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Non twittare

Piero Vietti

Un editoriale del New York Times sui danni del social al giornalismo e un piccolo ma illuminante caso personale

"E’ ora che noi giornalisti prendiamo in considerazione l’idea di sganciarci dai ritmi quotidiani di Twitter, il social network più dannoso del mondo". Così scriveva pochi giorni fa sul New York Times l’editorialista Farhad Manjoo, appena riemerso da una settimana folle per l’informazione americana, impegnata su giornali e social network a scannarsi sul nativo americano che, secondo le prime notizie, sarebbe stato molestato da alcuni ragazzi sostenitori di Trump durante la marcia per la vita a Washington (notizia poi smentita). “Never tweet”, è il suo invito. Il social network “sta rovinando il giornalismo americano, distruggendo l’immagine di credibilità che testate e giornalisti si sono costruiti nel tempo, costringendo tutti a dire la loro su tutto, senza approfondire, andare a vedere, controllare, o anche solo considerare l’effetto che un loro tweet sparato a caldo su un argomento molto dibattuto potrebbe avere sull’opinione pubblica. La preoccupazione di Manjoo non vale solo per il giornalismo americano, ma è tranquillamente applicabile a come Twitter è usato e frequentato spesso anche in Italia.

 

L’ansia di dire qualcosa prima degli altri su qualunque argomento – sia esso la politica, l’economia, lo sport, il governo, una trasmissione tv, un articolo della Crusca – ha trasformato i social, e Twitter in particolare in campo di battaglia permanente tra giornalisti, politici, opinionisti e gente comune. L’altro è sempre un cialtrone, un populista, uno della casta, un professorone, un ignorante, a seconda di chi affonda il colpo. Non si discute quasi mai nel merito, il dileggio sarcastico – se non l’insulto – è la lingua comune. Ognuno dà in pasto ai propri follower quello che sa che loro vogliono, poco importa se lo fa dando informazioni parziali o creando casi dal nulla. Conta il colpo ad effetto. Mi scuso se ora cito un caso personale, piccolo e con poche conseguenze, ma illuminante su alcuni perversi meccanismi del social. 

 

Venerdì sera sono stato invitato come ospite a “Rabona”, trasmissione sul calcio di Andrea Vianello, in onda su Rai 3. Il tema della puntata era la Juventus, ospite principale lo scrittore juventino Sandro Veronesi. “Rabona” è una trasmissione pacata, “alta”, dove il calcio è trattato in modo colto e leggero. Il mio compito, suicida, era quello di fare incursioni “di parte” (c’era con me anche Tommaso Labate, interista), parlando di Juve da torinese torinista. La prima domanda era proprio sul mio essere granata a Torino, e la differenza con il tifare per i bianconeri. Io, sventurato, ho risposto. Invece di ricordarmi della lezione dell’Elefantino – la tv è antiveritativa – sono partito dalla passione juventina di mia madre, e mi sono impegnato a spiegare come a Torino quello granata sia più “popolo” di quello bianconero, che arriva soprattutto da fuori città e non ha luoghi cittadini legati drammaticamente alla propria storia dove ritrovarsi. Veronesi, che è una persona per bene, mi ha risposto a tono, e la puntata è proseguita garbata. L’account Twitter di “Rabona” ha poi condensato in un tweet le mie parole, che fuori contesto apparivano parecchio antipatiche per gli juventini. Il giorno dopo alcuni hanno rilanciato quel tweet, decontestualizzandolo ancora di più e dando la stura a due giorni di insulti molto divertenti ma ancora più decontestualizzati del tweet. “Bovino”, “sfigato”, “coglione”, “non vincete mai”, “bimbo minkia”, “noi festeggiamo in tutta Italia”, “solo di Torino sapete parlare” (beh, di quello mi avevano chiesto), e così via, il tutto seguito da insulti a “Rabona”. Centinaia di tifosi della Juventus hanno commentato per oltre due giorni un tweet estrapolato da una trasmissione che non avevano visto, dimostrando in modo lampante cosa si rischia su Twitter e non solo a ridurre tutto a tifoseria, al devi morire permanente. E dato che gli amici ti abbandonano sempre nel momento del bisogno, ad aizzare in parte la protesta contro di me sono stati alcuni colleghi giornalisti, che manco loro avevano guardato la puntata ma hanno ritenuto fondamentale rilanciare quel tweet. Non ho risposto a nessuno. Non avevo ancora letto l’editoriale del New York Times. Post less, lurk more, dice Manjoo. Me lo tatuerò sui pollici.

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  • Torinese, è al Foglio dal 2007. Prima di inventarsi e curare l’inserto settimanale sportivo ha scritto (e ancora scrive) un po’ di tutto e ha seguito lo sviluppo digitale del giornale. Parafrasando José Mourinho, pensa che chi sa solo di sport non sa niente di sport. Sposato, ha tre figli. Non ha scritto nemmeno un libro.