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Che succede ai cittadini europei con la Brexit?

I diritti garantiti, la diaspora e le file degli inglesi. Un problema che riguarda anche l'Italia

29 Novembre 2018 alle 11:25

Che succede ai cittadini europei con la Brexit?

I manifestanti anti-Brexit protestano sul ponte di Westminster (Foto LaPresse)

Londra. Nel 2018 in Italia sono state già fatte e chiuse 128.193 valigie. Altrettante persone se ne sono andate all’estero, soprattutto in Germania e nel Regno Unito, e due su tre non torneranno mai. E pazienza se tocca fare tutti i documenti per restare a Londra e se la città della Brexit non è più quella di prima: per tanti dei 700 mila italiani più o meno ufficialmente nel Regno Unito la vita continua qui, con il “settled status” di cui fare richiesta appena sarà disponibile la procedura spedita, quella senza tutti quei funzionari pubblici addestrati negli anni a dire di no a ogni permesso, e la prospettiva di un passaporto britannico per poter attraversare la Manica senza pensarci più e far finta che tutto sia rimasto uguale a prima. O quasi.

  

Lo fanno pure i britannici, in fila indiana davanti ai consolati europei a rispolverare le proprie radici irlandesi, spagnole, svedesi per dotarsi di quel documento grazie al quale ci si può ancora illudere che la libera circolazione esista e non sia solo un ricordo in bianco e nero cancellato dalla nostalgia di qualcun altro: Dublino, per dire, ha 8.400 pratiche al mese, anche da parte di gente dell’Ulster che il rischio di una frontiera fisica lo aggira così, mentre Berlino l’anno scorso ha già fatto diventare tedeschi ben 7.400 sudditi di Sua Maestà.

 

Ma i britannici il loro paese ce l’hanno già, vogliono solo poter viaggiare liberamente e soprattutto non costringere i loro figli nei confini delle isole. Mentre l’Italia sta subendo una perdita pura e semplice, e non c’è strategia messa in atto finora che basti a contenere la catastrofe di un paese che generoso lo è nell’istruzione pubblica e nella sanità ma che poi non ha idea di come creare opportunità per il futuro. A evidenziarlo è il bel rapporto presentato ieri dall’associazione Talented Italians in UK per conto della Camera di Commercio di Londra, “Migrazione italiana nel Regno Unito. Opportunità o maledizione?”, frutto di uno sforzo collettivo e pieno di dati interessanti sulla “terza diaspora italiana”, che tra il 1996 e il 2016 ha visto un aumento delle partenze dell’862 per cento e che, negli ultimi tempi, ha assistito a una mutazione inquietante.

 

A partire, ormai, sono soprattutto i lombardi, i veneti, gli emiliani, ragazzi che fino a qualche tempo fa non avrebbero avuto una ragione al mondo e che invece oggi vogliono soprattutto opportunità e semplicità burocratica, ossia quello che manca di più in Italia e che invece il Regno Unito offre con generosità. La Brexit ha tolto un po’ dell’atmosfera da Erasmus al fenomeno migratorio, tanto che il numero di richieste di residenza è in costante aumento. E l’Italia perde i pezzi migliori, quelli su cui ha investito di più: se ne vanno i 18-39enni, i laureati portano via 9 miliardi di euro alle casse italiane – quei 3.500 scienziati formati e lasciati andare via senza che l’Italia sappia attrarne di nuovi – e una perdita in capitale umano stimata introno ai 42,8 miliardi di euro. Per i curatori Brunello Rosa e Flavio Mondello Malvestiti le colpe sono anche di un’Europa imperfetta, in cui la libera circolazione ha fatto sì che le aree ricche attraggano le persone dei paesi più poveri, anche di quelli che, come l’Italia, avrebbero un potenziale di inclusione alto.

 

L’Inghilterra terrorizzata di perdere i suoi studenti promette che nulla cambierà per loro, e infatti i numeri continuano a essere alti, con gli italiani come gruppo più in crescita, figli di una generazione che ha imparato a cercare la gratificazione fuori dai confini di casa. Nella City il 14 per cento degli analisti è italiano, nessun paese ne ha così tanti, ma l’Italia non è in grado di guadagnare come potrebbe dalla Brexit e dalla crisi di Londra, perché salvo qualche intervento intelligente in materia fiscale, il paese non si muove, non attira talenti, non attrae investimenti in grado di aiutare gli innovatori. Nel Regno Unito in sei mesi sono defluiti 24 miliardi di dollari verso le start-up, in Italia appena 72 milioni. Ogni paese guarda il suo iceberg avvicinarsi: per il Regno Unito è la Brexit, per l’Italia è un’emorragia di energie che nessuno cerca di tamponare, preferendo concentrarsi sulle migrazioni degli altri.

Cristina Marconi

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