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La lunga rincorsa di John McCain

La mattina del 26 ottobre 1967 la contraerea vietcong abbatté un caccia che sorvolava il Vietnam settentrionale. Il pilota era il capitano John Sidney McCain Terzo, giovane aviatore della marina statunitense.

11 Agosto 2008 alle 13:00

Dal Foglio del 16 novembre 2006

La mattina del 26 ottobre 1967 la contraerea vietcong abbatté un caccia che sorvolava il Vietnam settentrionale. Il pilota era il capitano John Sidney McCain Terzo, giovane aviatore della marina statunitense. Rimase per cinque anni nelle mani dei torturatori di Hanoi, finché nel 1973 fu rilasciato e rientrò negli Usa, acciaccato ma salvo.
La prima conseguenza fu il fallimento del suo matrimonio con la prima moglie, Carol, che aveva lasciato giovane e bellissima (faceva la modella), e che al rientro ritrovò sfigurata da un incidente d’auto. Dopo anni di infedeltà coniugale, per i quali non ha mai negato la propria esclusiva responsabilità, John divorziò da Carol e sposò Cindy Hensley, bionda venticinquenne (lui aveva 43 anni), figlia di un magnate della birra dell’Arizona. La seconda conseguenza fu l’abbandono della carriera militare – lui, figlio e nipote di ammiragli della US Navy – e il passaggio alla politica. Dapprima McCain ottenne l’incarico di ufficiale di collegamento tra il Senato e la marina, e studiò le politiche di sicurezza nazionale al fianco del senatore democratico Harry “Scoop” Jackson (uno dei padri putativi di alcuni futuri “neocon”, colui che aveva ottenuto che il Congresso vincolasse i rapporti commerciali con l’Urss al rispetto del diritto di emigrare, salvando la vita a molti “refusenik” ebrei russi e vincendo un braccio di ferro contro Henry Kissinger negli stessi mesi in cui quest’ultimo, in nome della “distensione”, aveva convinto il presidente Ford a non ricevere Solzhenitsyn alla Casa Bianca per non irritare il Cremlino): ancor oggi indica in Scoop Jackson il suo “modello”. Poi, nel 1982 si candidò alla Camera con il Partito repubblicano, e fu eletto; infine nel 1986 “ereditò” il seggio senatoriale dell’Arizona da Barry Goldwater (il “rifondatore” del Partito repubblicano che nel 1964 aveva straperso le presidenziali contro il democratico Lyndon Johnson, ma aveva al contempo gettato le basi dell’alleanza anticomunista tra la “destra religiosa” e i libertari antistatalisti, creando le premesse per la riscossa  della quale fu protagonista, un ventennio più tardi, quel Ronald Reagan che McCain ama definire “il mio eroe”). Da allora, McCain non ha mai smesso di essere “il senatore dell’Arizona”; oggi, però, potrebbe diventare molto di più: pochi giorni fa ha avviato la macchina della sua candidatura presidenziale.

Gli strateghi repubblicani, dopo la batosta alle elezioni di medio termine, sono all’opera per elaborare le contromisure in vista del 2008: nello stilare l’identikit dell’“uomo giusto” per far fronte all’impasse, molti elementi depongono a favore del vecchio John, anche se l’establishment del partito non lo ama affatto. Popolarissimo grazie al suo talento oratorio, noto come uomo onesto e di sani principi e come fustigatore del clientelarismo e della corruzione (mentre proprio recenti scandali di corruzione sembrano essere stati la ragione primaria della sconfitta dei repubblicani), McCain è un personaggio televisivamente onnipresente (non solo nei talk show: l’anno scorso la sua autobiografia “Faith of my fathers” è stata trasposta in un film per la tv, mentre lui ha interpretato un cameo in un episodio del telefilm “24”), ed è talmente amato dai media da godere di buona stampa anche sulle testate di sinistra. 

Il filo conduttore della sua carriera è intessuto nelle battaglie politiche eterodosse e trasversali (“nonpartisan”, come ama definirle lui): McCain l’indipendente, McCain il cane sciolto, McCain l’uomo della fronda. Nel politichese americano è spesso definito un “R.I.N.O.”, “Republican in Name Only”, repubblicano solo di nome. Per questo molti guardano a lui ora che – come ha notato David Brooks sul New York Times – dopo decenni di egemonia “liberal” seguiti da decenni di egemonia conservatrice, sempre meno elettori si identificano con il Partito repubblicano, ma a ciò non corrisponde una maggior identificazione con il Partito democratico, bensì un continuo incremento di coloro che non si identificano né con l’uno né con l’altro. Avendo da tempo fiutato che le circostanze avrebbero fatto convergere su di lui i riflettori, durante la recente campagna elettorale, anziché attendere nell’ombra (nonostante  non fosse in corsa per la riconferma, il suo mandato al Senato scade nel 2010), ha preso parte a ben 131 “eventi” a fianco di aspiranti parlamentari o governatori (incluso Arnold Schwarzenegger, uno dei pochi governatori repubblicani riconfermati), e ha aiutato i suoi amici a raccogliere una decina di milioni di dollari di “fund raising”, divenendo un testimonial ambito.
Alle primarie repubblicane del 1999 era stato il solo a contendere seriamente la nomination a George W. Bush, proponendosi come alternativa “antiestablishmentarian” con un programma imperniato sulla proposta di una “grande riforma” del sistema di finanziamento delle campagne elettorali per ridimensionare il potere delle grandi lobby (tetto massimo all’ammontare dei finanziamenti consentiti, drastiche norme di trasparenza anti-fondi neri). Le altre differenze rispetto al programma di Bush erano una maggior cautela sui tagli alle tasse (per questo i libertari del Cato e l’American for tax reform di Grover Norquist non si fidano di lui), una spiccata disponibilità a dare ascolto agli ecologisti sul problema del “global warming” e il rifiuto di rincorrere la “destra religiosa” (i cui leader Pat Robertson e Jerry Falwell bollò con la definizione di “agenti dell’intolleranza”). Padre di sette figli (di cui alcuni adottivi), McCain è episcopale praticante come Bush, ma non è solito sbandierarlo; fervente antiabortista, durante le primarie dichiarò tuttavia di ritenere l’aborto legale negli Usa un “male necessario” perché l’unica alternativa all’aborto clandestino, e fece infuriare la destra “pro life” affermando che se fosse divenuto presidente non avrebbe basato la scelta di nuovi membri della Corte suprema sulla loro posizione in materia di aborto. E poi, soprattutto, c’era la politica estera. Bush si era presentato con una piattaforma isolazionista, in polemica con l’interventismo umanitario clintoniano. McCain prometteva, invece, una politica estera interventista e “missionaria” (“noi interverremo in qualunque parte del mondo dove un bambino muore di fame o un uomo viene ucciso”). Non a caso il Weekly Standard, principale settimanale neoconservatore, sosteneva McCain e non Bush: era il senatore dell’Arizona, e non l’allora governatore del Texas, a proporsi come fautore di un impiego della leadership americana nella “esportazione della democrazia”, giungendo a sostenere che la “versione per il XXI secolo della dottrina Reagan” (il famoso “state rollback”, la cura dimagrante al peso dello stato) era quella di un “rogue-state rollback”, una cura dimagrante al peso degli “stati canaglia”. Non a caso tra i sostenitori di McCain c’era anche Jeane Kirkpatrick, già ambasciatrice “di ferro” all’Onu negli anni 80 per conto dell’Amministrazione Reagan. Quando nel febbraio 2000 McCain vinse le primarie del New Hampshire, e poi anche quelle in Michigan e in South Carolina, molti credettero che potesse farcela. Ma alla fine, pur avendo raccolto molti consensi soprattutto tra i cosiddetti elettori “indipendenti”, ebbe la peggio contro il candidato dell’estabilishment: si ritirò dalla corsa per la nomination, e rifiutò il posto da vicepresidente.

Dopo l’11 settembre 2001, tutto è cambiato. McCain è stato favorevolissimo alla guerra contro Saddam: “La liberazione consentirà che nuove voci definiscano una moderna società araba molto lontana dalla devastazione economica e politica compiuta dal nazionalsocialismo baathista”. Nel settembre 2003, dopo aver guidato la prima delegazione del Congresso degli Usa nell’Iraq liberato, si dichiarò ancora più convinto. E ancora oggi è tra i pochissimi a tenere il punto. E’ pur vero che nell’ultima campagna presidenziale John Kerry, suo amico personale e collega da una vita nella commissione Esteri del Senato (lui e McCain sono gli unici reduci del Vietnam ancora in carica come senatori, assieme al repubblicano Chuck Hagel), cercò di accaparrarselo come candidato alla vicepresidenza, ma lui rifiutò, e alla fine prese parte alla campagna elettorale del presidente Bush. 
All’indomani della rielezione si era perfino vociferato di un McCain segretario di stato nella seconda Amministrazione Bush, ma quando l’incarico andò a Condi Rice il senatore dell’Arizona rilasciò dichiarazioni di plauso entusiastico. Plauso che negli ultimi anni McCain ha confermato ogni volta che l’Amministrazione ha preso posizioni dure contro gli “stati canaglia”, e in particolare contro il regime iraniano: del resto era stato lui, nel lontano 1992, a firmare assieme al democratico Al Gore l’“Iran-Iraq Non-Proliferation Act”, la legge che prevedeva sanzioni contro gli stati che vendessero armi o tecnologia militare all’Iran o all’Iraq (legge la cui mancata applicazione fu poi denunciata in Parlamento dallo stesso McCain all’epoca dell’Amministrazione Clinton, allorché il New York Times svelò l’esistenza di un accordo segreto con la Russia per “chiudere un occhio” su forniture di armi da Mosca a Teheran). Ciò nondimeno, McCain non ha mancato di differenziarsi dall’Amministrazione Bush sulle politiche di difesa, mettendosi in mostra come uno dei più acerrimi nemici del segretario della difesa Donald Rumsfeld. E’ facile intuire la sua soddisfazione per il fatto che la testa del capo del Pentagono sia stata la prima a rotolare il giorno dopo la sconfitta elettorale, anche se nella conferenza stampa che ha convocato sul tema è stato signorilmente pacato, ha concesso a Rummy l’onore delle armi. La contrapposizione tra i due era scoppiata in occasione dello scandalo di Abu Ghraib: quando Rumsfeld comparve davanti alla commissione Difesa del Senato, fu McCain a martellarlo con le domande più aggressive, dall’alto del suo passato di sopravvissuto ai torturatori vietcong. Sull’onda di quella polemica, il senatore dell’Arizona presentò un emendamento al “defense bill” (la legge di bilancio della Difesa) per il 2006, che ha introdotto il principio che la tortura è una tecnica di interrogatorio vietata senza eccezioni di tempo e di luogo, e che tutti i prigionieri di guerra debbono essere registrati presso il Comitato internazionale della Croce rossa (in modo da por fine allo scandalo dei “detenuti fantasma”). L’emendamento fu approvato a larga maggioranza dal Senato nonostante il dissenso della Casa Bianca; dopodiché, il vicepresidente Dick Cheney e il direttore della Cia, Porter Goss, chiesero che fosse ritoccato inserendo un’esenzione per gli agenti della Cia in azioni “coperte” antiterroristiche all’estero. McCain rispose picche e si innescò un lungo braccio di ferro. Alla fine, poco prima del Natale 2005, con 208 voti a favore (di cui ben 107 repubblicani) e 122 contrari, anche la Camera approvò l’emendamento anti tortura nella versione “dura e pura” di McCain, il quale il giorno dopo sedeva nello studio ovale in conferenza stampa accanto a Bush mentre quest’ultimo, per arginare l’impatto mediatico della sconfitta subita, gli stringeva la mano annunciando di aver “fatto propria” la legge anti tortura (cioè di non avere intenzione di porre il veto). Nel settembre 2006 l’Amministrazione Bush ha riaperto la partita, spingendo perché il Senato approvasse un ridimensionamento dell’articolo 3 della Convenzione di Ginevra. Facendo fronda con due colleghi repubblicani, McCain ha ottenuto la bocciatura in commissione dell’emendamento voluto dalla Casa Bianca, per poi strappare un discusso compromesso che, secondo lui, dovrebbe determinare una volta per tutte il bando dei tre metodi di interrogatorio più violenti praticati dalla Cia (privazione del sonno, ipotermia forzata e simulazione di annegamento). Secondo alcuni commentatori, queste battaglie del senatore dell’Arizona potrebbero finire per alienargli il favore di molti elettori conservatori. Di opposto avviso l’opinionista Andrew Sullivan, il quale sul Sunday Times ha tessuto le lodi di McCain arrivando a proclamare che grazie a queste prese di posizione si è assistito all’inizio della fine di un conservatorismo degenerato in “ideologia basata sulla fede religiosa”, e al “risveglio” di un conservatorismo “inteso come filosofia politica che affonda le radici nello scetticismo nei confronti del potere”. 

L’opposizione di McCain alla politica di difesa “rumsfeldiana” va a di là di questo episodio. La sua posizione è sempre stata la stessa di Bill Kristol e Robert Kagan, che da anni chiedevano le dimissioni del capo del Pentagono, chiamandolo a render conto della scelta sbagliata di combattere una guerra “al risparmio”. Non a caso Kristol e Kagan figurano tra i suoi consulenti per la politica estera. Come Kristol e Kagan, McCain ha sempre contestato la strategia irachena di Rumsfeld della guerra “leggera” combattuta con pochi soldati e molta tecnologia, sufficiente ad abbattere rapidamente il regime ma non a restare ad aiutare la transizione verso la democrazia; e non ha mai cessato di ribadire la sua convinzione della necessità di un aumento delle truppe. Nel novembre 2005 intervenne al Senato chiedendo un incremento di 10 mila unità, come risposta a Kerry che chiedeva il ritiro di 20 mila soldati; e lo scorso ottobre, in piena campagna elettorale, ha rilanciato dichiarandosi convinto della necessità di mandare a Baghdad altre 20 mila unità, e ha fatto proprio il piano proposto dal generale Peter J. Schoomaker per mantenere in Iraq fino al 2010 l’attuale contingente di 141 mila uomini (anziché ritirarne 100 mila entro la fine dell’anno, come ipotizzato da altri esponenti del Pentagono). Attenzione, però: McCain ha sì posizioni da “falco”, ma sfugge al cliché del vecchio guerrafondaio organico alla lobby dell’industria militare. Al contrario, è uno dei pochi repubblicani a sedere nella commissione Difesa del Senato senza aver mai ricevuto in campagna elettorale finanziamenti dalla Boeing, e avendo ricevuto solo pochi spiccioli dalle altre industrie del settore (Lockheed, eccetera). Anche a livello di immagine, il suo è un personaggio complesso. Un aneddoto: nel documentario pacifista “Why We Fight”, premiato nel 2005 con il premio della giuria al Sundance Film Festival, McCain, intervistato, afferma che i timori espressi quarant’anni fa dal presidente Eisenhower rispetto al rischio che la politica di difesa degli Usa finisse per essere influenzata più dalle lobby del “complesso militare-industriale” che non dalla ricerca del bene della nazione si sono “sventuratamente avverati”. Eugene Jarecki, regista e autore del film, ha raccontato che nei dibattiti dopo la proiezione la gente gli chiedeva spesso “se McCain sia il nuovo Dwight Eisenhower”. In effetti, McCain in questi anni ha dato segnali di una visione di politica estera e di difesa che sarebbe difficile etichettare come “conservatrice”. Assieme al collega democratico Joe Lieberman (trionfatore delle elezioni del 7 novembre) presentò il disegno di legge “A.D.V.A.N.C.E. Democracy Act”, che chiedeva agli Stati Uniti di promuovere e rafforzare la democrazia nel mondo con mezzi pacifici, conferendo appositi poteri al dipartimento di stato e prevedendo l’istituzione di un ufficio “Movimenti democratici e transizioni”, nonché di “centri regionali” operativi dedicati alla promozione della democrazia, e un incremento di 250 milioni di dollari l’anno dei fondi stanziati per aiutare i gruppi democratici, con un investimento sulla Community of Democracies talmente concreto da includere l’edificazione di un apposito palazzo che ne ospiti il quartier generale. E sempre in tandem con l’amico Lieberman, presentò alcune proposte di risoluzione che chiedevano di sospendere la Russia di Putin dal G8 e di boicottare il summit tenutosi a luglio a San Pietroburgo. Inoltre, a quattro mani con l’ex segretaria di stato Madeleine Albright firmò due anni fa un appello sul Washington Post per il regime change in Birmania e la liberazione della leader nonviolenta Aung San Suu Kyi.

Quanto alla politica interna, McCain ha mantenuto le distanze rispetto all’Amministrazione Bush censurando la sua linea sulla spesa pubblica, accusandola di “scialare come un marinaio ubriaco”. Ma il dato di maggior interesse – anche considerando quelli che sembrano essere stati i temi che hanno maggiormente influito sull’esito delle elezioni di medio termine – è che nel 2005 è stato McCain a presentare, assieme al senatore democratico Ted Kennedy (il tandem trasversale è il suo marchio di fabbrica), il disegno di legge sull’immigrazione che per quasi un anno è stato il tema più “caldo”. La sua proposta prevedeva in origine la concessione di un permesso di soggiorno triennale a 400 mila lavoratori stranieri l’anno, e una sanatoria una tantum a ognuno dei quasi 11 milioni di immigrati clandestini che già si trovano in America, a patto che il clandestino si faccia schedare, paghi le tasse arretrate e una multa di tremila dollari e passi un esame di lingua inglese. Mossa coraggiosa, anche perché proprio nello stato di McCain, l’Arizona, corre un bel tratto del confine-colabrodo tra Usa e Messico, principale via d’ingresso per l’immigrazione clandestina. Altrettanto coraggiosa, peraltro, è stata la scelta di Bush (a ridosso del “suo” Texas corre il tratto più lungo di confine messicano), che ha appoggiato la proposta di McCain, seppur suggerendo alcuni ammorbidimenti, e poi, con un brillante discorso alla nazione, ha chiesto al Parlamento di approvare una legge il più possibile “inclusiva”, ricordando che uno degli inventori di Google è un immigrato di origine russa, e che l’architetto che progettò la Casa Bianca e il Campidoglio di Washington era un immigrato di origine irlandese. Buona parte dei parlamentari repubblicani (incluso il capogruppo al Senato Bill Frist) ha puntato i piedi contro il provvedimento, ma a Pasqua un gruppo trasversale di senatori ha approvato un emendamento di compromesso che ha “moderato” la riforma riservando la sanatoria ai soli clandestini che possano dimostrare di trovarsi negli Usa da almeno cinque anni, e il permesso di soggiorno a quelli presenti da almeno due. Dopo mesi di braccio di ferro e di manifestazioni di piazza da parte degli immigrati, il Senato ha messo ai voti il testo emendato. Nella sua dichiarazione di voto, McCain ha raccontato la storia di Riayen Tejada, padre di due bambine, immigrato a New York da Santo Domingo con il sogno di diventare cittadino americano e di fare il soldato nel corpo dei Marines, sottomessosi agli obblighi implicati dalla cittadinanza prima ancora di aver avuto accesso ai diritti che spettano a ogni americano”, ucciso a Baghdad in un attentato mentre serviva come sergente benché ancora non cittadino.
Nella notte fra il 25 e il 26 maggio, con 62 voti a favore (di cui solo 23 repubblicani) e 36 contrari (di cui 32 repubblicani), il Senato ha approvato la riforma; manca però il consenso della Camera, dove anzi negli stessi mesi era stato polemicamente approvato un testo di segno opposto. Ora che però la maggioranza alla Camera è tornata in mano ai democratici, lo scenario è ribaltato, e il progetto McCain-Kennedy potrebbe andare in porto: paradossalmente, grazie al voto dei deputati democratici eletti battendo quelli repubblicani che McCain aveva sostenuto in campagna elettorale. Tant’è che il giorno dopo le elezioni il Los Angeles Times è uscito con un editoriale che esordiva proclamando: “In Arizona il voto è stato un referendum sulle politiche sull’immigrazione. E a vincerlo è stato John McCain”.
Per la Right Nation vincere le presidenziali del 2008 sarà una missione difficile, non solo per via del fisiologico calo di consenso registrato alle elezioni di medio termine, ma anche perché mantenere lo stesso colore politico dalla Casa Bianca per tre mandati consecutivi è un’impresa riuscita, nell’ultimo mezzo secolo, solamente a Bush padre (che nel 1988 succedette ai due mandati di Reagan). Se in campo democratico la nomination di Hillary Clinton alla riconquista della residenza già abitata in qualità di first lady viene data quasi per scontata, i due nomi che ricorrono e si rincorrono nei pronostici sulla nomination repubblicana sono quelli di John McCain e dell’ex sindaco di New York Rudy Giuliani. Ma Giuliani, essendo “pro choice” e “pro gay”, risulta “simply too liberal for many Republicans”, come ha ben sintetizzato un opinionista di Fox News, “simply too liberal” per farlo digerire alla “destra religiosa”. McCain, invece, memore della sconfitta del 2000, sta pazientemente tessendo un complesso patto di non belligeranza con quell’area. Badando però a non svendere la sua connotazione liberale: nell’estate del 2006 è stato uno dei 19 senatori repubblicani ad aver votato (con la minoranza) a favore del finanziamento con fondi federali della ricerca sulle cellule staminali embrionali. E nello stesso periodo è stato uno dei 48 senatori a far mancare la maggioranza qualificata al “Federal Marriage Amendment”, la proposta di emendamento che avrebbe introdotto nella Costituzione degli Usa il divieto di matrimoni gay: pur dicendosi nel merito favorevole al divieto, ha votato contro spiegando che per lui questa materia è e deve restare di esclusiva competenza della legislazione di ciascun singolo stato. Si è così guadagnato l’anatema di Richard Land, leader della Southern Baptist Convention (che negli Usa è la seconda Chiesa dopo quella cattolica), il quale aveva proclamato che la nomination di McCain per il 2008 sarebbe dipesa proprio dal suo appoggio a quell’emendamento. Presto sapremo se la minacciosa profezia di Land sarà confermata dai fatti. Quel che è certo è che nel 2008 il senatore dell’Arizona avrà 72 anni (Ronald Reagan, quando divenne presidente, ne aveva “soltanto” 69). Parecchi, ma non è detto siano troppi.

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