John McCain, l'eroe americano che lottò per gli ideali di un popolo libero

Redazione

"Niente è impossibile qui. Siamo americani e non ci arrendiamo mai", disse alla convention repubblicana del 2008. Era al Senato dal 1987, successore di Barry Goldwater. Coscienza critica del Partito, disse No a Trump.

Roma. Il momentum di John Sidney McCain III, nato nel 1936 a bordo di una nave della Marina militare americana ancorata nel Canale di Panama, era stato nel 2000, quando davvero aveva sperato di aggiudicarsi la nomination repubblicana per la Casa Bianca e di sconfiggere a novembre Al Gore. Otto anni dopo l’impresa appariva tremendamente più complicata: il doppio mandato di George W. Bush, la crisi economica e soprattutto, dall’altra parte della barricata, un giovane senatore nero dell’Illinois che estasiava le folle al grido di “Yes, we can”.



    

Lui, prototipo dell’eroe americano veterano del Vietnam, non si perse d’animo e accettò la sfida. Il suo discorso d’accettazione della nomination alla convention di St.Paul fu un inno alla profezia della mitica frontiera: “Combattiamo per ciò che è giusto per il nostro paese, combattiamo per gli ideali di un popolo libero, combattiamo per il futuro dei nostri figli, lottiamo per la giustizia e le opportunità di tutti, alziamoci per difendere il nostro paese dai nemici. Alziamoci gli uni per gli altri, per l’America bella, benedetta e generosa. Alziamoci, alziamoci, alziamoci e combattiamo! Niente è impossibile qui. Siamo americani e non ci arrendiamo mai. Noi non ci nascondiamo dalla storia, noi facciamo la storia".



   

Un discorso elettorale, pronunciato davanti a un partito lacerato, alla moglie Cindy e alla madre Roberta, quasi centenaria (oggi centoseienne) e prima sostenitrice del figlio John. Un’America lontana anni luce da quella di oggi, fatta di discorsi cupi, tentazioni apocalittiche che sembrano aver spento il faro sulla collina. Quando perse contro Obama, il suo Concession Speech non fu troppo diverso da quanto detto due mesi prima a St.Paul: tornava di nuovo l’America che non si nasconde dalla storia ma fa la storia, l’impossibilità per un americano di arrendersi, di arretrare, di fermarsi. 



E’ rileggendo queste parole che si comprende ancora di più la sua avversione, netta e totale, per Donald Trump, la scheggia impazzita nel fluire della storia americana, il monstrum inclassificabile che era riuscito a prendere prima il Grand Old Party e poi la Casa Bianca. Sovvertendo toni, seppellendo lo spirito profetico, ammiccando a quei nemici che con la libertà, gli ideali e la giustizia nulla avevano a che fare. Era entrato al Congresso nel 1982, quando fu eletto alla Camera dei Rappresentanti, per essere poi confermato nel 1984. Tre anni dopo conquistò il seggio al Senato che dal 1969 era occupato da Barry Goldwater, ritiratosi. Da lì non si è mai mosso, assumendo più volte nel corso degli ultimi trent’anni il ruolo di coscienza critica del Partito repubblicano, sia quando appoggiò senza tentennamenti le guerre in Afghanistan e Iraq sia quando si oppose alle torture sui prigionieri nemici. Il resto è storia recente:

"> il voto contrario alla controriforma della Sanità predisposta dall’Amministrazione Trump, con quel pollice verso mostrato con decisione in Senato e la scelta di non invitare l’attuale presidente ai suoi funerali.

    


Di seguito alcuni articoli del Foglio che hanno raccontato John McCain

   

La vicenda più incredibile è il ruolo di cappellano ricoperto da McCain con i suoi compagni di prigionia. Dopo essere stato trasferito di prigione in prigione, McCain si trovò ad essere l’ufficiale più anziano all’interno dell’“Hanoi Hilton”, come lo chiama spesso ridendo. Così toccò a lui amministrare i servizi religiosi per gli altri 

    

La mattina del 26 ottobre 1967 la contraerea vietcong abbatté un caccia che sorvolava il Vietnam settentrionale. Il pilota era il capitano John Sidney McCain Terzo, giovane aviatore della marina statunitense. Rimase per cinque anni nelle mani dei torturatori di Hanoi, finché nel 1973 fu rilasciato e rientrò negli Usa, acciaccato ma salvo. La storia di McCain

   

La volta in cui il senatore John McCain ha aperto la porta sbagliata al Congresso e si è ritrovato davanti Barack Obama riunito con i congressmen democratici.  Il repubblicano ha chiesto scusa e si è eclissato, ma non prima di ricevere quella che lui descrive come una divertita risata generale e altri come uno scroscio di applausi, versione dei fatti non inverosimile, visto che McCain da nemico giurato di campagne presidenziali acrimoniose e senza storia si è trasformato nella sponda ideale per dare sostanza bipartisan ai progetti politici del presidente

   

La grande guerra del 2008

David Brooks sul New York Times spiega che ci sono tre tendenze politiche fondamentali negli Stati Uniti. L’ortodossia liberal che usa il governo per massimizzare l’eguaglianza, il puro conservatorismo e l’idea di un governo limitato che esalti la mobilità sociale. La solitudine conservatrice di John McCain è arrivata al punto tale che l’editoriale di Charles Krauthammer sul Washington Post suona come una boutade. “Bastian contrario come sono, voterò per John McCain”. Così Krauthammer, premio Pulitzer definito dal Financial Times nel 2006 il “più influente commentatore americano”, attacca dalle colonne del Post la “corsa a lasciare la nave che affonda dei conservatori di ogni genere: il neocon Adelman, il moderato Colin Powell, l’ereditario-ironico Christopher Bucley e il socialista-ateo Christopher Hitchens” 

   

Quando McCain sospese la campagna elettorale per affrontare la crisi di Wall Street 

   

Il testo del discorso di McCain alla convention del partito repubblicano

   

“Per chi suona la campana” di Ernest Hemingway è il libro di guerra preferito da McCain

   

L'ultima battaglia politica di McCain contro la riforma del sistema sanitario americano 

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