John McCain e Donald Trump (foto LaPresse)

La grande guerra di McCain

Mattia Ferraresi

Il “nazionalismo spurio” di Trump relega l’America ai margini della storia

New York. Con gli insulti e le scaramucce fra Donald Trump e John McCain si potrebbero riempire molti almanacchi. Il presidente non ha mai chiesto scusa per aver detto che il senatore e veterano che è stato prigioniero in Vietnam non è un eroe di guerra (“mi piacciono quelli che non si sono fatti catturare”), lo ha accusato di “rafforzare il nemico” e di “voler dare inizio alla terza guerra mondiale”. L’ex candidato presidenziale del Partito repubblicano, per contro, gli ha fatto la guerra su qualunque dossier. Ha criticato gli ordini esecutivi sulla parziale chiusura delle frontiere, si è imbufalito per la missione fallita in Yemen, ha attaccato la Casa Bianca ogni volta che ha lasciato intendere di voler togliere le sanzioni alla Russia, ha perfino chiamato personalmente il primo ministro australiano per esprimere solidarietà e offrire distensione dopo la prima, imbarazzante telefonata fra lui e Trump. Dove le posizioni politiche non bastavano, McCain ha espresso il suo dissenso con i voti. La controriforma sanitaria per rimpiazzare l’Obamacare, idolo polemico dei conservatori di ogni specie e corrente, si è sgretolata anche a causa del voto del senatore dell’Arizona.

 

Alla cerimonia per la consegna della medaglia della libertà al National Constitution Center, McCain ha portato il dissenso a un livello più alto, lanciandosi in un grandioso discorso intriso di ideali che mette sotto processo la worldview che Trump incarna. Non ha mai citato direttamente il presidente, ma quando ha parlato del “nazionalismo spurio e sgangherato” che si è sostituito al vero patriottismo americano, pochi hanno avuto dubbi circa il destinatario delle accuse. “Avere paura del mondo che abbiamo organizzato e guidato per tre quarti di secolo, abbandonare gli ideali che abbiamo promosso in tutto il mondo, rifiutare gli obblighi della leadership internazionale e il nostro dovere di essere ‘l’ultima speranza della terra’ in nome di un nazionalismo spurio e sgangherato creato da persone che preferiscono trovare capri espiatori che risolvere problemi è anti patriottico quanto l’attaccamento a ogni altro stanco dogma del passato che gli americani hanno riposto nel cestino della storia”, ha detto McCain.  

 

La battaglia del senatore è sul posto dell’America nella storia e sugli ideali universali che incarna, non si tratta dell’improvvida uscita da qualche trattato commerciale. In un discorso giocato sulla contrapposizione fra il patriottismo americano autentico e una falsa idea nazionalista, McCain ha detto che l’America non è un paese “di sangue e suolo, ma di ideali” che abbiamo “custodito in patria e portato in tutto il mondo”. Sotto la leadership americana, ha detto McCain, tutti sono diventati più prosperi e potenti, e dunque “abbiamo l’obbligo morale di continuare a promuovere la nostra giusta causa, e attireremo su di noi più che la vergogna se non lo facciamo. Non fioriremo mai in un mondo in cui la nostra leadership è assente”. Nella visione del mondo di McCain il destino dell’America e quello dell’umanità intera sono indissolubili, in quella di Trump, segnata in questo periodo da quanti più ritiri possibili da accordi e consessi internazionali (gli ultimi abbandoni sono l’Unesco e l’accordo iraniano rivisto), il paese sarà “great” nella misura in cui abbandonerà le sue ambizioni universaliste. Sebastian Gorka, ex consigliere della Casa Bianca che ora, al pari di Steve Bannon, porta a spasso il verbo nazionalista più liberamente fra talk show e cordate correntizie, ha detto che “McCain non ha visto negli ultimi vent’anni una guerra che non gli sia piaciuta” e ha marcato una linea netta rispetto alla visione di Trump: “Il presidente non vuole essere interventista”. Poi hanno chiesto direttamente a Trump di commentare il discorso ispirato del senatore. Ha risposto nel solito modo laconico e minaccioso: “A un certo punto passerò al contrattacco, e non sarà piacevole”.

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  • Mattia Ferraresi
  • Nato nella terra di Virgilio e cresciuto in quella di Tassoni, ora vive nel quartiere di Tony Manero. E’ il corrispondente dagli Stati Uniti. Ama, con il necessario distacco penitenziale, il Lambrusco e l’Inter. Ha scritto alcuni libri su cose americane e non, l’ultimo è “La Febbre di Trump” (Marsilio). Sposato con Monica, ha due figli, Giacomo e Agostino.