I figli di Don Chisciotte

Giulio Meotti

“Siamo stati una culla della civiltà, adesso ne siamo la tomba”. La Spagna, ground zero della denatalità

"Sono nato nel 1960 nelle Asturie, una bellissima regione nel nord della Spagna che, a quei tempi, vibrava di vita". E’ sconsolato Alejandro Macarrón Larumbe. Le Asturie erano un regno sette secoli prima che Fernando e Isabella inventassero la Spagna e sono state la culla della “riconquista” contro i Mori. Un detto recita che “l’Asturie è la Spagna, il resto è territorio conquistato”. Ce lo ricordano, a Oviedo, le chiese di Santa Maria del Naranco e San Julian de los Prados, minuscola e magica. “La vitalità delle Asturie sta ora svanendo mentre sempre più asturiani muoiono più di quanto non nascano”, racconta il demografo spagnolo Macarrón Larumbe al Foglio. “Negli ultimi anni, le Asturie sono state la regione con il più basso tasso di fertilità di qualsiasi paese europeo e la loro popolazione è una delle più vecchie in Europa e in tutto il mondo. Nel 1960, nelle Asturie, con una popolazione complessiva leggermente inferiore a quella di oggi, ci furono il triplo delle nascite che nel 2015, e ci furono più di due nascite per decesso (circa 2,5). Oggi ci sono più di due morti per nascita. E devi combinare il numero di tutti i bambini di età inferiore a dodici anni per superare il numero di asturiani ottuagenari, nonagenari e centenari. Le Asturie, la culla storica delle nazioni spagnola e portoghese, due nazioni che, a loro volta, sono diventate le culle di oltre venticinque paesi in America, Africa e Asia, oggi sono una terra dove tombe e urne funerarie sono necessarie sempre di più ogni anno, mentre la domanda delle culle sta diminuendo. Se gli attuali tassi di fertilità dovessero rimanere gli stessi, le Asturie saranno la prima regione spagnola ed europea in cui una persona morirà e non ci sarà nessuno in giro a occuparsi dei suoi resti”.

 

In Spagna ci sono 1.027 villaggi in cui non c’è più un solo bambino di età inferiore ai cinque anni. Metà dei comuni a rischio estinzione

Alejandro Macarrón Larumbe ci sta parlando di uno dei più grandi e anche meno dibattuti fenomeni culturali e sociali del nostro tempo: il suicidio demografico occidentale. Dalla Spagna, ha una angolazione privilegiata, visto che il suo paese da qualche anno – assieme all’Italia e alla Grecia – è la testa di ponte del collasso della natalità in Europa occidentale. In Spagna oggi ci sono 1.027 villaggi in cui non c’è più un solo bambino di età inferiore ai cinque anni. Non è un film da un distopico futuro, ma un articolo del País dei giorni scorsi.

 

Il 13 per cento dei comuni spagnoli non ha registrato un solo parto dal 1° gennaio 2012. E 633 comuni in Spagna non hanno figli minori di undici anni. In 420 comuni non esiste un abitante con meno di quindici anni. L’ultimo anno in Spagna sono nati 312.898 bambini. Tanto per avere un’idea, nel 1939, con 25,5 milioni di abitanti (venti milioni in meno di adesso) e durante una guerra civile che ha causato centinaia di migliaia di morti, in Spagna nacquero 419.800 bambini: 107 mila in più di oggi.

 

Alejandro Macarrón Larumbe, autore del libro Suicidio demográfico en Occidente y medio mundo, ritiene che, salvo sorprese degli ultimi mesi, quest’anno la Spagna avrà raggiunto un altro traguardo storico: “Meno di 300 mila bambini da madri nate in Spagna. Mai così poche dal XVII secolo, quando la Spagna aveva sette milioni di abitanti”. Il giornale Abc racconta intanto che la metà dei comuni spagnoli è a rischio di estinzione. Al momento, vivono con meno di mille abitanti 4.995 degli 8.125 comuni esistenti in Spagna. La crisi demografica fa sì che posti come Soria, Teruel, Cuenca o Guadalajara, con meno di dieci abitanti per chilometro quadrato, siano avviati a un processo di “irreversibile” perdita della popolazione. La provincia di Soria è la più disabitata del territorio spagnolo. Con una popolazione di 90.040 abitanti e una superficie di 10.306 chilometri quadrati, questa regione ha una densità di 8,7 abitanti per chilometro quadrato. La media della Comunità di Madrid è di 805.66 abitanti per chilometro quadrato, mentre la media nazionale è 92. L’Unione europea fissa come “deserto demografico” una regione che scende al di sotto dei dieci abitanti per chilometro quadrato. Juan Antonio Sanchez Quero, presidente del Comitato per lo spopolamento della Federazione spagnola delle municipalità e province, dice che “la campagna spagnola sta perdendo abitanti a un tasso medio allarmante di cinque ogni ora”.

 

Macarrón Larumbe:“Se non ci saranno cambiamenti, la Spagna perderà metà della sua popolazione totale entro la fine del secolo”

“Il suicidio demografico spagnolo è molto simile all’Italia, salvo alcune differenze”, continua parlando con il Foglio Alejandro Macarrón Larumbe. “Le nascite sono crollate più tardi in Spagna che in Italia, ovvero dieci o quindici anni dopo. Per questo la popolazione spagnola è meno vecchia di due-tre anni di quella italiana. Ma il trend è lo stesso. Tuttavia, il crollo demografico della Spagna, iniziato nel 1977, è più brutale. Noi spagnoli abbiamo il record mondiale di bassa natalità fra il 1989 e il 2014 e abbiamo tre province con almeno 100 mila abitanti con il record di ultra sessantacinquenni (Orense, Zamora e Lugo). C’è anche una regione, la Castilla y Lèon, dove tre persone su cinque sono ottantenni, come la vostra Liguria. Le due regioni più infertili d’Europa sono in Spagna: Asturie e Canarie. Al terzo posto c’è la Sardegna, al settimo il Molise e all’ottavo la Basilicata. Spagna e Italia sono quindi molto simili. Ma noi abbiamo una provincia, Zamora, con tre morti per ogni nascita”.

 

Secondo Alejandro Macarrón Larumbe, il motivo del suicidio demografico è culturale: “Lo svilimento pubblico del valore di fare figli, delle mamme che ‘stanno a casa’ e del ruolo del padre; il deprezzamento del matrimonio (stabile) nelle leggi e negli incentivi pubblici; il differimento dell’età del primo figlio a causa dello stile di vita; uno stato a cui non importa se le persone abbiano o meno figli; uno stato che facilita e fornisce prestigio a tutti i tipi di mezzi contraccettivi, incluso l’aborto; la perdita del sentimento religioso e patriottico. Anche la chiesa cattolica, fino a poco tempo fa, ha parlato poco del disastro di avere così pochi bambini. Tutte queste cose accadono ovunque, ma in Spagna più intensamente che in altri paesi”.

 

La provincia di Zamora ha un record unico al mondo: tre morti per ogni nascita. E’ una regione condannata a scomparire

Il crollo non può essere fatto risalire al premier socialista Zapatero. “L’ideologia di Zapatero e le sue leggi sulla famiglia (ventitré in totale), difficilmente hanno fatto del bene a questo disastro. Ma il nostro minimo storico di fertilità c’è stato molti anni prima di lui. Aznar ha governato dall’aprile 1996 all’aprile 2004 e Zapatero dall’aprile 2004 al dicembre 2011. Nel 1998, abbiamo avuto il nostro minimo storico: meno di 1,13 figli per donna e probabilmente meno di 1,12 se non includiamo l’extra di fertilità fornito da madri straniere. Credo che sia stato il minimo mondiale quell’anno. In termini di regioni, il nord, l’ovest e le parti non costiere della Spagna, a eccezione di Madrid, sono quasi tutte in decadenza con una intensità speciale. Nella provincia di Orense, in Galizia, il 34 per cento degli abitanti nati in Spagna (compresi i figli di immigrati nati qui) ha 65 anni o più. Per quanto riguarda l’età media della popolazione, in tutte queste province è superiore a cinquant’anni, soprattutto per le donne. Meno spagnoli sono nati rispetto alla metà del XVIII secolo, quando la popolazione era quattro volte più piccola, e probabilmente meno che nella seconda metà del XVII secolo. Prima del 2020, per la prima volta nella storia secondo le Nazioni Unite, ci saranno più esseri umani con 65 anni o più che sotto i cinque anni. Nella Spagna tradizionale c’erano molti bambini e famiglie ben popolate. Non eravamo un paese ricco, ma eravamo brulicanti di vita. Ora viviamo in un paese con sempre più capelli grigi e sempre meno bambini. Dato che non abbiamo abbastanza bambini per la sostituzione della popolazione, ogni nuova generazione di spagnoli ha dimensioni dal 30 al 40 per cento più piccole rispetto alla precedente, una cosa senza precedenti nella nostra storia. Per la prima volta da chissà quanto tempo, a causa del profilo demografico e dell’età media della popolazione, la Spagna ha più passato che futuro”.

 

Alejandro Macarrón Larumbe ha coniato un motto: Vae infertilibus, ispirato al famoso Vae victis del capo dei galli Brenno duemilaquattrocento anni fa. “Vae infertilibus significa: guai alle popolazioni sterili, perché sono condannate se persistono. Meriteremo il nostro destino fatiscente, se non reagiamo e recuperemo la fertilità perduta”. Cosa hanno in comune i primi ministri di Germania, Regno Unito, Francia (il presidente della Repubblica), Italia, Paesi Bassi, Belgio, Svezia, Svizzera (il presidente federale), Lussemburgo e il presidente della Commissione europea all’inizio del giugno 2017? La risposta è facile: “Nessuno di loro ha figli. Quando i governanti di così tanti paesi con così tanta rilevanza storica – i quattro paesi europei con la più grande popolazione e il più alto pil, cinque dei sei paesi fondatori della Comunità economica europea, due paesi di riferimento globali come Svezia e Svizzera – non hanno simultaneamente bambini, questa cosa non ha precedenti”. La chiesa stessa è reticente in Spagna. “Non ho sentito la chiesa spagnola parlare molto di questo problema fino a pochi anni fa, mentre sono passati 35 anni o più da che abbiamo poche nascite. Nel 1982, dopo i primi cinque anni di caduta libera delle nascite, un uomo molto saggio che mi ha aiutato molto, un cattolico, Juan Velarde, l’economista insignito alcuni anni fa del premio Principe delle Asturie per le Scienze sociali, scrisse un editoriale su questo argomento in un giornale molto importante legato alla chiesa. E i responsabili del giornale, i cattolici devoti e più o meno vicini ai gradi superiori della gerarchia ecclesiastica, gli dissero: ‘Non ti preoccupare. Ci sono già molte persone al mondo’”.

 

“Quando l’economista Juan Velard sollevò il problema, anche la chiesa gli disse: non preoccuparti, c’è anche troppa gente al mondo”

La natalità spagnola è decaduta in un momento preciso. “Il generale Franco morì alla fine del 1975. L’uomo che gestì il passaggio della Spagna da un regime autoritario dittatoriale a una democrazia, Adolfo Suárez, fu nominato primo ministro dal re Juan Carlos nel luglio 1976. Nel 1977 iniziò il collasso delle nascite e del tasso di fertilità. Nel pacchetto del cambiamento politico spagnolo alla fine degli anni Settanta ci furono libertà politica e democrazia, due cose che personalmente mi piacciono molto e contro cui quasi nessuno si oppone oggi. Ma il cambiamento ha comportato anche, come abbiamo visto, una mutazione dei valori e delle leggi che influenzano la famiglia e la volontà di avere figli, che era totalmente legata al declino generale delle nascite in occidente. Il regime di Franco ha dato premi e prestigio sociale alle famiglie numerose. Oggi le madri con molti bambini sono per lo più ignorate (ci sono alcuni benefici per le famiglie numerose, ma non sostanziali, e nessun riconoscimento pubblico), e socialmente, troppo spesso, sono persino disprezzate. In effetti, fino a poco tempo fa, i politici di centro-destra non osavano parlare della promozione della natalidad, perché temevano di essere chiamati ‘franquisti’. Molto triste. E la sinistra e gli intellettuali, almeno inizialmente, pensavano che fosse anche bello che fossero nati meno bambini”.

 

Che futuro attende la Spagna? “Se non recuperiamo la fertilità, il futuro sarà necessariamente molto cupo. Se non ci saranno migrazioni esterne e cambiamenti nella fertilità, la Spagna perderà metà della sua popolazione totale da oggi alla fine del secolo”.

 

“Può una nazione morire?”, si era chiesta tempo fa la rivista Foreign Policy. Sì, di cause naturali, come gli atolli delle Maldive sommersi dalle acque. Può morire di cause militari, come il regno di Aragona. Ma può morire anche di demografia. E’ quello che sta succedendo alla Spagna e a tutto il sud dell’Europa. Vae infertilibus.

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  • Giulio Meotti
  • Giulio Meotti è giornalista de «Il Foglio» dal 2003. È autore di numerosi libri, fra cui Non smetteremo di danzare. Le storie mai raccontate dei martiri di Israele (Premio Capalbio); Hanno ucciso Charlie Hebdo; La fine dell’Europa (Premio Capri); Israele. L’ultimo Stato europeo; Il suicidio della cultura occidentale; La tomba di Dio; Notre Dame brucia; L’Ultimo Papa d’Occidente? e L’Europa senza ebrei.