cerca

Mondo senza America

Il disimpegno americano facilita i nuovi focolai di guerra anche tra “alleati”. Vedi turchi e curdi

25 Gennaio 2018 alle 06:22

Mondo senza America

Guerriglieri siriani alleati con i turchi avanzano al confine tra Siria e Turchia, verso Hassa (foto LaPresse)

Roma. In questi anni la Siria è stata il laboratorio dove tutte le tendenze si sono manifestate in anticipo: il ritorno dello Stato islamico, l’ascesa della Russia in campo internazionale, il dilagare delle fake news, la crisi migratoria, persino la destra sovranista. Guardare la Siria era un buon modo per capire che piega avrebbero preso gli eventi. E tra queste tendenze c’era anche – anzi: soprattutto – il progressivo disimpegno degli Stati Uniti dalle faccende del mondo. Prima l’Amministrazione Obama e poi l’Amministrazione Trump avevano promesso ai loro elettori un graduale distacco della politica americana dai dossier esteri e più o meno hanno mantenuto l’impegno. Soprattutto se si fa un confronto con i loro predecessori, che avevano invece interpretato il ruolo dell’America come quello di una guida per il resto del mondo – sia che si trattasse di intervenire in Somalia e nei Balcani, come fece Bill Clinton, sia che si trattasse di reagire al peggiore attacco terroristico della storia, come toccò fare a George W. Bush. Ora invece l’America si è ripiegata su se stessa e si vede, perché ha molta meno presa sugli eventi e ha perso la sua capacità di farsi ascoltare. Quando a settembre ha chiesto ai curdi iracheni di non procedere con il loro referendum indipendentista, la richiesta è stata completamente ignorata. Il risultato è che i curdi si sono mossi verso la separazione dall’Iraq e il governo iracheno ha attaccato il Kurdistan (che con Washington aveva un rapporto di fraterna collaborazione) con soldati addestrati dagli americani e con mezzi arrivati dall’America per bloccare il processo. Soltanto il fatto che i curdi iracheni abbiano accettato di perdere zone per loro molto importanti ha evitato, per adesso, che si aprisse un conflitto che potrebbe trascinarsi a lungo.

  

Il risultato è che a Erbil apparvero scritte – in inglese, perché dirette a lettori internazionali – che accusavano l’America di essere “traditrice”, nella stessa città dove in libreria si può vedere spiccare in bella vista la biografia di George W. Bush, perché la guerra in Iraq del 2003, considerata dal resto del mondo un carnaio che ancora deve essere risolto, lì fu il momento della grande liberazione da Saddam Hussein.

 

In Siria, che come si è detto è il laboratorio mostruoso di queste tendenze, è andata ancora peggio. La Turchia, secondo paese della Nato dopo l’America, ha lanciato un’operazione militare contro i curdi siriani e le loro Unità di difesa popolare, Ypg, che altro non sono che una declinazione delle Sdf, le forze direttamente armate, finanziate e addestrate dagli americani per combattere con successo contro lo Stato islamico. Due interlocutori che in teoria dovrebbero prestare ascolto a quello che dice la Casa Bianca – per ragioni di mera convenienza politica – si stanno sparando addosso. Stava all’Amministrazione Trump tentare di trovare un compromesso e di trattenere gli istinti di guerra di Istanbul, ma non è successo. Si dice che ci sia stata soltanto una richiesta flebile dal parte dell’America ai turchi, “non trascinate questa operazione a lungo, fate una cosa veloce”.

 

Il vero assenso necessario è stato dato dai russi, che di fatto hanno autorizzato l’attacco dei soldati turchi e con poche ore di anticipo hanno ritirato il loro contingente militare in quella zona – che era stato spedito lì proprio per scoraggiare eventuali iniziative turche. Al centro di questo scenario di impotenza o di indifferenza (ma gli effetti pratici sono gli stessi), c’è la figura immobile di Rex Tillerson, segretario di stato americano, le cui parole sono spesso contraddette dalle rasoiate via tweet del suo diretto superiore Donald Trump. Due giorni fa Tillerson ha detto che la Russia è la responsabile ultima degli attacchi chimici lanciati dal governo siriano questa settimana (con gas al cloro e ordigni rudimentali, se non ne siete a conoscenza è perché per colpa degli standard orrendi della guerra civile siriana soltanto i massacri con l’agente nervino fanno notizia) perché viene meno al ruolo di garante che s’era assunta davanti alle Nazioni Unite. L’anno scorso l’Amministrazione Trump aveva preso una posizione fortissima contro l’uso di armi chimiche, rafforzata da un raid missilistico. Ma Tillerson sembra terribilmente patetico e inascoltato mentre lancia i suoi moniti. Non lo ascoltano, non riesce più a farsi ascoltare.

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Commenti all'articolo

  • lorenzo tocco

    lorenzo tocco

    25 Gennaio 2018 - 19:07

    Il peso politico americano è andato via via diminuendo per via degli effetti nefasti della politica di Obama, il cui motto "leading from behind" (cioè non sporchiamoci le mani) ha consentito prima la tragedia libica, poi il mattatoio in Siria, quindi il nefasto trattato con l'Iran e nel mentre il laissez-faire verso la Corea del Nord. Forse pensava così di meritarsi ex post il suo incredibile Nobel per la pace. Trump deve quindi fronteggiare i problemi di politica estera partendo da una posizione di debolezza che non ha causato lui.

    Report

    Rispondi

Servizi