Una manifestazione anti Assad a Idlib dello scorso 7 settembre (foto LaPresse)

Assad vuole anche Idlib, ma questa volta ci sono governi contrari

Daniele Raineri

America, Francia, Gran Bretagna e Germania parlano di raid aerei contro Damasco se userà armi chimiche

New York. Il consigliere per la Sicurezza nazionale americano, John Bolton, ha detto alla fine di una conferenza a Washington che l’Amministrazione Trump ha preso accordi con Francia e Gran Bretagna per bombardare il regime del presidente siriano Bashar el Assad se userà armi chimiche nell’imminente offensiva per prendere la zona di Idlib nel nord della Siria. In Germania si è aperta la discussione, se partecipare o no, il partito del cancelliere Angela Merkel è favorevole. Secondo Bolton, questo attacco sarebbe molto più duro dei precedenti. Si riferisce al raid punitivo dell’aprile 2017, quando le navi americane al largo della costa siriana lanciarono 50 missili contro una base siriana da dove era decollato l’aereo che pochi giorni prima aveva sganciato una bomba carica con l’agente nervino sarin che uccise un centinaio di civili, e si riferisce anche all’aprile di quest’anno, quando America, Francia e Gran Bretagna lanciarono un attacco punitivo di meno di un’ora contro alcune basi siriane come rappresaglia per un bombardamento al cloro che aveva ucciso 40 civili vicino Damasco. Furono due attacchi molto limitati e in pratica concordati con la Russia – alleata di Assad – per infliggere un danno simbolico e non definitivo alla macchina militare di a Damasco. Nel primo raid morirono sei soldati siriani, nel secondo nessuno. Ora Bolton avverte che le nuove operazioni militari contro Assad sarebbero più impegnative. Il 23 agosto ha dato lo stesso avvertimento al consigliere per la Sicurezza nazionale russo, Nikolai Patrushev, ex capo dell’intelligence e architetto assieme al presidente Vladimir Putin delle operazione russe in Siria, durante un incontro molto discreto che però evidentemente non è bastato. Il governo americano ha la certezza che l’esercito siriano si prepara a usare armi al cloro per prendere Idlib (sono informazioni che raccoglie da fonti diverse: intercettazioni, sorveglianza satellitare).

 

In questi anni il regime siriano ha usato le armi chimiche in più di un centinaio di casi accertati, e molti altri sono ancora sotto indagine, anche se soltanto tre hanno raggiunto la soglia di attenzione dell’opinione pubblica. I complottisti e la propaganda russa sostengono sempre che gli attacchi chimici sono messinscene dei locali per gettare una cattiva luce sul governo siriano e sul governo russo. I 1.400 civili gassati nell’agosto 2013 a Damasco? “Se lo sono fatti loro”, dice la propaganda russa. I cento civili gassati a Khan Sheikhoun nell’aprile 2017? Di nuovo “colpa loro”, dice la propaganda russa. I quaranta civili gassati a Ghouta nell’aprile 2018? “Colpa loro, in combutta con la Gran Bretagna”. Gli Skripal, avvelenati vicino a Londra in marzo con un’arma chimica? Anche quella “è una messinscena per gettare una cattiva luce sul governo russo”. Che questa scusa fissa e grottesca abbia qualche trazione sull’opinione pubblica è il segno di quanto la propaganda è efficace. E infatti i russi stanno mettendo le mani avanti e avvertono che l’America e la Gran Bretagna ancora una volta “stanno preparando attacchi chimici contro i civili di Idlib per poi incolpare Assad” (lanciano accuse gravissime e senza uno straccio di prova e poi si presenteranno sorridenti come se nulla fosse al prossimo incontro con il presidente americano Trump, l’importante è far agitare i gonzi sui social media).

 

La visione convenzionale delle cose vuole il governo siriano sul punto di lanciare un’offensiva finale per prendere l’ultima gigantesca enclave fuori dal suo controllo, Idlib, e annientare gli ultimi ribelli (incluse fazioni che sono estremiste e legate ad al Qaida), con l’aiuto dei bombardamenti russi e delle forze di terra delle milizie filoiraniane. Ma ci sono alcuni punti che non tornano e saranno chiariti soltanto da quello che succederà nelle prossime settimane. Il primo è che Idlib è diversa dalle altre enclave che hanno capitolato in questi anni. Contiene un numero di combattenti anti Assad che sta tra i settantamila e i centomila (tanto per avere un termine di paragone: Hamas nella Striscia di Gaza conta su un numero di combattenti stimato tra i diecimila e i ventimila). L’esercito di Assad è a corto di soldati, il boccone potrebbe essere troppo grosso per essere ingoiato – che poi è la ragione per cui le forze di Assad usano le armi chimiche, perché fanno arretrare i siriani ostili (civili e combattenti) senza bisogno di perdere un solo soldato. Inoltre le ambizioni di Assad entrano in collisione con i piani del presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che due giorni fa ha scritto un editoriale sul Wall Street Journal per condannare con parole durissime l’offensiva. Erdogan si era accordato con i russi perché Idlib (che confina con la Turchia) fosse una zona di deconfliction, in cui riversare i tre milioni di profughi siriani che vivono nei campi in Turchia. Voleva farne un protettorato turco dove gruppi siriani sponsorizzati da Ankara avrebbero gradualmente eliminato le migliaia di estremisti e avrebbero creato una zona cuscinetto dove i siriani anti Assad avrebbero potuto vivere. Se il regime attacca succederà il contrario: invece che vedere i tre milioni di rifugiati siriani in Turchia tornare in Siria, Erdogan potrebbe vedere i tre milioni di siriani dentro Idlib cercare scampo in Turchia e in quel caso auguri per gli accordi sul contenimento dell’immigrazione con l’Unione europea. Ieri è arrivata la notizia che ventimila uomini dei gruppi ribelli che da tempo hanno accettato l’autorità di Erdogan hanno ricevuto l’ordine di spostarsi sul fronte di Idlib. Questa volta le manovre di Assad, Russia e Iran incontrano un clima internazionale diverso rispetto al passato. Nei giorni scorsi gli americani in Siria hanno fatto un’esercitazione con l’artiglieria come messaggio chiaro a russi e siriani: non avvicinatevi alle nostre basi qui. Fino a che punto il clima è diverso, lo vedremo nelle prossime settimane.

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  • Daniele Raineri
  • Di Genova. Nella redazione del Foglio mi occupo soprattutto delle notizie dall'estero. Sono stato corrispondente dal Cairo e da New York. Ho lavorato in Iraq, Siria e altri paesi. Ho studiato arabo in Yemen. Sono stato giornalista embedded con i soldati americani, con l'esercito iracheno, con i paracadutisti italiani e con i ribelli siriani durante la rivoluzione. Segui la pagina Facebook (https://www.facebook.com/news.danieleraineri/)