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Beto si candida con un messaggio: "Born to be in it"

O’Rourke vuole fare “il prescelto” nella corsa presidenziale, ma il carisma senza proposte non basta a battere tutti gli altri

14 Marzo 2019 alle 21:10

Born to run

Beto O’Rourke (foto LaPresse)

New York. “I want to be in it. Man, I’m just born to be in it”. Sono nato per fare questa campagna presidenziale. Beto O’Rourke ha lanciato in via ufficiale la sua corsa per vincere le primarie democratiche già molto affollate di altri candidati giovedì mattina con un video assieme alla moglie (video in cui ha mosso molto le mani – come ha notato anche Trump, che si è chiesto se tutto quel gesticolare sia il sintomo di pazzia. Cominciamo bene). Il lancio vero della campagna però c’era stato poche ore prima grazie a una copertina di Vanity Fair firmata da Annie Leibowitz, con Beto in camicia e jeans e macchina e cane mogio su una pista in mezzo al deserto che sostiene seriamente di voler diventare presidente perché sente di essere stato prescelto. Può suonare molto ingenuo, ma il tentativo è di ripetere lo stesso entusiasmo della campagna obamiana del 2008 che a un certo punto proiettò sul senatore democratico una luce d’inevitabilità. E’ la storia che lo vuole.

 

Born to be in it è per ora il grande messaggio e anche il grande punto debole del candidato Beto, che alle elezioni di metà mandato cinque mesi fa ha tentato di prendere il seggio di senatore del Texas al repubblicano Ted Cruz e ha perso – seppure soltanto di un paio di punti e quindi in modo entusiasmante se si considera che il Texas è da vent’anni un fortino saldissimo dei repubblicani. Sono carismatico, ho una capacità straordinaria di raccogliere fondi e di accendere entusiasmo e di mobilitare masse ma per ora non ho un’idea forte da proporre, a differenza di molti altri candidati democratici: questo potrebbe dire Beto di sé. Sostiene di avere ricevuto da un altro candidato democratico, il senatore Bernie Sanders, un consiglio molto prezioso: non si può correre soltanto per dire che l’America di Trump è molto brutta, ci vuole qualcos’altro. Il qualcos’altro tuttavia non si è ancora visto e gli altri candidati democratici hanno già presentato proposte, sbandierato programmi e occupato posizioni politiche. Elizabeth Warren parla di tassare i ricchi per garantire servizi migliori ai bambini delle famiglie più povere, Sanders presidia la sinistra del partito e Joe Biden, l’ultimo grande nome che non ha ancora sciolto la riserva a proposito della sua candidatura, potrebbe prendersi tutti gli elettori pragmatici che nel 2020 non vogliono una sbandata politica ma desiderano soltanto liquidare Donald Trump e tornare alla normalità. Beto, insomma, deve ancora trovarsi una parte che non sia soltanto quella del predestinato.

 

La prima fase della guerra di Beto si combatterà contro altri democratici, quindi il solo fattore “non sono il candidato repubblicano” che entusiasmava i suoi fan e incuriosiva i media cinque mesi fa non basta più. Inoltre c’è un’altra grande differenza con la corsa in Texas. Se pensa di correre con la stessa idea di convincere e convertire elettori repubblicani alla sua causa potrebbe prendere una facciata contro la base di Trump, un quaranta per cento (e anche meno) minoritario ma molto combattivo che ha già dimostrato di voler seguire il presidente ovunque perché vede nella sua fine una minaccia esistenziale. Trump è quel che è, ma la sua presenza ritarda il tramonto di tutta una fascia di elettori bianchi che pensa di essere trascurata quando proprio non sotto attacco da parte dell’America democratica. E’ un capitale di voti che non si sposterà. Beto ha spesso raccontato di essere andato a cercare voti nelle contee più sperdute del Texas perché il suo è un appello inclusivo, rivolto a tutti, ma poi sono stati i texani delle città a votarlo, quelli che per inclinazione e posizione sono più democratici che repubblicani – e non sono bastati. La gara presidenziale è differente da quella per il seggio di senatore, passa per altre fasi e altre strettoie.

 

E se non riuscisse a ottenere la nomination, potrebbe diventare parte di qualche ticket presidenziale nel ruolo di vice. Ha il problema di essere maschio e bianco, quindi potrebbe essere difficile finire in coppia con Biden, se Biden diventasse il candidato democratico incaricato di battere Trump. Ma al posto dell’ex vicepresidente ci fosse qualcuno altro Beto potrebbe diventare un vice acchiappavoti. In coppia con Kamala Harris potrebbe coprire qualsiasi casella nell’immaginario degli elettori, la nera, la donna, il bianco, l’uomo, entrambi relativamente giovani. Ma a questo punto è così prematuro parlarne che sono soltanto speculazioni su speculazioni.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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