Le elezioni si sono sputtanate

Adriano Sofri

Vi siete mai chiesti perché le votazioni, anche quelle generali, i referendum, le europee, somigliano sempre più a sondaggi che a voti politici? Indagine sull’aleatorietà e la volubilità del suffragio universale, ai tempi nostri

Che cosa sta succedendo alle elezioni? La questione è rilevante, dal momento che la democrazia si è venuta spolpando fino a suggerire la formula di “democrazia illiberale”: una spigola di cui sia rimasta solo la lisca. La lisca sono le elezioni. Le elezioni non bastano ad assicurare una democrazia libera, uno stato di diritto, e d’altra parte una democrazia senza elezioni non può esistere. Le elezioni (purché conservino un margine decente di libertà, altrimenti sono una farsa) stanno sulla linea di confine, a impedire che l’autoritarismo diventi apertamente dittatura, e insieme, sempre più spesso, a confermare e fomentare l’autoritarismo. Nei paesi che hanno una costituzione democratica, la mutazione che investe le elezioni non appartiene loro ma alla società di cui vogliono essere il riflesso. Il primo sintomo è nella cosiddetta “volatilità” (volubilità, sarebbe più bello) del voto. A intervalli di tempo sempre più accorciati il voto passa da un lato all’altro, abbandona le fedeltà di un tempo e si precipita su offerte nuove, pronto ad abbandonarle altrettanto precipitosamente. (C’è un’unica tendenza che sembra resistere, quella all’astensione: che della stanchezza della democrazia è il sintomo più chiaro). Annotiamo, intanto, che la volubilità del voto lo fa somigliare in misura crescente a una lotteria. Un gioco d’azzardo.

 

Nei paesi “democratici”, la mutazione che investe le elezioni non appartiene loro ma alla società di cui vogliono essere il riflesso

C’è un’unica tendenza che resiste, quella all’astensione: che della stanchezza della democrazia è il sintomo più chiaro

Prendiamo un esempio appena sfornato, in Israele. Ci sono state in aprile le elezioni politiche generali, cariche di un peso “storico”, Bibi Netanyahu, pareggiandole, le ha vinte. Poi Netanyahu non è riuscito, entro la scadenza obbligata, a formare un nuovo governo, alla fine per il rifiuto del “nazionalista laico” Lieberman a esentare i giovani ebrei ultraortodossi dal servizio militare. Tema rilevante, in linea di principio, ma pretestuoso nel particolare contesto: Lieberman vuole fare secco Bibi. Ma ci interessa un altro aspetto: che cosa dovrebbe, a così breve distanza, cambiare il voto dei cittadini israeliani? Si possono anche tentare delle risposte ragionevoli: il giudizio sui rispettivi comportamenti nella fase delicata della ricerca di una maggioranza, o il calcolo sui guai giudiziari che incombono su Netanyahu e rendono altrettanto probabile per lui la galera che il ritorno alla guida del governo, la speranza che emerga nella nuova campagna una personalità da contrapporgli e che finora è mancata… Quello che volete, ma il dato preminente sta nell’azzardo. C’è un nuovo giro di ruota, una nuova puntata, è solo questione di fortuna. Non è un’eccezione israeliana. La Spagna ha fatto un largo uso del ricorso ravvicinato alle urne e, al momento, le è andata bene, almeno per me: ma sarebbe molto miope spiegare l’esito provvisorio con i criteri tradizionali della politologia ignorando quelli della società dello spettacolo. L’esempio più rivelatore è quello della Brexit. Là c’è stato un primo voto, provocato esattamente come una scommessa sicura da un leader politico scemo – sono tanto più scemi i leader di oggi quanto più si sono formati a una solida scuola politica – che ha affidato la propria sopravvivenza a un’elezione dal risultato scontato. Non era scontato. Dopo di allora, ogni mossa ulteriore tesa a rimediare alla scommessa perduta ne ha riprodotto e aggravato la logica, e l’elezione è diventata da ultimo, alle europee, una farsa in cui la vittoria sarebbe toccata a Farage: un pagliaccio, ma capace di staccare l’Inghilterra dal continente. L’aspetto più istruttivo della tragicomica vicissitudine della Brexit sta nella profondità e vastità del pentimento rispetto a quel voto dispettoso per l’uscita e del desiderio rapido di correggerlo ripetendo il referendum. Cui si è risposto dai più solennemente che in democrazia il voto è sovrano e che la ripetizione avrebbe insidiato alle fondamenta le regole democratiche. Che era vero, ma un po’ troppo, cioè falso. Ma era altrettanto scivoloso l’auspicio della ripetizione (io l’ho sentito fortissimo) in nome della possibilità di riparare all’errore che una democrazia benintesa, dunque dalle decisioni non irreversibili, deve riconoscersi. Perché il risultato del referendum rinnovato, qualunque fosse, più che significare una scelta più meditata e responsabile, sarebbe stato capriccioso come il primo. Fatto sta che il dilemma – rivotiamo non rivotiamo – confermava l’aleatorietà e appunto la volubilità del suffragio universale ai tempi nostri.

 

Si vota sovranamente su tutto: la canzone di Sanremo, la colpevolezza di un uxoricida, la permanenza nell’euro, la terapia del morbillo

Ai tempi nostri la gente – il popolo, se preferite, ma avete torto – non fa altro che votare e sentirsi investita del diritto e della autorità per farlo

Il fatto è che ai tempi nostri la gente – il popolo, se preferite, ma avete torto – non fa altro che votare e sentirsi investita del diritto e della autorità per farlo. La democrazia classica si era riservata (a lungo se l’era riservata sul serio, escludendo donne, servi, poveri eccetera) una prerogativa esclusa per qualunque altra scelta della vita sociale: l’equivalenza del voto. Tante teste, tanti voti, a prescindere dalla forma e dal contenuto delle singole teste. Uno vale uno davvero, nell’elezione, a differenza che fra gli zuzzurelloni. Tutto il resto (intendo il principio, la pratica essendo per definizione zoppicante) è fondato sulla competenza. Gli insegnanti danno i voti a scuola. I funzionari e i professionisti fanno esami di abilitazione e concorsi di assunzione. I medici fanno diagnosi, e così via. Però, da molto tempo, nella vita reale la gente comune, l’uomo qualunque (formula che ignora la donna o la dà per sottintesa) fa sentire la propria scelta, consumando: c’è una dialettica di supposta democrazia informata, la pubblicità va incontro ai gusti del consumatore, e li modella. Il nome di pubblicità suggerisce di sostituire ora alla gente e al popolo il pubblico. Ma succede un’altra cosa, che il pubblico diventa attore. E’ successo sotto i nostri occhi, dapprincipio quasi per scherzo: “qualcuno del pubblico vuole salire sul palco…?”. Poi si è confuso tutto, palco e platea, altro che avanguardie teatrali. Il pubblico vota sovranamente su tutto: la canzone di Sanremo, la colpevolezza di un uxoricida, la permanenza nell’euro, la terapia del morbillo. Berlusconi, Renzi, Di Maio, Salvini. Ci sono canali e social sui quali votare a ogni ora del giorno e della notte, e votare significa scegliere il vincitore, e anche, anzi quasi di più, scegliere chi bastonare, chi espellere. Perfino quando i voti erano riservati ai docenti, ce n’erano più contenti di bocciare che di promuovere. E volete che le elezioni, anche quelle politiche generali, anche i referendum, anche quelle europee, somiglino meno ai voti e ai sondaggi quotidiani che alle elezioni di un tempo? Del tempo in cui erano quasi tutti uomini, i trentenni si pettinavano in modo da sembrare cinquantenni, il popolo si faceva dare cento lire dalla mamma che in America voleva andar e De Gasperi si faceva prestare il cappotto per andare in America? Del tempo in cui era stato proibito votare per 16 anni, e l’ultima volta era stato un plebiscito? Del tempo in cui la politica metteva soggezione? La soggezione è orrenda, s’intende, ma i selfie anche. Adesso noi siamo a questo punto, il punto di Israele, della Spagna, della Brexit: se rivotare, o piuttosto quando. E facciamo finta che si tratti di programmi, di definire i programmi. I programmi, reddito di cittadinanza o flat tax, sono slogan pubblicitari, lavano più bianco. Nessuna massaia compra perché lava più bianco, compra perché il fustino era in mano a Salvini, e le massaie vanno pazze per uno che dice prima gli italiani e dunque poi anzi mai i neri.

 

Le elezioni, per ora, sono ancora il prodotto della televisione e di Twitter e Facebook e Instagram, ma ancora come appendici dell’effetto televisivo, elezione permanente. La televisione mostra ogni tanto le lunghe file in paesi esotici e straziati di donne e uomini che escono e mostrano con orgoglio il dito inchiostrato col quale finalmente hanno votato. Tutte le epoche convivono, infatti. La nostra non ha ancora trovato un modo di rianimare la democrazia diverso dal suffragio universale, l’ha solo sputtanato. Per un po’ farà così, voterà sempre più spesso, giocherà d’azzardo sulla prossima puntata. Anche noi ci siamo quasi. Quando gli amici del popolo conquistarono mezzo suffragio universale, un secolo e mezzo fa, lo avevano preparato e lo usarono per fare scuole serali e domenicali, biblioteche popolari, università popolari, edizioni a dispense popolari.

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