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Pentecoste a Tripoli

Fuori la città araba, dentro il coro gospel. Il vescovo ci racconta come si vive nell’ultima parrocchia.

17 Maggio 2016 alle 06:18

Pentecoste a Tripoli

La chiesa di San Francesco a Tripoli

Tripoli, dal nostro inviato. All’interno dell’unica chiesa di Tripoli la prima cosa che vedi sono nigeriani spalluti che ti fanno segno di camminare con discrezione e che puoi fare foto, sì, ma soltanto dalla linea di fondo della navata. Portano fasce da “usher”, uscieri, e girano tra i banchi a tenere ordine tra i fedeli. In cima alla navata di sinistra, un coro in tocco e toga viola e bianca canta un gospel. Fuori dalla porta il quartiere di Dahra è un deserto di viali simmetrici e arabi, dentro suona come il Mississippi. Giacche rosso fuoco, scarpe di leopardo, banchetto delle offerte non in denaro ma in natura: pomodori, cavoli, frutta. “La settimana scorsa gli usher mi hanno chiesto di portare loro dei completi, dei vestiti uguali da capo a piedi per sentirsi all’altezza del loro ruolo, ci tengono e vogliono qualcosa in più di quella fascia – dice il vescovo, George Bugeja – ma per ora non saranno accontentati”. Bugeja parla in una stanza linda dietro la sacrestia della chiesa di san Francesco, dove ha appena celebrato dodici cresime, tutti adulti o quasi.

 


Il vescovo di Tripoli George Bugeja


 

Quattrocento fedeli alle prima messa delle nove di venerdì, in maggioranza della comunità filippina, altrettanti alla messa dopo, questi della comunità africana, e poi una terza messa meno frequentata di sera – “è venerdì ma facciamo tutto uguale come se fosse domenica, abbiamo l’autorizzazione ad adeguarci alla settimana lavorativa musulmana. Oggi, per esempio, c’è la liturgia della Pentecoste, celebrata in tutto e per tutto come in Italia, salvo che si fa due giorni prima”. Anche la Pasqua funziona così? “No, la Pasqua resta di domenica, e però ci sono meno fedeli perché cade in un giorno di lavoro, qui tutti i parrocchiani sono lavoratori immigrati, le filippine per esempio sono infermiere. Non ci sono libici cristiani, siamo tutti stranieri – molti di passaggio – che è il motivo per cui celebro in inglese”. Ci sono anche migranti? “Noi non incoraggiamo la traversata. Anzi, facciamo opera di dissuasione”. Il vicariato di Tripoli è un’isola di tremila fedeli attivi in un mare di un milione e mezzo di abitanti e in teoria comprende anche Bengasi, dall’altra parte del paese, “ma per ora non se ne fa nulla, non si può raggiungere” – la città è sotto il controllo del generale Khalifa Haftar e di un altro governo, poco amichevole con Tripoli e impegnato in una battaglia locale contro lo Stato islamico. San Francesco è l’ultima chiesa della capitale. “Quando Gheddafi salì al potere c’erano 39 chiese o comunque luoghi di culto a Tripoli, prima della rivoluzione del 2011 era rimasta soltanto questa. Anche la cattedrale fu convertita nella grande moschea di piazza Algeria”.

 

Da un’altra ala dell’edificio arriva il ritmo di un organetto elettrico, sembra un concerto della compianta Miriam Makeba, c’è una festa, due fidanzati nigeriani si presentano alla comunità e, dice il vescovo, “sono tenuti a fare tre riunioni pubbliche dopo la messa del venerdì, funziona come ci fossero le affissioni: in questo modo chi deve sapere del matrimonio sa e chi ha un motivo per opporsi si può opporre. Questo non vuol dire, naturalmente, che non si facciano le verifiche dovute. Si chiama il villaggio di provenienza in Nigeria, si chiede al parroco locale”. La chiesa, il servizio di informazione più capillare del mondo.

 

La situazione della sicurezza è desolante, c’è una guerra civile in corso e nel 2015 lo Stato islamico in Libia ha pubblicato tre video di esecuzioni di ostaggi cristiani, come non aveva fatto in Siria e in Iraq. Sente questo momento come un declino senza rimedio, come se potesse essere l’ultimo tratto di strada percorso dalla chiesa in Libia? “No, considero questo periodo una crisi temporanea, non è un capitolo chiuso per la chiesa in Libia. Presto, per esempio, riapriranno molte ambasciate a Tripoli e questo vuol dire che ci saranno molti più fedeli. Inoltre, se si arriverà a un minimo di stabilità ricominceranno i commerci e i lavori, e gli stranieri che arriveranno avranno anche loro bisogno dei nostri servizi religiosi”. E come si fa con la sicurezza? Bugeja sorride mite, a Malta si dice che quando ricevette la notizia di questa destinazione, Tripoli, restò “senza parole”. Dice: “Le autorità di Tripoli sorvegliano la chiesa, mandano i loro uomini a controllare”. C’è qualche tipo di raccomandazione che i fedeli seguono? “No. Valgono le regole del buon senso, che rispettiamo tutti”.

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