confronto: alle elezioni americane che sono sempre considerate una grande prova di democrazia – e le ultime nel 2016 sono state tra le più combattute di sempre – aveva votato il 55 per cento degli aventi diritto (circa 138 milioni di persone). 

 

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Poi c’è il conteggio dei seggi. I partiti anti-Europa sono arrivati al 23 per cento e non vanno tutti d’accordo fra loro quindi non potranno fare blocco nel Parlamento europeo. Il gruppo europeo di Salvini è il quarto su nove, il gruppo europeo dei Cinque stelle ha preso troppo pochi voti per contare. Per ogni loro elettore ci sono tre elettori europeisti. L’ondata del populismo di destra che avrebbe dovuto spazzare via la cosiddetta “dittatura di Bruxelles” non c’è. Il governo russo tifa per i partiti populisti che vogliono uscire dall’Unione europea e dall’euro perché ha una visione strategica molto chiara: più l’Europa è divisa e spezzettata, quindi più è debole, meno è un avversario politico da temere. Il governo russo si era schierato a favore della Brexit e del candidato Donald Trump nel 2016, ma per ora sembra che quell’anno di grandi soddisfazioni sia irripetibile.

 

Secondo Giles Portman, che dirige la cosiddetta East Stratcom Task Force che si occupa delle interferenze russe nella politica dell’Unione europea, in passato “ci sono stati tentativi di intercettare comunicazioni e di farle circolare, o di prendere di mira alcuni politici, o di metterli in cattiva luce. Il modo migliore per diventare forte è indebolire i tuoi avversari”. Ma, ammette alla Bbc, questa volta i tentativi da parte della Russia sono meno sensazionali rispetto al passato almeno per quanto riguarda la propaganda. “Quello che vediamo al momento è la continuazione del messaggio che l’Europa sta collassando (molto simile al messaggio che ripetono a martello i commentatori da noi), che le élite non prestano attenzione alla gente ordinaria e che i valori e l’identità dell’Europa sono minacciate”.

 

A febbraio i servizi segreti tedeschi avevano lanciato un allarme per le elezioni europee e avevano detto che erano “una buona opportunità per la Russia per destabilizzare ancora di più l’occidente e sfruttare problemi nazionali in modo mirato”. In passato si è molto parlato di connessioni fra il governo di Putin e il partito di estrema destra anti immigrazione AfD, ma i servizi tedeschi nello stesso rapporto avevano scritto che i contatti erano stati “minimi e limitati”. Ecco un dettaglio interessante per ricordarsi di come lavorano i russi in queste occasioni: un’analisi dei social media aveva scoperto che la propaganda russa aiutava sia alcune pagine pro AfD sia alcune pagine contro l’AfD, perché lo scopo di queste operazioni a volte è creare divisioni e lacerazioni più che aiutare un singolo partito. In queste elezioni l’AfD ha raggiunto l’undici per cento, che è un risultato che tutti si aspettavano e suona genuino. Un loro deputato (non al Parlamento europeo) però è sospettato di essere controllabile da Mosca, perché così si dice in un rapporto russo che è stato intercettato.

 

In Austria il clima creato negli anni passati dalle interferenze russe è stato molto controproducente per i filoputiniani, perché quando il leader del Partito della libertà (Fpö) è cascato in una trappola – una storia di corruzione con i russi, che però non erano veri russi – lo scenario è sembrato così verosimile che lui è stato costretto a dimettersi prima delle elezioni. Non sapeva che fosse una trappola, si sarebbe venduto volentieri ai soldi in arrivo dalla Russia. Nel 2019 ormai ci si aspetta che i partiti filorussi siano coinvolti in qualche accordo inconfessabile con Mosca, il video che incastra i vertici del Fpö ha sfruttato questa convinzione.

 

Tuttavia, ci sono risultati locali che dal punto di vista della Russia sono senz’altro dei successi. I beniamini della prima ondata pupulista in Europa, quella che andava già forte nel 2016 e che hanno posizioni molto a favore della Russia, continuano ad andare bene. Nel Regno Unito il partito della Brexit di Nigel Farage è arrivato da zero al primo posto. In Ungheria Viktor Orbán ha stravinto e lo stesso ha fatto Matteo Salvini in Italia. In Francia il fronte di Marine Le Pen ha preso meno voti e un seggio in meno rispetto al 2014, ma ha pareggiato con Macron – e gli ha inflitto una sconfitta simbolica. La spallata non c’è stata, l’Unione regge e però è meno stabile di prima, c’è molta frammentazione e che questa frammentazione sia oppure no dovuta anche agli sforzi della Russia è comunque – come abbiamo visto – una tendenza apprezzata dal governo di Vladimir Putin.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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