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Che cosa succede nello Stretto di Hormuz?

I pasdaran iraniani al servizio dell’ayatollah Ali Khamenei si starebbero preparando a un’esercitazione militare nel Golfo Persico. Ma un blocco dello Stretto innescherebbe immediatamente una risposta internazionale

2 Agosto 2018 alle 20:33

Che cosa succede nello Stretto di Hormuz?

Un'immagine della ayatollah Ali Khamenei durante le celebrazioni per la giornata delle forze armate a Teheran (foto LaPresse)

Le Guardie della Rivoluzione, i pasdaran iraniani al servizio della Guida suprema, l’ayatollah Ali Khamenei, si starebbero preparando a un’esercitazione militare nel Golfo Persico. Secondo fonti ufficiali americane menzionate dall’emittente CNN, questo potrebbe accadere già nei prossimi giorni. Da mesi, politici e militari iraniani sollevano l'ipotesi di una chiusura dello strategico Stretto di Hormuz, per contrastare la promessa fatta dal presidente Donald Trump di sanzionare tutti quei paesi che continueranno ad acquistare greggio da Teheran. L’America a maggio si è infatti ritirata dall’accordo sul nucleare, firmato nel 2015 da diversi membri della comunità internazionale e dall’Iran. Quell’intesa ha messo fine ad anni di misure economiche nei confronti del paese, ma oggi Washington ne studia di nuove. Così, già a marzo il presidente iraniano Hassan Rouhani ha minacciato in caso di sanzioni un blocco dello stretto di Hormuz. Attraverso quei pochi chilometri di mare che separano l’Iran dalla Penisola arabica, e collegano il Golfo dell’Oman al Golfo Persico, passano milioni di barili di greggio al giorno. Nei mesi passati, i vertici delle Guardie della Rivoluzione hanno fatto minacce simili a quelle di Rouhani: se all’Iran non è permesso vendere il proprio greggio, non potranno farlo neppure gli altri paesi. E in questo caso, gli altri paesi sono quei potentati sunniti del Golfo, alleati dell’America e in perpetuo contrasto politico con il rivale regionale per eccellenza, l’Iran sciita.

 

 

La notizia di possibili esercitazioni militari iraniane capaci di bloccare la navigazione in quelle acque arriva pochi giorni dopo la dichiarazione di Donald Trump di essere pronto a incontrare i leader iraniani “senza precondizioni”. Le parole del presidente americano sono state poco dopo rettificate dal segretario di stato Mike Pompeo: “Se gli iraniani mostreranno impegno a portare a termine cambiamenti fondamentali nel trattamento della popolazione, nella riduzione del loro atteggiamento maligno, nella volontà di aderire a un trattato nucleare che realmente blocchi la proliferazione, allora il presidente sarebbe pronto a sedersi e avere con loro una conversazione”.

 

Per ora, la strategia americana resta quella annunciata da Brian Hook, del dipartimento di stato: “L’obiettivo degli Stati Uniti è quello di aumentare le pressioni sul regime iraniano riducendo a zero le rendite petrolifere”. Il presidente Trump ha chiesto anche all’alleato saudita di aumentare la produzione di petrolio per contrastare la riduzione del greggio iraniano sul mercato internazionale. Con le nuove sanzioni americane imminenti, gli europei tentano in questi settimane di persuadere l’Iran a restare all’interno del trattato del 2015, ma per ora mancano proposte di negoziato concrete.

  

Dall’altra parte, l’Iran va avanti con le minacce sulla chiusura dello Stretto, come ha già fatto in passato, anche se per molti analisti le dichiarazioni di politici e militari non si concretizzeranno: attraverso lo Stretto torna verso l'Iran anche il petrolio raffinato che serve a un paese in questo momento attraversato da quotidiane manifestazioni contro il regime per la difficile situazione economica e il crollo della moneta nazionale

 

Come spiegava già nel 2010 Yoel Guzansky in un articolo per l’Institute for National Security Studies dell’università di Tel Aviv, con la minaccia di chiusura di quelle acque l’Iran vuole scoraggiare la comunità internazionale dall’imposizione di misure economiche. La sola minaccia di un blocco, infatti, rischia di avere un impatto sul prezzo del petrolio a livello mondiale. Lo Stretto di Hormuz è il più importante snodo per il traffico di petrolio via mare. Secondo i dati della U.S. Energy Information Administration, agenzia indipendente di statistiche del Dipartimento per l’Energia americano, 18,5 milioni di barili al giorno passano per Hormuz, oltre il 30 per cento del traffico di greggio via mare mondiale. L’80 per cento del petrolio che transita per lo Stretto è diretto sui mercati asiatici di Cina, Giappone, India, Corea del Sud, Singapore. Una importante informazione fornita sempre dalla Energy Information Administration è che al momento “la maggior parte delle opzioni per aggirare Hormuz non è operativa”

 

Nel punto più stretto, la costa dell’Oman e quella dell’Iran distano soltanto 33 chilometri. Le petroliere viaggiano all’interno di due “corsie” di 3,2 chilometri, in entrata e in uscita. A vigilare su questa strategica rotta commerciale, c’è tra gli altri la Quinta Flotta americana, con base in Bahrein. Un blocco dello Stretto innescherebbe immediatamente una risposta internazionale perché, come ha ricordato il segretario alla Difesa americano James Mattis, “l’economia mondiale dipende dal rifornimento energetico che transita fuori da lì”. Secondo il capitano William Urban, un portavoce del CENTCOM americano, ci sarebbe in queste ore nel Golfo Persico e in quello dell’Oman un aumento delle operazioni navali iraniane.

 

“Se l’Iran scegliesse di chiudere militarmente lo Stretto di Hormuz, gli Stati Uniti e gli alleati del Golfo sarebbero in grado in pochi giorni di riaprirlo”, ha spiegato l’ammiraglio in pensione James  Stavridis all’emittente CNBC. La forza navale americana è superiore a quella iraniana, anche se negli anni Teheran ha sviluppato quella che l’International Crisis Group ha definito una “forma di guerriglia marittima”, ovvero l’utilizzo di piccole e veloci imbarcazioni per infastidire e provocare la marina degli Stati Uniti. Un qualsiasi tipo di scontro navale in quelle acque rappresenterebbe un raro confronto diretto tra America e Iran, che nella regione si contrappongono solitamente attraverso il sostegno dei rispettivi alleati. Nel 1988, dopo che una fregata americana fu colpita da una mina navale posta nel Golfo dall’Iran, l’America nell’operazione militare Praying Mantis danneggiò gran parte delle forze navali di Teheran.

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