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Trump benedice la campagna di “massima pressione” sull’Iran

Fare i conti senza Putin. Pompeo e Bolton chiamano a raccolta una coalizione anti iraniana, con Bibi in prima fila

Mattia Ferraresi

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ferraresi@ilfoglio.it

23 Luglio 2018 alle 21:31

Trump benedice la campagna di “massima pressione” sull’Iran

Proteste a Teheran (foto LaPresse)

New York. A conclusione di un fine settimana di tweet furiosi sulla caccia alle streghe dal suo golf club in New Jersey, Donald Trump ha aggredito il presidente dell’Iran, Hassan Rohani, con un infuocato messaggio tutto in maiuscolo: “Mai, mai minacciare gli Stati Uniti o pagherete conseguenze che pochi nella storia hanno sofferto prima. Non siamo più un paese che sopporta le vostre parole dementi di violenza e morte. State attenti!”. Le parole “dementi” che hanno scatenato le ire del presidente americano sono quelle pronunciate da Rohani in un’intervista al network di regime Irna, in cui diceva che gli Stati Uniti devono capire che “la guerra con l’Iran è la madre di tutte le guerre e la pace con l’Iran è la madre di tutte le paci”. Il presidente ha concluso con tono minaccioso: “Non giocate con la coda del leone, ve ne pentirete in eterno”. La veemente reazione di Trump è parte della risposta coordinata di un’Amministrazione piena di falchi anti iraniani che hanno messo i rapporti con Teheran anche al centro dei dialoghi con Vladimir Putin, protettore del regime degli ayatollah. Cosa si siano detti Trump e Putin a Helsinki nel faccia a faccia senza delegazioni rimane un mistero, ma di certo propiziare l’allontanamento fra Russia e Iran è una priorità dell’Amministrazione, resa ancora più urgente dall’insistenza di Israele e Arabia Saudita, gli alleati più ascoltati. Il segretario di stato Mike Pompeo ha fatto due giorni fa un appassionato discorso alla Reagan Foundation, in California, davanti a una platea di iraniani-americani, nel quale si è rivolto direttamente al popolo iraniano: “Gli Stati Uniti vi ascoltano, vi sostengono e sono con voi”.

     

Da mesi in Iran va in scena una rivolta popolare a bassa intensità, inizialmente seguita e poi abbandonata dai riflettori dei grandi media internazionali, e Pompeo ha confermato che il governo sostiene e incoraggia i sommovimenti popolari con una politica di “massima pressione” sulla leadership iraniana che è in netto contrasto con le prescrizioni della dottrina Obama: il presidente si era rifiutato nel 2008 di incoraggiare l’Onda verde contro l’allora presidente Mahmoud Ahmadinejad e aveva teorizzato la necessità di non interferire negli affari interni iraniani per poter negoziare un accordo sulla proliferazione nucleare. Il deal è stato siglato, con enormi resistenze anche all’interno del Partito democratico americano, ed è ben presto stato fatto saltare da Trump, assecondato dalla squadra di falchi di cui si è circondato. Pompeo ha esordito a maggio nel suo ruolo di capo della diplomazia americana con un discorso pubblico di inusitata aggressività sul regime iraniano, sostenendo apertamente l’ipotesi di un regime change. Un alleato di ferro su questo fronte è John Bolton, consigliere per la Sicurezza nazionale che dopo l’esplosione di Trump via Twitter ha confermato che – fatto non scontato – si tratta di una scelta strategica condivisa: “Ho parlato con il presidente negli ultimi giorni e mi ha detto che se l’Iran farà qualunque cosa di sbagliato pagherà un prezzo come nessuno lo ha mai pagato”.

    

Pompeo nel suo discorso ha attaccato la Guida suprema, Ali Khamenei, che ha “un fondo occulto di 95 miliardi di dollari” grazie al quale tiene insieme un regime ai limiti del collasso e ha detto che l’obiettivo finale di questa nuova fase strategica è quello di “garantire a ogni iraniano la qualità della vita di cui godono gli iraniani-americani”. Ha anche mobilitato una potenziale coalizione: “Chiediamo a ogni nazione che non ne può più del comportamento distruttivo della Repubblica islamica di unirsi alla nostra campagna. Questo vale specialmente per i nostri alleati in medio oriente e in Europa, popoli che sono stati a loro volta terrorizzati dalle attività violente del regime per decenni”. Il primo ministro di Israele, Benjamin Netanyahu, è stato naturalmente il primo ad aderire all’appello, magnificando la “dura posizione” presa da Trump e mettendosi sulla scia di Pompeo nel distinguere fra la leadership fanatica e il popolo oppresso che va sostenuto nel suo dissenso; l’Arabia Saudita da decenni sostiene la posizione articolata dal segretario di stato. Nell’equazione geopolitica sfugge però il non secondario fattore russo.

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