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Trump, spalle al muro

Il presidente americano si è cacciato nello shutdown senza sapere cos’è, adesso vede il disastro da vicino

10 Gennaio 2019 alle 06:12

Trump, spalle al muro

Il discorso di Trump sul muro con il Messico (foto LaPresse)

New York. Tra due giorni lo shutdown – il congelamento delle attività del governo americano che costringe ottocentomila lavoratori a stare a casa oppure a lavorare senza paga – diventerà il più lungo della storia degli Stati Uniti. Fonti dell’Amministrazione che non vogliono essere citate per nome spiegano al Washington Post che quando il presidente Donald Trump ha accettato di andare incontro allo shutdown non aveva capito di cosa si trattasse, ma anche senza queste fonti anonime era già chiaro. Venerdì in una conferenza stampa nel giardino delle rose della Casa Bianca Trump ha detto che se necessario lo shutdown “durerà mesi, anche anni”, ma se non si arriva a un compromesso con i democratici la catastrofe economica è dietro l’angolo. Prendiamo il programma federale chiamato Swap che distribuisce buoni pasto a 38 milioni di americani poveri perché possano comprare generi alimentari. Il 95 per cento dei dipendenti che lavorano allo Swap è stato mandato a casa e dopo il 21 gennaio secondo le regole dello shutdown il programma non può più ricevere fondi e quindi da un giorno all’altro si fermerà. Quando alla Casa Bianca se ne sono accorti hanno manovrato in modo da dirottare altri finanziamenti verso lo Swap, prima del termine del 21, ma al massimo i nuovi fondi basteranno per febbraio. Se lo shutdown durasse di più – ed è un grosso se perché già adesso il malumore dei repubblicani al Congresso per essere costretti a obbedire a questo impulso di Trump è molto forte – a marzo non ci saranno buoni pasto per 38 milioni di americani. Oppure prendiamo i rimborsi dovuti ai contribuenti dall’agenzia federale che si occupa delle tasse, l’Irs. L’agenzia ha spedito settantacinquemila dipendenti a casa, ma in realtà dovrebbe lavorare a pieno ritmo per restituire ai contribuenti, cittadini e aziende, 140 miliardi di dollari di rimborsi. E’ ovvio che in molti casi famiglie e imprenditori fanno affidamento sul rimborso puntuale per far quadrare i bilanci, se il meccanismo salta sono dolori. Anche in questo caso l’Amministrazione Trump si è accorta dopo del problema, è intervenuta e richiamerà al lavoro i dipendenti senza paga per dare lo stesso i rimborsi – una cosa che è discussa perché potrebbe essere illegale (nel 2013 durante lo shutdown di 16 giorni della presidenza Obama l’agenzia non effettuò i rimborsi). 

  

La realtà batte Trump due volte nelle prossime due settimane

Il presidente americano aveva fatto dichiarazioni sconsiderate sul muro e sul ritiro dalla Siria

 

Intanto un sindacato dei dipendenti federali sta facendo causa al governo perché dice che non è giusto obbligare i lavoratori a presentarsi al lavoro senza paga. In teoria è sempre successo che alla fine dello shutdown i lavoratori ricevessero le paghe arretrate, ma quando il presidente parla di “mesi” comincia il panico. In America le famiglie non hanno la stessa propensione al risparmio che c’è in Italia, se si ottiene un posto di lavoro è normale accendere subito un mutuo per una casa e comprare un’auto nuova a rate e fare fronte ogni mese ai pagamenti con la busta paga. Ma se la busta paga non arriva il cerchio non si chiude. Quando hanno chiesto a Trump se c’è una rete di sicurezza per i dipendenti federali messi in crisi dallo shutdown lui ha risposto che la vera rete di sicurezza per tutti sarà il muro al confine con il Messico. Che però non paga la rata della casa, dell’auto e della scuola. Il New York Magazine ipotizza che Trump credesse che lo shutdown non fosse così grave perché il primo della sua presidenza era durato soltanto pochi giorni, “ma – scrive – uno shutdown di trenta giorni non è dannoso dieci volte uno shutdown di tre giorni, probabilmente è cento volte più dannoso”.

Daniele Raineri

Daniele Raineri

Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Ora scrivo da New York. Sono stato inviato al Cairo per seguire il Medio Oriente da vicino. Ho lavorato in Afghanistan, Iraq, Pakistan e Siria. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione.

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Commenti all'articolo

  • branzanti

    10 Gennaio 2019 - 10:10

    Questa vicenda rappresenta in modo quasi allegorico la visione strategica, la competenza di governo e la concezione della democrazia di Trump. Chapeau invece a Nancy Pelosi per la straordinaria considerazione relativa ai dipendenti senza stipendio che devono lavorare e non possono chiedere i soldi ai genitori. Se Trump l'avesse capita...

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