La ginecologa Kristina Hänel

Pubblicizzare l'aborto

Daniel Mosseri

Tre ginecologi tedeschi vogliono reclamizzare l’interruzione di gravidanza. Berlino resiste

Berlino. Nella Repubblica federale tedesca la legge che regola le interruzioni di gravidanza risale al 1992. L’aborto era “legale” – le virgolette sono obbligatorie – già dal 1974 ma nel 1992 il paese tentò di armonizzare le diverse disposizioni esistenti nelle due Germanie prima della riunificazione. Nella Ddr l’aborto entro la dodicesima settimana fu legalizzato nel 1972. Erich Honecker era diventato segretario generale della Sozialistische Einheitspartei Deutschlands da meno di un anno e aveva deciso di puntare sulla donna madre e lavoratrice quale pilastro del socialismo reale. La parola di Honecker era legge, eppure quel voto della Volkskammer, il Parlamento unicamerale della Germania est, passò alla storia per essere forse l’unico in cui si registrò il dissenso dei 14 deputati della Cdu, una delle formazioni a cui il regime socialista dava diritto di tribuna in quel simulacro di democrazia rappresentativa berlinese.

  

A ovest nel 1974 il governo di Willy Brandt (Spd) approvò un ddl per legalizzare l’aborto entro tre mesi dall’inizio della gravidanza; la legge prevedeva anche l’interruzione entro le 22 settimane in caso di feto gravemente malformato. L’opposizione della Cdu fu netta (i no furono 233) ma la Spd si impose (i sì furono 247). I deputati Cdu e i governi di cinque Länder ricorsero allora alla Corte Costituzionale. Karlsruhe fece a fette il progetto ricordando che la Legge fondamentale tedesca proclama l’inviolabilità della dignità umana e garantisce l’inviolabilità della persona. Da allora l’aborto in Germania non è legalizzato ma è depenalizzato, restando in vigore gli articoli del codice penale che condizionano a un preciso counselling medico la praticabilità di un aborto (art. 218) e sanzionano, fra l’altro, chi pubblicizzi l’interruzione di gravidanza (art. 219).

  

Nel 1992 il tentativo di mediazione est-ovest del Bundestag finì ancora alla Corte di Karlrushe, che sanzionò come incostituzionale il passaggio della nuova legge in cui si definiva l’aborto uno strumento “non illegale”. In un paper del 1994, il costituzionalista americano Donald P. Kommers ha ben spiegato il compromesso tedesco: “Per preservare il valore della vita non ancora nata, l’aborto deve rimanere illegale, ma lo Stato non deve punire l’atto illegale se l’aborto avviene entro i primi tre mesi di gravidanza e dopo che lo Stato ha avuto l’opportunità di cercare di convincere la donna incinta a cambiare idea”.

 

Da qui parte il dibattito di oggi: assieme a due altri suoi colleghi, la ginecologa Kristina Hänel è stata condannata a pagare una sanzione da seimila euro per aver pubblicizzato fra i suoi servizi anche le interruzioni di gravidanza. Hänel ha sempre proclamato la sua innocenza. “Nessuno vuole l’aborto ma servono più informazioni per le donne in merito ai metodi e ai rischi”. Le informazioni in circolazione bastano e avanzano, replicano i movimenti pro vita. Legalista ma parziale il pronunciamento del giudice di Giessen che nel condannare Hänel non ha disapplicato la legge ma ha invitato la condannata ad appuntarsi la sanzione sul petto “come una medaglia al valore”. Parole che hanno riaperto il dibattito sull’aborto. Non che la Cdu abbia dubbi: nel recente dibattito a tre per la successione a Merkel alla guida del partito nessuno dei tre candidati ha chiesto modifiche all’articolo 219a del codice. Abolizionisti puri sono invece i Liberali (Fdp), i Verdi e la Linke mentre la Spd, tanto per cambiare, tentenna. Il partito ha proposto una mezza modifica alla legge per stabilire cosa possa essere reclamizzato e cosa no; la Cdu ha accolto il progetto senza entusiasmo. In un’intervista con DW, Alexandra Lindner di Aktion Lebensrecht für Alle ha ringraziato il fronte conservatore per non aver messo in discussione l’articolo 219a, segnalando anche che lo stesso sanziona chi pubblicizza l’aborto “a scopo di lucro”. La sua abrogazione, ha aggiunto, “andrebbe contro la dignità umana e sarebbe controproducente”. La grosse Koalition, insomma, rischia di infilarsi in un ginepraio sui valori.

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