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Il sogno americano è venuto a noia, se anche l’appartamento ha sostituito il focolare “open plan”

15 Settembre 2016 alle 06:18

Il sogno americano è venuto a noia, se anche l’appartamento ha sostituito il focolare “open plan”

Il sogno americano ha caratteristiche precise. Una famiglia, un giardino, una macchina spaziosa  per l’attrezzatura da campeggio, un barbecue per le domeniche nel regno di suburbia ma soprattuto una casa. Non una casa qualunque: il sogno, nella sua forma archetipica, prevede una villetta indipendente “open plan”, cioè senza divisioni fra cucina, sala da pranzo e soggiorno, in modo che la mamma possa vedere i figli che giocano mentre lei prepara i cookie. Questa enfasi sul focolare, sullo spazio domestico comune, era il proseguimento urbanistico-antropologico delle intuizioni “usoniane” di Frank Lloyd Wright. Nel boom del dopoguerra l’abitazione “open plan” è stata forsennatamente costruita, promossa, reclamizzata e venduta come quintessenza della vita americana. Non possederla, o non aspirare a farlo, significava abdicare al sogno, rinunciare alla grande promessa piccolo-borghese che è la caratteristica fondante dei baby boomers. La storia chiarirà qual è il tratto essenziale dei millennial, l’inafferrabile balena bianca degli scienziati sociali e del marketing (il narcisismo? L’impoverimento? La disillusione? L’ironia? La solitudine? Il boh? Boh) ma di certo c’è che la casa è uscita dall’ordine del praticabile e forse anche del desiderabile. I giovani americani hanno una situazione economica meno stabile dei loro genitori ma nemmeno con il mercato immobiliare più depresso degli ultimi decenni sognano d’avventurarsi nella realizzazione di sogni un po’ datati.

 

Anche perché il focolare “open plan” di Usonia ha un senso soltanto nel contesto di aspirazioni familiari che vanno svanendo. Invece della famiglia i millennial hanno gli animali domestici, e invece della casa col backyard l’appartamento in affitto, possibilmente condiviso con uno sconosciuto trovato su craigslist. Un sondaggio dell’agenzia Mintel dice che tre quarti degli americani che hanno da poco superato i trent’anni possiedono un cane e la metà circa ha un gatto. In generale, il 50 per cento degli americani ha un cane e il gatto arriva a fatica al 35 per cento della popolarità. Gli studi di psicologi e sociologi abbondano di osservazioni sul fatto che l’animale domestico è un sostituto dei figli: “Sono meno costosi, ne puoi prendere uno anche se non sei pronto per vivere con un’altra persona o sposarti, e possono farti compagnia”, ha detto Jean Twenge, psicologo della San Diego State University. L’approccio dei giovani all’animale domestico è del tipo scientifico-ossessivo: leggono manuali, fanno infinite ricerche sui cibi migliori, le abitudini più corrette, comprano vestiti per gli animali che, sempre secondo gli psicologi, hanno la sola funzione di farsi belli sui social.

 

Se ci fosse stato Instagram negli anni Sessanta i giovani americani avrebbero messo le foto della loro casa “open plan”, la grigliata della domenica, i bambini che scorrazzano nel prato con i cerbiatti che brucano sullo sfondo. Ora mettono il bulldog con il cardigan firmato. Il social come surrogato dell’esperienza, l’animale come surrogato del figlio, l’appartamento come surrogato del focolare “open plan”: tutte queste cose, messe assieme, non sono che il surrogato di un sogno americano che è venuto a noia.

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