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Gli occhi perduti in Siria

Le storie di Idlib e quei colori che riconosciamo con le sfumature esatte

Paola Peduzzi

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peduzzi@ilfoglio.it

11 Settembre 2018 alle 06:00

Gli occhi perduti in Siria

Siriani sfollati riposano vicino a una tenda in un campo di Kafr Lusin, vicino al confine con la Turchia, nella parte settentrionale della provincia idlib, 9 settembre 2018 (foto LaPresse)

Cerchiamo Idlib sulla mappa, l’abbiamo sentita nominare tante volte, questa provincia disperata della Siria, ma come tutto quel che riguarda questo conflitto il nome si perde in mezzo a tanti altri, pezzetti di guerra e di atrocità che scivolano via, perché la Siria-è-una-faccenda-complicata e si fa prima a non occuparsene. Chi ci è stato, a Idlib, quando ancora si poteva entrare, cita i colori, il verde, gli ulivi, i ciliegi, le mandorle, i pomodori, i fichi, una terra fertile e rigogliosa deturpata dalle bombe e dai combattimenti, dalla fame e dagli assedi. Non c’è nulla di più sconvolgente, per i nostri occhi distratti, di questi racconti pieni di colori che noi cittadini mediterranei sappiamo immaginare con le sfumature esatte, perché sono i nostri stessi colori.

 

C’erano il verde e gli alberi, a Idlib, oggi ci sono tre milioni di persone che da tempo, chi mesi, chi anni, hanno lasciato le loro case in altre parti della Siria e si sono rifugiate qui, nella speranza di salvarsi o meglio: di essere salvati. Ora la speranza è svanita, come i colori, perché a Idlib si compie e si compirà l’ultimo atto di una guerra feroce, che la nostra distrazione ha reso ancora più brutale: il regime di Damasco ha capito presto come approfittare di tanto disinteresse, ha anche usato il gas qui, ed è rimasto impunito. “Molti moriranno, molti scapperanno, molti saranno sepolti sotto le macerie – ha scritto Kareem Shaheen sul New York Times – E’ già successo in passato. Succederà ancora. Lo sappiamo. Siamo complici con la nostra consapevolezza, la nostra indifferenza, la nostra inazione”. La rassegnazione è contagiosa, non abbiamo fatto nulla e non lo faremo, ma il giornalista, che è l’ex corrispondente in medio oriente del Guardian, ha continuato ad ascoltare le storie di chi in questa guerra ha perso tutto, le ha registrate e le ripete, anche se, come scrive lui, s’è perduto il nesso tra conoscenza e responsabilità: tutti sappiamo, nessuno si sente responsabile.

    

Idlib diventerà l’ultimo campo di battaglia, lo è già, perché il regime di Assad ha deciso, vuole riconquistare la zona, e i russi lo sosterranno, quello è un rifugio di terroristi, ehi non lo vedete voi occidentali sottosopra che stiamo combattendo insieme la lotta al terrore? L’America di Donald Trump vuole tenere fermi e fuori tutti, ha già lanciato avvertimenti, ma per ora nessuno lo ha ascoltato, perché la voce statunitense si è fatta flebile nel mondo, nonostante il presidente non dica mai nulla sottovoce. C’è al Qaida lì, ti rispondono, la zona di Idlib va bonificata, e come fai a dividere i buoni e i cattivi, ci vuole tempo, o ci vorrebbe un intervento esterno, turco magari, per farlo, ma Assad e i suoi non vogliono, non è data nella loro mappa ideologica (nemmeno in quella dei loro sostenitori) un pezzo di Siria che non è né estremista né assadista. E’ già accaduto e accadrà di nuovo, ci saranno madri con i piedi sanguinanti da quanta strada hanno fatto per sapere che ne è stato dei loro figli, ci saranno padri che guarderanno le tombe dei loro figli prima di dover ripartire senza sapere dove andare, e ci saranno bambini soli che fuggiranno, si fideranno di sconosciuti, ricercheranno i loro colori dall’altra parte del Mediterraneo. Alcuni di loro non sanno cos’è la pace, sono nati in guerra, e non sono bebé: è dal 2011 che si combatte e si scappa, in Siria.

   

Guarderemo i fatti di Idlib sapendo che finiremo per distrarci, e se tutto va male sarà una catastrofe, anche per noi che chi scappa dovremo accoglierli, ma l’interventismo in nome dei diritti umani è morto dopo la campagna irachena, e non c’è più nessuno che si muova se non in nome del proprio interesse nazionale. E oggi è l’11 settembre, ripenseremo a quel che accadde, al cielo blu di New York quella mattina, a quel che è avvenuto dopo, le bombe su Tora Bora in Afghanistan, le armi chimiche che non c’erano in Iraq, la caduta di Saddam Hussein, i falchi e le colombe, le lezioni che ne abbiano tratto e quel che siamo oggi – una comunità internazionale divisa e litigiosa, incapace di accordarsi, strattonata dalla propaganda, dalle teorie del complotto, dove se parli di bambini siriani ti dicono: adottane uno tu, se proprio ci tieni, ma basta con le storie lacrimevoli, basta con il buonismo da salotto. Abbiamo perso tutto, in Siria: gli occhi soprattutto.

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