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“La Grecia perderà un quarto della popolazione”. La crisi oltre quella economica

Un disastro demografico per cui non esiste bailout

Giulio Meotti

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meotti@ilfoglio.it

27 Agosto 2018 alle 20:25

“La Grecia perderà un quarto della popolazione”. La crisi oltre quella economica

Bambini durante la festa dell'Indipendenza nel villaggio di Ouranoupoli della provincia di Chalkidiki (foto via Wikimedia)

Roma. Il bailout greco è appena finito dopo gli anni dell’austerity grazie a 289 miliardi di euro di aiuto e a un altissimo prezzo sociale (27,5 per cento di disoccupazione e un’economia che è il 25 per cento più piccola di quando è iniziata la crisi). Ma un lunghissimo e devastante inverno demografico attende ora la Grecia. Scrive lo Spiegel di questa settimana: “11,1 milioni di persone vivevano in Grecia nel 2011. Nel 2015, erano 10,8 milioni. Secondo le previsioni, la popolazione sarà di 8,3 milioni di persone entro il 2050. Oggi, il 21 per cento dei greci ha più di 65 anni. Nel 2050, saranno un terzo della popolazione”.

 

E’ falso sostenere che la Grecia sta morendo demograficamente a causa della austerity (sicuramente non ha aiutato). Per trent’anni dopo la guerra civile all’inizio degli anni Ottanta, i valori demografici erano tra i più alti di tutti gli altri paesi europei, 2,2 figli per donna. Poi, dal 1994, il tasso di nascite si è arrestato a quell’1,3 figli. Sul Wall Street Journal di questa settimana, Yannis Palaiologos, giornalista di Ekhatimerini, scrive che “secondo uno studio dell’Università della Tessaglia ci sarà una riduzione del 25 per cento circa della popolazione entro il 2050. Le prospettive della Grecia sembrano tristi”. Ancora più preoccupante è la previsione dell’agenzia di statistica del paese (Elstat), secondo cui entro il 2080 la popolazione del paese potrebbe scendere a 7,2 milioni.

  

L’allarme è sollevato anche in uno studio intitolato “La popolazione greca sotto assedio”, scritto da Ira Emke-Poulopoulos, professore dell’Università di Parigi, membro dell’Accademia delle scienze di New York e vicepresidente della Società ellenica per gli studi demografici. E la popolazione della Grecia “continuerà a diminuire costantemente fino alla metà del secolo”, secondo un altro studio dell’Istituto di Berlino per la popolazione e lo sviluppo. Più di un quinto degli abitanti della Grecia (21 per cento) ha più di 65 anni.

  

Solo l’Italia ha una percentuale più alta di persone anziane. Ma i ricercatori tedeschi prevedono che, sulla base delle tendenze demografiche in atto fino a ora, la Grecia avrà “la peggiore proporzione di lavoratori per numero di pensionati in tutta Europa entro il 2050”. Melbourne, con 300 mila greci, è già oggi la terza città greca al mondo dopo Atene e Salonicco.

 

Circa il 20 per cento delle donne greche nate negli anni Settanta rimarrà senza figli, “un livello mai visto dalla Seconda guerra mondiale”, secondo il Centro Wittgenstein per la demografia e il capitale umano globale, con sede a Vienna. Non solo, ma il numero di aborti effettuati in Grecia è aumentato del 50 per cento dall’inizio della crisi economica. Le nascite negli ospedali pubblici, nel frattempo, sono calate del trenta per cento. La Grecia è diventata fra i leader mondiali dell’aborto. Dieci anni fa, ci sono stati 200 mila aborti all’anno su una popolazione di undici milioni, mentre oggi questa cifra è salita a 300 mila.

 

Polibio aveva già scritto tutto

“La Grecia nel 2050: un paese di vecchi” ha titolato il quotidiano Ekatimerini, molto attento a raccontare “l’altra crisi”, quella delle nascite. I minori di quattordici anni rappresentano oggi soltanto il 12 per cento della popolazione, meno della metà rispetto a quel 28 per cento che erano nel 1951. E’ come se il paese vivesse un déjà vu. “Nella nostra epoca”, scriveva lo storico greco Polibio attorno al 150 a.C., “tutta la Grecia è stata caratterizzata da una riduzione nel tasso di natalità e da una generale diminuzione della popolazione, a causa della quale le città sono diventate deserte e le campagne hanno smesso di dare raccolti”. La ragione, secondo Polibio, stava nella decadenza: “Gli uomini erano caduti in un tale stato di indolenza che non volevano più sposarsi, e se si sposavano non volevano fare figli, o al massimo farne uno o due …”.

  

Non è un caso che i tre paesi europei considerati in questi anni a rischio di default – Italia, Grecia e Portogallo – siano anche quelli più travolti dal lungo inverno demografico. Ma per uscire da questa crisi non sembra esserci alcun bailout.

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Commenti all'articolo

  • Carlo Senneca

    28 Agosto 2018 - 14:02

    Grecia, Italia, Germania e tutte le altre nazioni europee tranne UK e Francia (che sono molti più multietniche) andranno incontro allo stesso destino. Dall'altro lato l'Africa avrà un miliardo e duecento milioni di abitanti in più nei prossimi 30 anni. Quindi, volenti o nolenti, con buona pace o buona guerra di Salvini e Orban, abbiamo bisogno di decine di milioni di africani giovani che vengano da noi e si integrino nella nostre vecchie società. In altre parole, il problema non e' come respingerli, ma al contrario come accoglierli rimanendo Europa. Il resto sono solo polemiche di bassa Lega.

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    • stearm

      28 Agosto 2018 - 16:04

      Più che accoglienza userei il termine convivenza. Ovvero far rispettare lo Stato di diritto e puntare in un sincretismo blando di seconda/terza generazione. La cultura è una barriera porosa, ma che non si può eliminare. Il somalo che arriva in Italia continuerà ad essere somalo e trasmettere elementi della sua cultura d'origine ai suoi discendenti, cercherà di mantenere un legame con le origini. E' un fenomeno naturale, anche i migranti italiani fecero lo stesso dovunque andarono. Ora è anche naturale che questo genera nei 'nativi' un senso di disagio, se non di ansia vera e proprio. Con questa ansia e con questo disagio bisogna 'appunto' conviverci. Ci crea meno ansia stare tra simili che tra 'estranei', ci tranquillizza. Non è razzismo, è una specie di istinto. Nessuno però ci obbliga ad aprirci. Nè il somalo che preferisce anche lui stare con chi condivide il suo retroterra culturale, nè ci obbliga una falsa morale. Convivenza vuol dire anche solo 'ignorarsi' reciprocamente.

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      • Carlo Senneca

        28 Agosto 2018 - 18:06

        La cultura come dice lei e' porosa, e in più cambia, si evolve. Ci si vede lei a vivere in un villaggio italianissimo diciamo del 1818? Si immagina il disagio o l'ansia, per usare suoi termini? Con questo voglio dire che convivenza e accoglienza sono anch'essi porosi e tra 100 anni l'Italia sara' profondamente diversa da quella di oggi, comunque vada... e se devo scommettere sul modo che abbia possibilità di successo allora punto su un modello multietnico (con una certa dose naturale di meticciato) a matrice europea. Alternative? Se respingiamo ai confini (modello Salvini-Orban) saremo morti di vecchiaia, se creiamo barriere interne saremo morti di conflitti inter-etnici.

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