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Fidarsi di Hillary?

Quel guaio antico del disamore e dell’opacità che è scoppiato tutto insieme nel “disastro di settembre”. I “miserabili” pesano più della polmonite. Ma come si cura l’ossessione per la segretezza?

14 Settembre 2016 alle 10:00

Fidarsi di Hillary?

Hillary Clinton (foto LaPresse)

Milano. Che la salute di un candidato alla presidenza americana sia davvero una questione che cambia le intenzioni di voto degli elettori è materia di un dibattito che, dal quasi-svenimento di Hillary Clinton domenica, pare imprescindibile, per quanto inutile (il picco di ironia è stato raggiunto dall’Huffington Post, con la foto di Donald Trump e il titolo “the sick man”, l’uomo malato, ché la salute non è soltanto quella fisica). Il problema è, non certo da oggi, che fidarsi di Hillary è un’impresa difficile, e che l’opacità sulla gestione del malore ha dimostrato ancora una volta la mancanza di trasparenza di una candidata che è sul palco da trent’anni, e ancora non è riuscita a conquistare il voto di chi chiede ai propri politici soltanto un po’ di genuinità. La morale spiccia di questa storia è che una nonna come Hillary dovrebbe saperlo: non si ignora quello che dice il dottore.

 

Se venerdì, quando il medico ha consigliato alla candidata di prendersi almeno cinque giorni di pausa e di mettersi a letto con gli antibiotici, Hillary gli avesse dato retta, non sarebbe incappata nel fine settimana più tragico di tutta la campagna elettorale. Venerdì non se ne sarebbe uscita con quella frase inopportuna sui sostenitori di Trump – “basket of deplorables” – che ha fatto impallidire la sortita di Mitt Romney, sfidante repubblicano di Barack Obama nel 2012, il quale decise di ignorare il 47 per cento dell’elettorato che viveva di sussidi e di vittimismo e che quindi non avrebbe mai votato un presidente come lui. Se avesse dato retta al dottore, Hillary non avrebbe dovuto smentire, rivedere, correggere, sminuire quella frase che la perseguiterà a lungo, e non sarebbe collassata in pubblico. Invece ora si trova a combattere su entrambi i fronti – che poi è uno: fidarsi di lei non è facile – e Trump è sufficientemente scaltro (o sufficientemente malato, chissà) da insistere sui miserabili più che sulla malattia: la polmonite passa, lo snobismo dell’élite contro cui si scaglia Trump no.


Trump dice che una candidata che ha una così povera opinione del popolo americano non potrà mai essere il presidente di tutti, Hillary risponde con un video in cui si ripercorrono tutte le frasi di disprezzo verso gli elettori scandite da Trump in questi mesi, Trump ribatte con un nuovo spot elettorale con il filmato di Hillary che dice “basket of deplorables” e una voce femminile che commenta: “Persone come te e te e te miserabili? Sapete che cos’è miserabile? Hillary Clinton che demonizza brutalmente persone che lavorano duro come te”.

 

Approfittando del momento a lui favorevole – il vantaggio della Clinton nei sondaggi si sta progressivamente riducendo – Trump ieri ha convocato la sua star Ivanka per delineare, in un comizio a Filadelfia, la sua strategia per le mamme che lavorano, per la cura dei bambini e per le famiglie. Il tempismo non gioca a favore di Hillary, dal momento che domani sera è prevista la partecipazione di Trump alla trasmissione del Dottor Oz, un’occasione per il candidato repubblicano di dimostrare quanto è più in forma della sua rivale (dalla sua campagna fanno già sapere, minacciosi, che il pubblico sarà “sorpreso” da quel che sentiranno sulla salute di Trump). Questo basta ai politologi per trasformare la “september surprise” nel “september disaster” di Hillary.

 

Al di là degli errori di comunicazione, il disastro settembrino è in realtà l’espressione di un problema antico di Hillary – la fiducia – e di una dinamica elettorale in cui la rabbia, la percezione di impoverimento, l’esclusione hanno il sopravvento su qualsiasi altro elemento, compresa la competenza. L’ex direttrice del New York Times Jill Abramson scrive: il guaio clintoniano si cura con la trasparenza totale, Trump si batte con la trasparenza totale. I paladini della trasparenza a tutti i costi nascondono spesso censure ideologiche ben poco pure, ma l’opacità della gestione clintoniana del potere può essere dissipata soltanto con una rivoluzione di limpidezza con cui curare quell’ossessione per la segretezza che impedisce a Hillary di parlare in modo schietto e genuino agli elettori.

 

Che la candidata democratica sia pronta a questa operazione, a due mesi dal voto e in questa campagna elettorale della post verità in cui più dei fatti conta l’istinto, pare piuttosto improbabile. Non è nemmeno detto che sia la strada giusta. Questo è il paese in cui i redditi della classe media sono cresciuti del 5,2 per cento nel 2015, come ha annunciato ieri l’Istituto di statistica, registrando un’impennata mai vista dalla Grande recessione, e che pure ha generato Trump.

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