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Hillary dovrebbe riguardarsi il debate a due tra Occhetto e Berlusconi, e attrezzarsi

La vera ragione della vittoria a sorpresa di Berlusconi nel 1994 era la stessa della minacciosa, incalzante avanzata di Trump. Il focus o mirino era infallibilmente su temi popolari, in parte nuovi, non tutti davano sicurezza programmatica, ma erano quelle le bandiere, e la bandiera delle bandiere era l’idea incarnata di un uomo molto ricco che si dedicava al suo paese e non aveva bisogno di arricchirsi.

18 Settembre 2016 alle 06:00

Hillary dovrebbe riguardarsi il debate a due tra Occhetto e Berlusconi, e attrezzarsi

Può essere che alla fine Hillary la sfanghi con la sua macchina organizzativa. E’ una possibilità, ma non molto più di questo (foto LaPresse)

Tra poco si vedono a due in tv, Trump e Hillary. Lei è colpita tra le altre cose dal collasso, dal segreto mendace che ha avvolto per un paio di giorni la polmonite. Lui è colpito dieci, cento volte di più: gli basta essere sé stesso e fioccano le gaffe, gli eccessi, gli aspetti implausibili di una candidatura divenuta plausibilissima, almeno secondo la media degli ultimi sondaggi. Il riccone e caciarone è ben piazzato, è appollaiato sul muro antimessicani, sulla libertà di usare le armi, sul solito piano radicalmente antifiscale, sui jobs e la denuncia protezionista dei trattati di libero scambio, sulla descrizione tetra di un’America che c’è e non c’è ma è percepita con le tinte fosche, apocalittiche che Trump sa usare così bene.
 
Nella primavera del 1994 Berlusconi affrontò Occhetto. Non che Occhetto fosse impreparato o particolarmente antipatico, ma scelse un vestito color sabbia che si vedeva troppo e dava sullo snob. Si citò come navigatore, uomo di barca, e il Cav. fu pronto nel rispondergli “beato lei che va in barca, a me tocca lavorare”. Berlusconi era simpatico, aveva il sorriso giusto per persuadere o sedurre, un doppio petto standard con cravatta a palline che resterà a lungo nella memoria, e una batteria di argomenti implausibili secondo il linguaggio tecnico della politica dei partiti, ma suffragati da uno slancio ideale tipico dell’homo novus, prometteva miracoli e un milione di posti di lavoro, lo smantellamento del vecchio stato burocratico e il ripristino dell’individuo liberale come cuore, nocciolo della società. Aveva qualcosa di Huey Long, (Every man is a King) quando cantava che bisognava avere il sole in tasca.
 
Occhetto in tasca aveva la sua “macchina da guerra”, troppo enfatico e poco brillante, la sua “carovana”, allusi one anche troppo evidente al fatto che se l’altro si presentava come leader assoluto lui era il portavoce di una coalizione di vecchie stelle della politica appena travolte dalle inchieste milanesi sulla corruzione e dal tam tam mediatico che le accompagnò con la solita vile ferocia. Poi esibiva vecchi solidi valori, diciamo così, di sinistra, ma senza crederci troppo. Una minestra riscaldata. Servita a gruppi sociali o constituencies insoddisfatte del vecchio assetto repubblicano.
 
La vera ragione della vittoria a sorpresa di Berlusconi era la stessa della minacciosa, incalzante avanzata di Trump. Il focus o mirino era infallibilmente su temi popolari, in parte nuovi, non tutti davano sicurezza programmatica, non per tutti si poteva parlare di un assoluto rigore, anzi, ma erano quelle le bandiere, e la bandiera delle bandiere era l’idea incarnata di un uomo molto ricco che si dedicava al suo paese e non aveva bisogno di arricchirsi e poteva permettersi di parlare senza la lingua di legno o la mordacchia del politico tradizionale.
 
Sono cose semplici, nell’arte della comunicazione politica in era televisiva, moltiplicati tutti gli effetti e i tempi e la penetrazione e il tono, adesso, dal cumulo di televisione e social media. La forza di Trump è in quella che Mattia Ferraresi chiama la sua febbre, così diversa da una polmonite che porta a un collasso in pubblico. E dal suo battere il tamburo sempre sulle stesse cose, nel segno dell’autarchia, oggi popolare come idea, e dell’arte del deal, cioè del concludere un affare con vantaggio. Può essere che alla fine Hillary la sfanghi con la sua macchina organizzativa, la capacità di portare la sua gente a votare, l’aggressiva ostilità delle minoranze e di molte donne al suo rivale. Può essere. E’ una possibilità, ma non molto più di questo. E ora vediamo come va il primo dei debates.
 

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