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Mosca e i bad boys della Brexit

Abbiamo messo in fila nomi, soldi, incontri che raccontano la “Russian connection” a Londra

2 Dicembre 2018 alle 06:15

Mosca e i bad boys della Brexit

Arron Banks e Nigel Farage in una foto del 2014 (LaPresse)

In questi due anni e mezzo dalla vittoria del leave nel Regno Unito i giornali hanno raccontato febbrilmente i negoziati tra Londra e Bruxelles, i problemi del governo di Theresa May, le tensioni tra i conservatori e gli unionisti nordirlandesi sul confine tra Ulster e Repubblica d’Irlanda, i silenzi di Jeremy Corbyn sulla Brexit e la battaglia tra i laburisti per la direzione più o meno radicale scelta dalla sinistra inglese. Mentre il Regno Unito assiste a questo spettacolo, continua a chiedersi: esiste una “russian connection” nella vittoria del leave?

 

Molti chiedono di istituire anche in Inghilterra una commissione d’inchiesta come quella di Robert Mueller in America

Molti pretendono l’apertura di un’inchiesta simile a quella che Robert Mueller sta conducendo sulla campagna presidenziale di Donald Trump: da Damian Collins, deputato conservatore e presidente della commissione parlamentare sul digitale, a Tom Watson, numero due del Partito laburista, fino all’ex candidata democratica alla guida degli Stati Uniti Hillary Clinton, che in un discorso tenuto a ottobre a Oxford ha sollevato la questione, aggiungendo che i legami tra Trump e la Brexit sono davanti agli occhi di tutti. Ma ci sono differenze non da poco tra quanto accade sulle due sponde dell’Atlantico. La campagna Trump era sì animata da soggetti a volte in contrasto tra loro, ma è sempre stata una e una sola; a sostenere il leave nella corsa verso il referendum britannico del 2016, invece, c’erano più gruppi: accanto a quello ufficiale, Vote Leave, c’era il più piccolo e transpartitico Grassroots Out e Leave.EU, vicino all’Ukip di Nigel Farage. Ed è attorno a quest’ultimo che le autorità britanniche si stanno concentrando per provare a far luce sulla provenienza dei finanziamenti. Ma come vedremo ci sono anche ambienti della campagna ufficiale toccati dalle reti russe, ambienti che arrivano fino a Downing Street.

 

Sia Vote Leave sia Leave.EU sono stati deferiti dalla Commissione elettorale alla polizia per possibili violazioni della legge sull’utilizzo dei fondi durante la campagna referendaria. Mentre la Metropolitan Police sta ancora valutando se aprire un’inchiesta sulle due organizzazioni, la National Crime Agency ha avviato un’indagine su Arron Banks, il grande finanziatore dell’Ukip e di Leave.EU, e sulla sua collaboratrice Liz Balney per una presunta violazione delle norme sui finanziamenti raccolti dalla piattaforma euroscettica guidata da Farage. L’interessato dice che si tratta di “una ridicola montatura politica” orchestrata da chi non vuole accettare l’esito delle urne ma, annunciando l’apertura dell’inchiesta, la National Crime Agency, organismo che di solito si occupa di criminalità organizzata, ha spiegato di essere intervenuta per ipotesi di reato diverse dalla violazione della legge elettorale. Il sospetto è che Banks abbia nascosto flussi di denaro provenienti da imprecisate fonti “non consentite”, cioè dall’estero. Nel mirino ci sono 8 milioni di sterline e il sospetto, vista la rete di contatti di Banks, è che arrivino dalla Russia, da ambienti vicini al Cremlino. Su questo punto anche la voce di Theresa May è stata piuttosto debole: soltanto una volta, era il novembre dell’anno scorso, il primo ministro britannico ha accusato la Russia di aver tentato di inferire con il corso della democrazia britannica. Poi, da parte del premier e di tutto il suo governo, il silenzio. Le uniche volte in cui dalla parti di Downing Street è stata accusata la Russia è stato in relazione alle minacce chimiche, dopo il tentato duplice omicidio a Salisbury, nel marzo scorso, dell’ex spia russa Sergei Skripal e di sua figlia Yulia, intossicati con un agente nervino, il Novichok, nella cittadina nell’Inghilterra sudoccidentale.

 

Vote Leave e Leave.EU sono stati deferiti dalla Commissione elettorale alla polizia per possibili violazioni della legge sull’utilizzo dei fondi

Parlando con la giornalista investigativa del Guardian Carole Cadwalladr, Andy Wigmore, capo della comunicazione di Farage, definì la Brexit come la piastra di Petri, il terreno di coltura, per la corsa presidenziale di Donald Trump. Lo fu per le tecniche adottate sul campo e sulla rete. Basti pensare che i contatti tra la campagna Leave.EU e l’azienda di microtargeting Cambridge Analytica risalgono al 2015. E recenti leak del sito openDemocracy raccontano di come Arron Banks abbia cercato di raccogliere fondi per la campagna pro Brexit negli Stati Uniti. Un’operazione illegale secondo la legge britannica che impedisce finanziamenti dall’estero, portata avanti puntando, grazie proprio ai dati di Cambridge Analytica, su società, gruppi di interessi e singoli che hanno legami nel Regno Unito. L’azienda statunitense lavorò gratis: avevano gli stessi obiettivi, ha spiegato Banks, erano parte della stessa famiglia. Una famiglia composta da Steve Bannon, l’ex stratega di Trump che di Cambridge Analytica è stato vicepresidente, e da Robert Mercer, fondatore dell’azienda di microtargeting e grande finanziatore del sito dell’ultradestra Breitbart, di cui Bannon è stato direttore e grande sostenitore dell’apertura nel 2014 di un ufficio a Londra per alimentare il dibattito a favore della Brexit.

 

L’uomo attorno al quale ruota la storia è Nigel Farage, amico di Bannon e di Trump, ma soprattutto con Wigmore e Banks uno dei “bad boys” della Brexit, come da titolo delle memorie di Banks, un libro al quale ha lavorato come ghostwriter Isabel Oakeshott, ex capo della redazione politica del Sunday Times, brexiteer convinta che alcuni mesi fa ha raccontato di aver trovato negli scatoloni rimasti nella sua mansarda documenti che provano le relazioni tra Banks e i russi. E la città da cui passa tutto è la capitale del Regno Unito, Londra, che l’uomo d’affari Bill Browder, impegnato in una campagna per un Magnitsky Act globale, definisce irreparabilmente inquinata dal denaro russo. E’ la città in cui furono processati da Cambridge Analytica i dati di 230 milioni di cittadini statunitensi. E’ dov’è di stanza Alexander Yakovenko, l’ambasciatore russo identificato da Mueller come il collegamento tra la campagna di Trump e il Cremlino. Il diplomatico fu invitato da Banks nella sede di Leave.EU per un party nella notte del referendum. Con lui arrivò anche un altro ufficiale del Cremlino poi espulso dal Regno Unito a marzo di quest’anno dopo il caso Skripal. Yakovenko ricambiò l’invito pochi mesi dopo, ospitando Banks e Wigmore nell’ambasciata il giorno in cui Bannon subentrò a Paul Manafort come capo della campagna di Trump. Passarono pochi giorni e Farage fu accolto in Mississippi dal candidato repubblicano che lo presentò alla folla come “Mister Brexit”. Quella residenza ufficiale è stata per Banks e Wigmore anche la sede di incontri d’affari con uomini vicini al Cremlino e tour operator dei loro viaggi in Russia, come hanno raccontato diverse inchieste giornalistiche britanniche.

 

Dalle mail ritrovate da Isabel Oakeshott ma anticipate da Carole Cadwalladr, non senza polemiche tra le due, sull’Observer, si trovano molti dettagli che superano quanto raccontato in “The Bad Boys of Brexit”. Come i molti incontri tra i vertici di Leave.EU e alti funzionari russi, dal novembre 2015 al 2017 (di cui due nella settimana in cui fu lanciata la campagna), la presentazione a Banks da parte dell’ambasciatore di Mosca di un uomo d’affari russo, che avrebbe offerto all’amico di Farage opportunità di affari multimiliardari con le miniere d’oro russe, un viaggio a Mosca nel febbraio 2016 per incontrare finanziatori e una banche russa interessata a un progetto sempre sull’oro e i continui contatti tra Farage, Banks e Wigmore con la diplomazia russa nel Regno Unito mentre i bad boys della Brexit erano impegnati negli Stati Uniti a far campagna per Trump. E fu nel bel mezzo della convention repubblicana a Cleveland, Ohio, che scattarono le manette per l’allora ventiduenne George Cottrell, chief of staff di Farage, con 21 capi d’accusa tra cui riciclaggio, frode ed estorsione. Uno dei più interessati a quell’arresto fu Wigmore, che passò al terzo segretario dell’ambasciata russa a Londra i documenti dell’indagine sul giovane. Nel testo della mail Wigmore scrisse: “Have fun with it”, buon divertimento.

 

L’uomo centrale della storia è Nigel Farage, ex leader dell’Ukip. Ma ci sono tutti i nomi noti, da Bannon a Cambridge Analytica

A presentare Banks e Farage fu Jim Mellon, uno dei maggiori finanziatori di Leave.EU. Qualche giorno fa openDemocracy ha rivelato che Mellon ha mentito quando ha raccontato di non avere interessi in Russia dagli anni Novanta. Scozzese, oxfordiano, figlio di un diplomatico di lungo corso che fu anche a Berlino est e console generale a New York, Mellon in realtà non soltanto ha interessi attivi in Russia ma ha seguito in questi anni una politica di investimenti in linea con le decisioni del Cremlino. Un fondo a lui collegato ha costituto una società per acquistare azioni di Gazprom lo stesso giorno in cui Vladimir Putin aveva annunciato il permesso agli stranieri di acquistarle. Ci sono poi partecipazioni in società ritenute dall’Fbi centrali nello spionaggio industriale, rapporti con ex spie e con i finanziatori di Miss Mondo a Mosca, evento a cui avrebbe partecipato – sostengono molti – anche Trump nel 2013.

 

Carole Cadwalladr in un recente articolo sulla New York Review of Books si pone una domanda che rimane ancora senza risposta: che ruolo ha avuto Facebook nella Brexit? Per cinque volte una commissione parlamentare ha chiesto a Mark Zuckerberg di rispondere alle domande e alle accuse di Christopher Wylie, che fu direttore delle ricerche di Cambridge Analytica e che a marzo ha contribuito a far esplodere lo scandalo della società che ha raccolto i dati personali di oltre 50 milioni di utenti di Facebook. Secondo il pentito Wylie, Facebook aveva cavalcato quei servizi permettendo che venissero usati per rafforzare sentimenti pro Trump e pro Brexit. E l’avrebbe fatto violando più volte la legge, intimorendo e diffamando chi si opponeva a questa linea. Ma per cinque volte il fondatore del social network si è rifiutato di rispondere, così come si è dato indisponibile alla convocazione di un comitato internazionale straordinario congiunto composto da Regno Unito, Canada, Australia, Argentina e Irlanda fissato per martedì 27 novembre. Facebook è più potente di cinque stati, si dice spesso. Ma non è così, almeno secondo Cadwalladr: è più potente non di uno stato soltanto, bensì di cinque stati messi assieme, come dimostra il suo ultimo gran rifiuto.

 

A Downing Street c’è qualche responsabilità sulla poca chiarezza attorno alle ingerenze russe. Facebook ha potuto scamparla infatti, come sottolinea la giornalista del Guardian, anche per via dei silenzi del governo di Theresa May, che non ha sostenuto gli sforzi del comitato parlamentare per ottenere chiarezza dal gigante della baia di San Francisco, non ha appoggiato gli appelli a Zuckerberg né tantomeno ha ritenuto utile un’inchiesta sullo stile di quella statunitense condotta da Mueller. Il primo ministro, poi, deve ancora chiarire quanto raccontato alcuni giorni fa dal Daily Mail, secondo cui nel 2016, la May, allora ministro dell’Interno, avrebbe detto no alla richiesta di aprire un’indagine su Arron Banks giunta da uno dei servizi di sicurezza britannici. Secondo quanto ricostruito dal giornale, l’allora numero uno dell’Home Office si oppose ritenendo l’argomento troppo sensibile e potenzialmente esplosivo con l’avvicinarsi del referendum. In una richiesta di informazioni presentata dal sito openDemocracy, il dipartimento dell’Interno non ha né confermato né negato di essere in possesso di materiale del 2016 relativo al Leave.EU e a Banks.

 

Arron Banks, il grande finanziatore della Brexit (e dell’Ukip), dice che si tratta di una “ridicola montatura politica”

Da Downing Street non è tutto. Perché nonostante in molti, nell’opposizione così come nella maggioranza, ne abbiano chiesto la testa, Stephen Parkinson è ancora uno dei più fidati consulenti di Theresa May. Lui, che consiglia il premier sin dai tempi dell’Home Office salvo un breve periodo ai vertici della campagna Vote Leave, rivelò la sua relazione con Shamhir Sanni, uno dei due giovani whistleblower che si unirono a Wylie. Ma raccontando la loro storia – e l’ha fatto dal blog di Dominic Cummings, direttore di Vote Leave e uomo fidatissimo del ministro dell’Ambiente Michael Gove, in passato mente della campagna per la Brexit – Parkison ha anche reso nota l’omosessualità di Sanni, mettendo in pericolo i suoi genitori in Pakistan, che fino a quel momento ne erano all’oscuro. I ventenni attivisti di Vote Leave ne fondarono il braccio giovanile, BeLeave, ma poi scoprirono che i vertici della campagna madre usavano i conti della loro filiale per aggirare i limiti di spesa stabiliti dalla legge e finanziare il lavoro di Aggregate IQ, società di microtargeting sorella di Cambridge Analytica. TaxPayers’ Alliance, una lobby anti tasse britannica che si rifà ai Tea Party statunitensi e che è stata fondata dal capo di Vote Leave e fondatore dei Conservative Friends of Russia Matthew Elliott, ha recentemente ammesso di aver illegalmente licenziato Sanni a causa di quanto aveva rivelato sulla campagna Vote Leave.

 

Quando Wylie e gli altri giovani whistleblower decisero di raccontare quel che era accaduto dentro ai gruppi pro Brexit furono accolti dal fronte europeista come gli unici in grado di evitare l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea. Ma a distanza di qualche mese e con la Brexit sempre più vicina, il paese sembra voler ascoltare l’opinione dei bad boys sugli sviluppi dei negoziati tra Londra e Bruxelles piuttosto che vederci chiaro. Perché per quanto i tempi negli Stati Uniti possano apparire difficile, non lo saranno mai quanto nel Regno Unito, conclude Cadwalladr. Nigel “Mister Brexit” Farage, Cambridge Analytica, Steve Bannon, l’ambasciatore russo a Londra, elementi che uniscono Londra e Washington alla Russia. Ma gli Stati Uniti almeno, con Mueller, stanno provando a far chiarezza. IlRegno Unito ancora no, forse perché la Brexit è già parecchio difficile così.

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