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Attentato dopo attentato, Hollande annuncia raid. Ma Raqqa è sempre lì

Il camion refrigerato era stato noleggiato l’11 luglio, per due giorni, ma il 13 non era stato riconsegnato: era parcheggiato non lontano dalla Promenade des Anglais di Nizza, uno dei lungomare più celebri al mondo.

15 Luglio 2016 alle 19:38

Attentato dopo attentato, Hollande annuncia raid. Ma Raqqa è sempre lì

Un soldato nelle vicinanze di Raqqa (foto LaPresse)

Roma. Il camion refrigerato era stato noleggiato l’11 luglio, per due giorni, ma il 13 non era stato riconsegnato: era parcheggiato non lontano dalla Promenade des Anglais di Nizza, uno dei lungomare più celebri al mondo. Mohamed Lahouaiej Bouhlel, tunisino di 31 anni con permesso di soggiorno, da tempo in Francia, tre figli, un impiego da autotrasportatore, ha raggiunto il mezzo con una bicicletta (che è stata ritrovata dentro al camion, assieme a una pistola, dei fucili di plastica, una granata e i documenti) e durante i festeggiamenti per il 14 luglio, festa nazionale francese, ha percorso un tragitto di un chilometro e ottocento metri, a una velocità tra i 50 e gli 80 chilometri all’ora, procedendo a zig zag per falciare più persone possibile, fino a che è stato fermato dai colpi della polizia. Ci sono almeno 84 morti, tra cui dieci bambini e adolescenti. 25 persone sono in terapia intensiva, si temono vittime italiane. Bouhlel era stato condannato a marzo a sei mesi con condizionale per alcuni episodi di violenza: non compariva nelle fiches S che raccolgono i nomi dei sospetti terroristi in tutta la Francia. Al momento non ci sono rivendicazioni, ma gli inquirenti dicono che le modalità dell’attentato sono simili a quelle utilizzate da alcuni gruppi terroristici islamisti.

 


A Nizza, dopo la strage (foto LaPresse)


 

Lo stato d’emergenza in tutta la Francia è stato prolungato – scadeva il 26 luglio quello adottato dopo gli attentati a Parigi del 13 novembre scorso – e sono stati indetti tre giorni di lutto nazionale. Qualcosa di molto simile era già successo dopo la serie di attentati terroristici a Parigi del 13 novembre 2015. Allora il presidente francese François Hollande richiamò i valori della Repubblica, espresse cordoglio, disse “siamo in guerra” e soprattutto annunciò che gli aerei militari avrebbero colpito Raqqa, capitale dello Stato islamico a cavallo tra Siria e Iraq. Perché “sappiamo da dove l’attacco è arrivato, sappiamo chi sono questi criminali e questi terroristi”. Venerdì notte, di nuovo, i valori républicain, il cordoglio, perfino l’aggettivo “islamista” al fianco della parola “terrorismo”, e poi l’annuncio bellico: “Rafforzeremo le nostre operazioni militari in Siria e in Iraq”. La scorsa volta, dopo qualche giorno, gli analisti americani più avveduti liquidarono come “simbolici” gli strike francesi. E tali furono, effettivamente. Perché attentato dopo attentato, annuncio hollandiano dopo annuncio hollandiano, Raqqa è ancora lì, dal 2014 proclamata capitale del Califfato. Continua a essere la base logistico-organizzativa degli attentatori islamici in alcuni casi, la centrale di irradiamento dell’efficace propaganda califfale in altri casi, il simbolo di una potente ideologia mortifera sempre e comunque. Raqqa è ancora lì a sprigionare e rinvigorire la guerra in corso, fin dentro il continente europeo.

 

Venerdì, poco prima delle 13, il presidente Hollande, e il primo ministro, Manuel Valls, sono arrivati a Nizza per rendere omaggio alle vittime della strage della sera prima. “Il terrorismo è una minaccia che pesa sulla Francia e che peserà ancora a lungo sul paese”, ha detto Valls. I leader francesi, come altri leader europei, ripetono insomma urbi et orbi che siamo in guerra e che Raqqa in qualche modo – fosse pure simbolico, non è poco – c’entra. “Siamo in guerra” ma per il momento nessuno, da questo continente, l’ha nemmeno dichiarata, figurarsi dunque combatterla. L’establishment politico e intellettuale europeo, dopo aver ripetuto a lungo e non senza ragione che il processo d’integrazione comunitario ha garantito “decenni di pace”, dopo aver vinto per questo addirittura un Nobel per la Pace nel 2012, ha difficoltà a fare i conti con la realtà: non solo con la guerra dichiarata da altri, ma anche la progressiva mutazione di quella guerra in guerra civile per mano di cittadini europei di fede islamica.

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