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Tormenti da reporter

Si corre dietro a ogni tweet o ci si ferma? E di che si parla? Domande su come raccontare la politica

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

12 Gennaio 2019 alle 06:00

Tormenti da reporter

Una scena di The Post

Milano. Corri dietro a un tweet e poi a quello dopo, alla foto pubblicata di prima mattina e a quella serale, alle frasi sulle magliette, ai colori delle divise, ai commenti, ai like, ai cuori, alle stories, alle indiscrezioni, e tutto il tempo ti chiedi: continuo a correre dietro a ogni frase, a ogni provocazione, o mi fermo? E se mi fermo, dove mi fermo? E se devo parlare d’altro, di che parlo? I reporter di tutto l’occidente si fanno queste domande ogni momento, mentre inseguono affannati l’ultima evoluzione, e preparano fact checking puntuali e precisi che nessuno guarda perché non conta il dettaglio, conta l’effetto che fa, e l’effetto è che non c’è più un fatto vero e uno falso, non c’è più un numero vero e uno falso: a gridarsi dietro “fake fake fake” a ogni passo, l’effetto è che credo soltanto a chi la pensa come me. Ma anche se questa consapevolezza c’è, la rincorsa va avanti, affannosa.

    

Questa settimana i media americani si sono interrogati sul discorso di Donald Trump: il presidente annuncia il suo speech. Il primo dallo Studio ovale, sulla questione del muro, in prima serata. Che si fa? Lo trasmettiamo, non lo trasmettiamo? Il muro è l’ossessione di Trump, non sta pagando 800 mila dipendenti pubblici perché s’è intestardito sul muro al confine sud, c’è lo shutdown ma lui non vuole cedere.

   

Per far capire che questo stallo si potrebbe risolvere con un po’ di buon senso da parte di Trump e dei repubblicani (perché i repubblicani stanno defilati, ma loro sì che potrebbero risolverlo al Congresso, il problema del muro) perché non decidiamo di non trasmettere il discorso presidenziale? Il dibattito è durato una giornata, con appelli eroici sul coraggio, e poi il discorso è stato trasmesso, come era inevitabile, perché prime time e presidente vanno per forza in diretta insieme, altrimenti si arriva alla soglia dell’autoboicottaggio. Così Trump ha parlato, nove minuti in cui ha detto parecchie inesattezze ma ha lanciato un messaggio chiaro: non ci sono alternative al muro, perché senza muro ci sarà un’invasione, ed è tutta colpa dei democratici.

   

Poi ha confidato a qualcuno che non lo voleva nemmeno fare, ‘sto maledetto discorso, tanto lo sapeva che non sarebbe cambiato nulla (not a damn thing), ma ormai il tormento si era consumato, e il prime time era finito. Nella newsletter “Reliable Sources” che l’esperto di media della Cnn Brian Stelter ha inviato qualche ora dopo, come fa ogni sera, c’era una domanda: “I media sono stati presi in giro?”. Stelter riportava alcuni commenti di giornalisti che si erano sentiti umiliati da quell’intervento presidenziale, che era più uno slogan elettorale che altro, ma nemmeno il fact checking in diretta o subito dopo si è rivelato particolarmente rassicurante: “Non sappiamo se il fact checking funziona o se lo stiamo facendo nel modo giusto”, dice Alex Koppelman di Cnn Business. Ci sono studi in corso per capire che cosa funziona e che cosa no, come si costruisce “uno scudo”, come lo chiama Stelter, alle falsità dette dai politici, uno scudo contro l’affanno anche, ma “dobbiamo al nostro pubblico qualcosa di più di: seguiamo l’istinto e speriamo che vada bene”, conclude Stelter.

   

La questione riguarda i media, che sono sempre più al centro dei duelli con i leader cosiddetti populisti che hanno scelto la strada noi-contro-di-loro e gestiscono il dissenso con liste di giornali o giornalisti da non frequentare, ma è più generale: riguarda il contrasto e l’opposizione a un mondo politico che si nutre di slogan e di emergenze esagerate. Due giorni fa, il giornalista del Times che ogni giorno fa la newsletter “Red Box” sulla politica, Matt Chorley, ha scritto: “Molte volte mi ritrovo a pensare che questo non sia un lavoro sano. Il pensiero mi è passato nella testa di nuovo ieri quando ho trascorso tutto il pomeriggio a fotoshoppare Scarlett Johansson a cavallo di un unicorno. E Pierce Brosnan che esce da un cespuglio. Non è normale”. Tutto partiva dalla frase del ministro dell’Ambiente inglese, Michael Gove, che criticando chi ancora spera in una Brexit perfetta ha detto di loro: “Sono come dei cinquantenni aitanti che aspettano che compaia Scarlett Johansson”. Amber Rudd, ministra del Lavoro, ha puntualizzato: “O Pierce Brosnan”. E un altro ha poi aggiunto che le probabilità di una Brexit che accontenti tutti sono quelle di incontrare la Johansson su un unicorno. Ecco fatto: dovendo raccontare ogni giorno una storia – la Brexit – che è uguale a se stessa da un paio di anni, ci si innamora di ogni metafora possibile, e si photoshoppano unicorni.

 

Henry Zeffman, che al Times si occupa di politica e che si è specializzato in infografiche politiche, dice al Foglio che ha iniziato a fare uno schema su una busta piccola, poi non ci stava e ne ha presa una più grande, “e lì ho realizzato quanto fosse complicato mettere tutte le alternative in fila, con le probabilità di successo poi. Non che avessi qualche competenza, a scuola in disegno ero negato, ma questi due anni e mezzo a parlare di Brexit in tutta la sua complessità labirintica mi sono piombati addosso in un momento. E poi una volta fatti questi schemi, succede qualcosa che te li fa cambiare da capo”, ma si modificano i disegni, non le chance di una Brexit migliore (ché una bella Brexit non esiste, è un unicorno). E mentre corri a cambiare, modificare, leggere l’ultimo post su Facebook, ti sfugge l’evidenza: Zeffman racconta che ha iniziato a occuparsi di politica nel 2016, durante la campagna referendaria, e assistendo a un comizio dei pro Brexit aveva avuto la sensazione che quello fosse il partito della vittoria. “Andai da un collega più esperto di me, gli dissi: il leave vince vero?, e lui rispose: ‘Nel 2015 ero su un bus dei lib-dem e ebbi la stessa sensazione, poi furono spazzati via’. Me ne andai convinto che la Brexit non avrebbe vinto”.

    

Se la corsa diventa troppo affannosa, inutilmente affannosa, allora ti fermi. Cambi tono, cambi linguaggio, cerchi di mettere chiarezza su quel che è emergenza e quel che non lo è. Funziona? Dopo il discorso di Trump, quei nove minuti in prima serata con molti dati falsi, i due leader democratici Nancy Pelosi e Chuck Schumer hanno fatto un intervento congiunto che voleva essere una risposta al presidente del tipo: assumiti le tue responsabilità, stai chiudendo mezzo governo per un assedio che non c’è. Passerà invece alla storia come un discorso del tipo: mamma e papà sono molto delusi, ma non arrabbiati. La dinamica sobria mamma-papà dovrebbe fermare l’affanno, ma non lo fa. Allora funziona meglio la rincorsa con il martello in mano, ti rispondo colpo su colpo? Le giovani deputate democratiche, capitanate dalla vulcanica Alexandria Ocasio-Cortez, pensano che questa sia la strada. A populista populista e mezzo. Poi vedi che uno come Beto O’Rourke, family man appassionato di musica che ci ha fatto piangere e abbracciare alle midterm in Texas, fa il video della pulizia dentale e dici: va bene, non so di che altro parlerò, ma mi fermo.

Paola Peduzzi

Paola Peduzzi

Scrive di politica estera, in particolare di politica inglese, francese e americana. Tiene sul Foglio una rubrica, Cosmopolitics, che è un esperimento: raccontare la geopolitica come se fosse una storia d'amore - corteggiamenti e separazioni, confessioni e segreti, guerra e pace. Sposata, ha due figli, Anita e Ferrante.

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