Perché le ambizioni politiche di Zuckerberg si fermano a Cambridge

Lo scandalo di Facebook non sarà un problema per Facebook ma per il fondatore. Il padrone dei dati potrà mai candidarsi?

Alberto Brambilla

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20 Marzo 2018 alle 19:12

Perché le ambizioni politiche di Zuckerberg si fermano a Cambridge

Mobile World Congress a Barcellona, Femen contro Zuckerberg (foto LaPresse)

Roma. Dopo un collasso del 7 per cento lunedì, le azioni di Facebook hanno continuato a scivolare mentre gli investitori cercavano di valutare le ricadute dei titoli da prima pagina sul fatto che Cambridge Analytica, una società di data mining, abbia impropriamente collezionato i dati di 50 milioni di utenti americani su Facebook senza il loro permesso. Usandoli anche per la campagna elettorale di Donald Trump nel 2016, secondo un whistleblower che ha parlato al Guardian e al New York Times. Facebook accusa Cambridge di avere ottenuto informazioni su 270 mila persone in modo scorretto perché hanno scaricato un’applicazione descritta come un test di preferenze personali – e non per fare marketing politico. I dati includevano anche gli amici e i loro “mi piace”. Il board di Cambridge Analytica ha sospeso il ceo Alexander Nix ed è pendente un’indagine sul suo operato. Scaricare la responsabilità su una società esterna non sta però distogliendo l’attenzione dal social network più popolare al mondo, che ha perso circa 40 miliardi di capitalizzazione di Borsa in due sedute, dal momento che il marketing politico e commerciale è essenziale alla sua attività. 

  

Le autorità nazionali e sovranazionali minacciano provvedimenti. Bloomberg ha riferito che la Federal trade commission americana indagherà sull’uso dei dati. Nel Regno Unito il commissario per la sicurezza delle informazioni ha chiesto accesso ai server di Cambridge. Un comitato parlamentare ha chiesto a Zuckerberg di rispondere a domande sulle “fake news” dal momento che le autorità cercano di valutare se i dati personali siano stati usati per manipolare le elezioni o le opinioni. Anche l’Unione europea promette indagini. Il rischio legale potrà peserà ancora sul titolo, ma non è scontato si arrivi a sanzioni pecuniarie. Maurizio Mensi, docente di Diritto dell’informazione alla Sna e all’Università Luiss, dice che “i fatti in questione sono ben noti alle autorità garanti della privacy europee che però si sono mosse con ritrosia in questi anni” e che ““l’irrogazione delle eventuali sanzioni presuppone l’accertamento delle specifiche responsabilità in capo a Facebook e Cambridge Analytica, oltre che la verifica della normativa applicabile, americana o europea. All’interno dell’Unione europea a partire dal 25 maggio sarà applicabile il regolamento 679/2016, che inasprisce le sanzioni e prevede che siano soggette alla sue norme anche le piattaforme digitali che trattano i dati personali dei cittadini europei”. Tuttavia per Facebook non è detto che quest’ultimo scandalo sarà distruttivo. Oppenheimer, gestore di grandi patrimoni, lo vede come un’opportunità di speculazione nell’aspettativa di una risalita del prezzo delle azioni. Il caso “Cambridge Analytica” dimostra in modo plateale che Facebook è probabilmente lo strumento più potente mai esistito per la propaganda politica, anche più della televisione, e che la massa di dati su 2 miliardi di utenti nel mondo è a sua esclusiva disposizione e potrà decidere di venderli a prezzi discrezionali. “La profilazione degli utenti in base ad accurati studi psicosometrici è ormai diventato uno strumento di lotta politica e consente alle piattaforme digitali di inviare loro messaggi strutturati, tali da orientare e condizionare il voto. Barack Obama aveva sfruttato abilmente a suo vantaggio la raccolta e l’analisi dei Big data degli elettori americani. Alla base di tutto vi sono gli algoritmi, scatole nere a cui tali società hanno finora negato l’accesso, le cui regole di funzionamento restano un mistero. Quello che è certo – aggiunge Mensi – è che le piattaforme come Facebook e Google hanno ormai gettato la maschera e non sono più da considerare attori neutrali del mercato”.

   

La campagna mediatica tende a colpire il presidente Trump. Chi rischia però di dovere dire addio alle sue ambizioni politiche è proprio il fondatore di Facebook Mark Zuckerberg. Negli ultimi anni ha cercato di lustrare la sua immagine, come altri super-ricchi della Silicon Valley – Bill Gates in testa – sostiene le cause dell’immigrazione e della ricerca scientifica attraverso la filantropia, ha un fondo di beneficenza insieme alla moglie Priscilla Chan, viaggia per l’America per capire gli effetti della globalizzazione dal punto di vista di chi è rimasto indietro, dà un’immagine di sé da capo di stato postando foto con il primo ministro indiano Narendra Modi o Papa Francesco, dopo anni di ateismo è diventato religioso, vorrebbe avere un incarico pubblico senza cedere completamente la sua quota in Facebook (in parte se n’è già liberato), pensa che la mancanza di esperienza non sia più un ostacolo per chi vuole fare politica (modello 5 stelle), un anno fa ha pubblicato il suo manifesto in cui si poneva l’obiettivo di sviluppare una infrastruttura sociale per la comunità, per tenerci al sicuro. Alla luce degli ultimi eventi come può essere permesso al “padrone” dei dati degli elettori di usare le loro informazioni personali per manipolarne le preferenze per scopi politici? Probabilmente per le prossime elezioni americane, nel 2024, molti avranno dimenticato il caso Cambridge. A meno che un post su Facebook non riaffiori all’improvviso dal passato a ricordarlo.

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