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La lunga marcia cinese in Italia

Pechino ha molto da guadagnare dalle contraddizioni dei gialloverdi

7 Dicembre 2018 alle 06:00

La lunga marcia cinese in Italia

Foto LaPresse

Roma. Più il nemico si mostra debole e confuso, più sono le opportunità di vittoria. Non serve aver letto le strategie di guerra di Sun Tsu per capire che Pechino in questo momento ha una grande opportunità in Italia, e cioè quella di sfruttare l’incoerenza di governo per ottenere tutto ciò che gli serve: influenza. Un soft power che poi, al momento più opportuno, si trasforma in business e controllo: sulle infrastrutture strategiche (vedi il 5G, i porti italiani), sulle informazioni (spionaggio), sulle istanze internazionali che stanno a cuore alla Cina (la navigabilità del mar Cinese meridionale, la questione dell’indipendenza di Taiwan). L’obiettivo egemonico cinese trova terreno fertile nei paesi strozzati dal debito, grazie a quella “trappola” che finora ha funzionato in molti posti dov’è intervenuta Pechino, dallo Sri Lanka alla Grecia. In Italia la questione è più complessa, soprattutto dopo l’arrivo del governo gialloverde.

   

Ieri mattina, intervistato da Radio Anch’io, il vicepremier e ministro dell’Interno Matteo Salvini ha detto, a proposito dell’arresto della chief financial officer di Huawei, Meng Wanzhou: “Non conosco le indagini e non mi permetto di commentare la vicenda. E’ chiaro che bisogna ridiscutere la globalizzazione, su cui qualcuno aveva puntato tutto, perché c’è una realtà come la Cina, che sicuramente non è una democrazia, che con i suoi prodotti fa concorrenza, e mi permetto di aggiungere sleale, alle imprese italiane partendo da un piano di vantaggio”. E quindi per Salvini è necessario “ridiscutere a livello commerciale e industriale il ruolo della Cina, che sta combattendo ad armi impari, perché noi stiamo combattendo con i nostri imprenditori rispettando regole che a Pechino e a Shanghai evidentemente non vengono rispettate”. Eppure per il suo primo viaggio di stato all’estero, il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha scelto proprio Pechino. A fine agosto ben due diverse delegazioni italiane sono arrivate in Cina, e in nessuno dei due casi era in agenda la discussione delle “regole” che Salvini ieri ha definito “sleali” sul commercio con l’Italia. La missione di Tria era piuttosto quella di presentare agli investitori cinesi la stabilità dell’economia italiana e i nostri titoli di stato. Subito dopo il vicepremier e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio è volato in Cina due volte, la prima a Pechino (20 settembre) e la seconda a Shanghai (5 novembre). 

  

L’attivismo nei confronti di Pechino viene infatti soprattutto dal Mise, come il Foglio ha già riportato più volte. Uomo chiave di questa svolta verso oriente è il sottosegretario Michele Geraci, che nel governo gialloverde è entrato grazie alla Lega e adesso sembra più vicino ai Cinque stelle. “E’ evidente che c’è un’ala del governo molto vicina a Pechino”, dice al Foglio Lucio Malan, vicecapogruppo vicario di Forza Italia al Senato. “In questo Geraci svolge un ruolo clamoroso: mi sembra una persona attentissima agli interessi di Pechino, che non so quanto coincidano però con quelli degli italiani. Basti guardare alla dedizione con la quale difendono gli accordi che stanno stringendo” come il documento firmato da Tria al G20 in Argentina una settimana fa per rafforzare la cooperazione in ambito finanziario. “Ricordiamoci che Prodi fu attaccato ferocemente quando disse che l’Italia doveva essere il porto di sbarco dei prodotti cinesi, ma oggi il governo dice molto di peggio, e ai tempi di Prodi la Cina non era la potenza che è adesso”.

  

La contraddizione tra linea della Lega sulla Cina e quella del M5s viene fuori ancora di più su un argomento caro ai populisti: l’Africa e l’immigrazione. Secondo il vicepremier Salvini la Cina si sta “comprando mezza Africa – e questo da ministro dell’Interno mi interessa, perché stanno investendo decine di miliardi di euro nel continente africano per svuotarlo di ricchezze e domani questo sarà un problema nostro non sarà un problema cinese”. La trappola del debito cinese spaventa il ministro dell’Interno, eppure il sottosegretario Geraci l’11 giugno scorso scriveva sul blog di Beppe Grillo che “la Cina offre all’Europa e all’Italia in particolare, un’opportunità storica di cooperazione per la stabilizzazione socio-economica dell’Africa che non possiamo assolutamente lasciarci sfuggire”. L’8 settembre scorso, si legge sul sito del ministero dello Sviluppo economico, “la missione del sottosegretario Geraci in Cina si è conclusa con il raggiungimento dell’intesa sul testo del Memorandum of Understanding […] per la collaborazione tra Italia e Cina in paesi terzi”, cioè l’Africa. “Non è strano sentire dichiarazioni dagli esponenti del governo che sono in contraddizione tra loro”, commenta ancora Malan, “ogni giorno dicono una cosa e ne fanno un’altra. Ma su un argomento come la Cina il problema è che mentre quelle di Salvini restano parole, le cose che dice Geraci poi diventano fatti”.

  

Malan è presidente dell’associazione parlamentare di amicizia Italia-Taiwan, l’isola che Pechino rivendica come territorio cinese e che Taipei vorrebbe invece indipendente, e che è oggetto di una pressione diplomatica fortissima da parte di Pechino. Malan spiega che l’Italia, pur aderendo alla “One China Policy” come l’Ue, da sempre ha un atteggiamento di realpolitik sulla questione: come la Francia e la Germania, anche Roma ha rapporti informali con Taipei, soprattutto per il business. Ultimamente, però, alcune fonti riferiscono che Taiwan sia diventata meno presente nell’agenda del governo – lo dimostra anche la cancellazione prima, e il rinvio poi, del tradizionale Forum di cooperazione economica fra Italia e Taiwan, realizzato grazie al contributo del Mise attraverso le attività dell’Agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane (Ice). Non si tratta di disattenzione, perché a novembre il ministero dello Sviluppo ha pubblicato sul suo sito istituzionale un’intervista non firmata all’ambasciatore cinese in Italia, Li Ruiyu – una vicenda mai del tutto chiarita, non è mai successo che un ministero domandasse a un ambasciatore di un paese straniero di commentare la visita di un suo ministro – e quindi è molto attento a seguire le dinamiche dell’estremo oriente: “Non ci si può stupire dell’atteggiamento di deferenza e sudditanza”, dice Malan, di una parte del governo nei confronti di Pechino, “e questa vicenda mi sembra un sintomo evidente, piuttosto, visto che c’è questa grande sintonia con la Cina, perfino sull’abolizione della prescrizione, consiglio al governo di ispirarsi alla Cina su questioni diverse, per esempio la crescita economica”.

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Commenti all'articolo

  • carlo.trinchi

    07 Dicembre 2018 - 14:02

    Tutte chiacchiere. Il punto è che con la Cina non puoi parlare come italia o Francia o Germania ma devi parlarci come Europa ed eventualmente contestarne l’egemonia su paesi a noi prossimi. Il dire di Salvini nel contesto di Salvini o di Maio in Cina con il cappello in mano è aria fritta è morire sapendo colpevolmente di morire. Così continuando siamo finiti. A quando un leader europeo degno di questo nome?

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  • NAPOORSO

    07 Dicembre 2018 - 12:12

    Come piace agli italiani vendersi al primo che passa! Una costante, una legge storica!

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