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Guerra per la democrazia in Siria

Obiettivo Raqqa. Un reporter embedded ci spiega chi sono i nuovi gruppi siriani appoggiati dalle forze speciali occidentali (e in conflitto con i russi) nella guerra allo Stato islamico. Soldati americani, francesi e inglesi si sono spartiti i ruoli a terra per intercettare l'Isis tra Siria e Iraq.

21 Giugno 2016 alle 11:00

Guerra per la democrazia in Siria

Premessa. Entrare nel nord est della Siria, dove i curdi e altri combattono contro lo Stato islamico, in questo periodo è un lavoraccio. Si potrebbe in teoria provare da nord, dal confine della Turchia, ma i turchi hanno chiuso l’accesso e non fanno passare quasi nessuno. Si potrebbe tentare da est, attraverso il confine con l’Iraq, ma il valico di Semalka è quasi sempre chiuso ai giornalisti – e a volte è chiuso per tutti. Inoltre ci sono limitazioni. Per esempio, i reporter internazionali hanno il permesso di entrare soltanto una volta, quindi è meglio se scelgono bene. In breve: il quadrante di paese dove accadono fatti interessanti è impermeabile allo sguardo dei giornalisti. Ci sono alcune eccezioni, come l’analista politico olandese Wladimir van Wilgenburg, che lavora anche come giornalista e si occupa sul campo di curdi e Kurdistan fin dal 2011. Van Wilgenburg è il solo restare dentro e a essere embedded a intervalli regolari con i combattenti che stanno dando l’assalto allo Stato islamico, che si chiamano Forze siriane democratiche, e ha spiegato al Foglio cosa vede. Ci torniamo dopo.

 


 

Le Forze siriane democratiche sono la novità più interessante della guerra civile in Siria (d’ora in poi anche: Sdf, come appaiono sui media in lingua inglese). Sono formate in maggioranza da combattenti curdi e in minoranza da ribelli dei gruppi che fanno la guerra al presidente Bashar el Assad. Sono appoggiate dal Pentagono, che ha mandato in visita sul loro fronte in Siria il generale americano più alto in grado in medio oriente. All’inizio l’aiuto americano arrivava soltanto sotto forma di rifornimenti di munizioni e di appoggio con gli aerei da guerra durante i combattimenti. Da qualche mese invece  sono arrivate anche forze speciali americane, che sono state fotografate da alcuni reporter: una fonte del Foglio nell’area dice che a marzo fotografare gli americani era un problema, “chiedevano cortesemente di non essere inquadrati”. Ora è evidente che non c’è più alcuno problema, al contrario di quanto succede nel vicino Iraq, dove fotografare le forze speciali americane è ancora difficile. All’Amministrazione americana interessa più che la discrezione lanciare un messaggio forte, in questa fase: stiamo costruendo una forza nuova, in Siria non ci sono soltanto assadisti e russi (che poi sono la stessa cosa) e lo Stato islamico. Dopo le forze speciali americane, sono arrivate sul terreno anche le forze speciali francesi e quelle tedesche.

 


In queste foto le forze speciali americane assieme alle Forze siriane democratiche sul fornte contro lo Stato islamico. Ci sono anche francesi, inglesi e tedeschi


 

Le forze siriane democratiche in questo momento combattono soltanto ed esclusivamente contro lo Stato islamico nel nord est del paese, laddove il gruppo terrorista è più forte perché il territorio si salda senza soluzione di continuità con la zona vasta che controllano ancora in Iraq. Le Sdf sono occupate su due fronti maggiori: sono a meno di venti chilometri da Raqqa, capitale dello Stato islamico in Siria, e stanno liberando Manbij e Jarablus, due città siriane che stanno tra Raqqa e il confine con la Turchia. Se queste due città menzionate per ultime cadono, lo Stato islamico non sarà più collegato con il confine turco, da dove fa passare di contrabbando uomini e mezzi – quando riesce a eludere i controlli dell’esercito turco, che a dispetto della visione convenzionale e un po’ pigra che abbiamo in Europa è molto aggressivo contro lo Stato islamico.

 


 

L’America sta aiutando anche un altro gruppo in Siria, anche questo con un nome da ufficio marketing del Pentagono: il Nuovo esercito siriano, che il giornalista Rao Kumar, che per primo ha aperto un dossier su di loro, descrive così: “sono più un reparto di forze speciali che un gruppo convenzionale dell’Fsa” (ricordate l’Fsa, abbreviazione di esercito libero siriano? Sono ancora lì, dopo avere cominciato a combattere nel 2011, surclassati dai gruppi islamisti ma non ancora spariti). Il Nuovo esercito siriano combatte in un’area strategica dove la valle dell’Eufrate siriana si avvicina al confine iracheno, vicino alla città di Al Bukamal (il nome circola molto perché ogni tre mesi circa il capo dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, vi viene dichiarato morto, colpito in un bombardamento aereo. Di solito è una notizia falsa, ma la città è oggettivamente un luogo di transito prediletto dallo Stato islamico, fin dal 2003. Si dice che lo stesso Baghdadi vi abbia soggiornato quando nel 2005 era uno spietato giudice coranico con il nome di Abu Du’a). Gli americani durante la guerra nel decennio scorso dicevano che la Valle dell’Eufrate era come il cosiddetto corridoio di Ho Chi Min, quella pista nella giungla che portava i vietcong dal Laos, dove erano al sicuro, al Vietnam. Il paragone è azzeccato, perché durante la guerra contro gli americani pochi posti erano più ospitali della Siria di Bashar el Assad per lo Stato islamico. Oggi lo sono ancora, ospitali e sicuri, per mancanza di sfidanti locali così a est. Fino alla comparsa di questo gruppo ribelle armato dagli americani.

 

Il Nuovo esercito siriano assomiglia a quelle pattuglie di sabotatori inglesi che durante la Seconda guerra mondiale attraversavano il deserto nordafricano a caccia dell’Afrikakorps di Erwin Rommel. Il paragone non è casuale. Secondo il quotidiano Time di Londra, forze speciali inglesi sono embedded con il Nuovo esercito siriano e proteggono il confine giordano poco più a sud dalla minaccia di incursioni dello Stato islamico. Anche forze speciali giordane e – si dice – degli Emirati arabi uniti partecipano alla campagna, facilitate dalla conoscenza dell’arabo parlato sul posto.

 



 

Le Forze siriane democratiche e il Nuovo esercito siriano sono un progetto politico e militare alternativo all’asse formato da Russia – Iran – Assad. Per questo motivo il 16 giugno due bombardieri russi Su-34 (quindi: due apparecchi sofisticati) hanno attaccato a sorpresa una base che ospita circa duecento uomini del Nuovo esercito siriano a al Tanf, sul confine con la Giordania. Secondo il Washington Post le immagini indicano che si trattava di bombe a grappolo, per infliggere il maggior danno possibile. Secondo il Wall Street Journal, a Washington si sono infuriati perché i russi avrebbero potuto colpire le forze speciali americane e hanno chiamato i russi per chiedere giustificazioni in una conferenza video definita “straordinaria”. Il Nuovo esercito siriano combatte contro lo Stato islamico, è lontano dai fronti assadisti e in teoria è coperto dal cessate il fuoco (sì, in teoria la tregua di febbraio è ancora in vigore in alcune parti della Siria; in pratica la guerra è ripresa). Il Los Angeles Times scrive che alcuni F-18 sono decollati dalle portaerei nel Golfo per intercettare i bombardieri dopo l’attacco e hanno parlato con i piloti russi sul canale d’emergenza che è stato prestabilito per evitare scontri. Quando gli F-18 hanno finito il carburante e si sono allontanati per andare incontro a un aereo cisterna, i bombardieri russi sono tornati indietro, hanno attaccato di nuovo la base e hanno colpito, secondo le testimonianze sul posto, i soccorritori che stavano aiutando le vittime della prima passata. Il giorno stesso 51 diplomatici americani del dipartimento di Stato hanno passato al Wall Stret Journal e al New York Times un memorandum firmato da tutti in cui chiedono un ruolo più muscolare dell’America in Siria: se il presidente Bashar el Assad non rispetta il cessate il fuoco, dice il documento, dobbiamo avere la carta della risposta militare a disposizione e non possiamo continuare a non reagire come se avessimo le mani legate per sempre. Una sveglia di soprassalto per chi crede nel mito della cooperazione tra russi e americani in Siria o guarda soltanto Russia Today.

 


 

Il fatto stesso che il regime di Damasco abbia annunciato una campagna militare per prendere Raqqa quando si è accorto che le forze filoamericane si stavano avvicinando troppo alla capitale dello Stato islamico smentisce la verosimiglianza di un’alleanza russo americana in Siria. Al più c’è un coordinamento per evitare gli incidenti tra aerei in volo negli stessi cieli, ma se ci fosse coordinamento non ci sarebbe la gara per Raqqa: con tutti i problemi che il governo siriano ha ancora, in questo momento è costretto a deviare risorse per non apparire indietro rispetto alle Forze siriane democratiche e a lasciare sguarniti altri fronti. E pensare che poco più a sud la città di Deir Ezzor è completamente assediata dallo Stato islamico e sopravvive soltanto grazie a un ponte aereo, che la capitale Damasco è ancora minacciata dalla presenza di forze ribelli in larghe sacche della periferia e che l’offensive lanciate a sud di Aleppo e a nord di Hama sono finite in uno stallo. E però il governo siriano è costretto a correre verso Raqqa, perché se le forze siriane democratiche vincessero e cominciassero ad amministrare in autonomia la città verrebbe meno il principio cardine dell’assadismo: la Siria può essere governata soltanto da “noi oppure i terroristi”.

 

Il nervosismo che le forze siriane democratiche suscitano nel regime di Assad si nota anche nelle protesta ufficiale di due settimane fa: Damasco ha detto che la presenza di forze speciali francesi e tedesche sarebbe una violazione della sovranità del paese (anche se stanno combattendo soltanto contro lo Stato islamico), con tanti saluti all’idea di un coordinamento militare tra occidente e Assad.

 


 

Questo è il quadro aggiornato. Chiediamo a Wladimir van Wilgenburg come giudica il livello di preparazione e le abilità militari delle Sdf: come sono organizzate, addestrate, preparate, sono migliori degli altri gruppi? “Non ho incontrato altri gruppi combattenti in Siria, a eccezione dell’esercito libero. Sono decisamente meglio organizzate in media dei combattenti dell’esercito libero. I combattenti arabi con le Sdf sono un po’ meno organizzati rispetto ai curdi, ma ricevono addestramento dagli americani. In generale, appaiono ben organizzati e addestrati, ma hanno poche armi. Tuttavia, da quello che vedo, sono avanzati in fretta e ora hanno accerchiato completamente la città di Manbij. E’ chiaro che le Sdf sono una delle forze combattenti più efficienti contro lo Stato islamico”.

 

E che figura fanno a confronto con lo Stato islamico? Sono migliori, peggiori o allo stesso livello dei loro nemici? “Direi che sono allo stesso livello, ma lo Stato islamico ha armi migliori. Entrambe le parti sono pronte a morire per la loro causa. Ma lo Stato islamico è molto debole adesso, dopo avere perduto molto territorio e molti bravi combattenti a Kobane. A Manbij tutte le loro linee di rifornimento sono state tagliate e sono assediati. Per questo penso che lo Stato islamico non riuscirà a resistere alle Sdf. Inoltre le Sdf ora hanno anche l’appoggio aereo, quindi è chiaro che sono in vantaggio. Se non lo avessero, le cose sarebbero davvero differenti. Ci sono anche gruppi di forze speciali, che stanno aiutando le Sdf sul terreno”. Ci sono forze speciali americane e francesi? “Sì, perlopiù fanno i consiglieri militari”. E come funziona il coordinamento con l’appoggio aereo degli aerei da guerra americani? Si parlano molto? “In passato ho sentito molte lamentele a proposito dei bombardamenti americani, ma questa volta i combattenti Sdf sembrano essere parecchio contenti del loro coordinamento con gli americani”.

 



 

Abbiamo visto belle foto di gente che celebra la liberazione dallo Stato islamico, tu cosa vedi? “Ho incontrato molti civili che erano estasiati per la liberazione dal controllo dello Stato islamico. Una signora anziana si è parata davanti alla mia telecamera  e ha detto che con lo Stato islamico aveva dovuto seppellire e nascondere le sue sigarette per evitare punizioni. Però poi si è innervosita per la telecamera accesa, ha pensato che i suoi figli vivono ancora in territorio non liberato e così non posso pubblicare il video. Molti civili hanno ancora paura dello Stato islamico dopo essere vissuto per così tanto tempo sotto il loro controllo. Altri civili arabi si sono messi a ballare”.

 


 

Questa parola, “democrazia”, contenuta nel nome: ma loro parlano spesso del concetto di democrazia? “Sì, molti combattenti delle Sdf parlano spesso del concetto di democrazia, il loro obbiettivo è creare una nazione democratica in tutta la Siria. Dicono che in futuro le Sdf prenderanno il posto dell’esercito siriano e che saranno l’esercito di tutta la Siria. In realtà io penso che controlleranno vaste parti della Siria del nord, ma non tutto il paese: sembra non realistico. Se la società in Siria sarà davvero democratica si vedrà dopo la sconfitta dello Stato islamico, e quando un accordo politico dovrà essere trovato. Per ora non ci sono ancora state elezioni”.
 


 

Come giudichi la resistenza dello Stato islamico? Ci sono segni di indebolimento, ammutinamento, dissenso interno? Oppure combattono fino all’ultimo uomo? “Al contrario di quanto è successo a Shaddadi, qui combattono duro e hanno ucciso il comandante dell’Fsa locale, Abu Laila. Eppure hanno perso tutta l’area attorno a Manbij in fretta. Le Sdf con armamento limitato hanno preso 93 villaggi  dal 31 maggio. L’esercito iracheno ha armi americane, veicoli corazzati, artiglieria, uniformi, equipaggiamento per la guerra chimica e non è riuscito a prendere pochi villaggi quando ha sferrato l’offensiva a Makhmour (in Iraq, nell’area di Mosul, ndr)”.

 

Come vanno le cose tra le Sdf e la gente liberata? C’è diffidenza, sollievo, atteggiamento tipo bene per adesso ma vediamo cosa succede? “Le Sdf preferisocno che i civili stiano lontani dal fronte, ma poi hanno deciso che possono restare. Non possono portare molti aiuti nei villaggi, perché non li hanno, ma portano pane e acqua e ora che il confine iracheno è aperto ai carichi umanitari la situazione migliorerà. I civili sono molto simpatizzanti e le Sdf sono benvenute, la gente del posto aiuta indicando le posizioni dello Stato islamico e fornendo informazioni d’intelligence sullo Stato islamico dentro Manbij. Per questo lo Stato islamico si è travestito da Sdf, è entrato in un villaggio e ne ha massacrato gli abitanti. Come punizione e come esempio per gli altri, perché interrompano il sostegno”.
 


 

Come definiresti il bilanciamento tra curdi e arabi dentro le Sdf? E’ un gruppo dominato dai curdi? Un gruppo misto? Un gruppo curdo con qualche arabo aggregato? “Difficile da dire. Molti arabi locali di Manbij sono coinvolti nelle operazioni, ma anche molti curdi”. Com’è l’umore quando parlano del governo siriano? Di sfida, indifferente, amichevole, ostile? “Loro odiano il governo siriano e il regime siriano. I curdi sono stati oppressi per anni e molti rappresentanti politici sono stati torturati in prigione. Per esempio la moglie di Salih Muslim, il leader del Pyd (partito curdo siriano) è stata torturata in prigione. Hanno anche combattuto contro il regime per qualche giorno, a Qamishlo, a fine aprile”. Hanno un piano di guerra preciso? Parlano di correre verso Raqqa, capitale dello stato islamico, dopo Manbij, oppure il contrario? Forse vogliono prima ripulire le sacche di resistenza vicine al confine turco? “I combattenti arabi dicono che la prossima tappa è Raqqa. Quelli curdi dicono che il prossimo obbiettivo è creare un corridoio verso ovest. Dipenderà dalla decisione americana”.
 


 

Come vedono il futuro della terra che stanno liberando? “L’obbiettivo è creare una regione federale nel nord della Siria per curdi, arabi, cristiani, turkmeni e altri gruppi. hanno già creato un consiglio civile per Manbij, che è dominato dalle tribù arabe”.

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