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A colloquio con Ahmed Meitig

Sisi è d’accordo con noi per unire la Libia, ci dice il vicepremier di Tripoli

Incontriamo Ahmed Meitig, attivissimo vice del premier libico Fayez al Serraj. A sei settimane dall’insediamento, la gente della capitale comincia a essere caustica con il suo superiore Serraj.

11 Maggio 2016 alle 06:18

Sisi è d’accordo con noi per unire la Libia, ci dice il vicepremier di Tripoli

Ahmed Meitig

Tripoli, dal nostro inviato. Incontriamo Ahmed Meitig, attivissimo vice del premier libico Fayez al Serraj. A sei settimane dall’insediamento, la gente della capitale comincia a essere caustica con il suo superiore Serraj, accusato di essere assente se non per le sortite coreografate del venerdì, quando esce dalla base militare sul lungomare e va in piazza a stringere le mani ai vigili urbani oppure si presenta a sorpresa ai matrimoni e in moschea. L’operazione di imbonimento mediatico comincia a essere così scoperta da dare quasi fastidio. Meitig invece, uomo d’affari figlio di un uomo d’affari il cui nome (Omar) spicca su alcuni palazzi moderni nel centro di Misurata, è ubiquo: dagli uffici della Farnesina a Roma – è lui e tenere i rapporti con la diplomazia italiana – fino al palazzo della municipalità. Parla con il Foglio a margine di una conferenza di strategia economica in un salottino del Radisson Blue di Tripoli. Meitig dice di essere stato al fianco di Serraj durante il viaggio al Cairo per incontrare il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi: “Era la mia prima visita da Sisi. Abbiamo ricevuto da lui un benvenuto davvero amichevole e un messaggio chiaro: il governo egiziano appoggia l’accordo libico e sa che la soluzione passa per un accordo unitario con tutto il paese e tutto l’esercito. L’Egitto sta con il popolo e anche con il Consiglio presidenziale”. Sembra una frase qualsiasi, va spiegata. Il governo del Cairo è accusato di essere neanche troppo di nascosto schierato dalla parte del generale Khalifa Haftar, che comanda l’esercito libico nell’ovest del paese e si contrappone al governo di Fayez al Serraj perché non è ancora chiaro se ne farà parte. Soprattutto, Haftar si oppone alle forze di Misurata, che attualmente costituiscono il braccio armato del premier, ed è ricambiato con rancore: a Misurata detestano Haftar e quindi, per collegamento, anche l’Egitto che è suo sponsor. In queste settimane si è temuto – si teme ancora – che Haftar insoddisfatto da un accordo di riconciliazione che lo esclude spinga verso una soluzione separatista, una Cirenaica indipendente con Bengasi capitale e dietro l’Egitto a fare da garante politico. C’è anche la Francia, che da febbraio e anche da prima ha mandato le sue forze speciali a Bengasi a dare manforte ai soldati di Haftar impegnati nella guerriglia urbana per cacciare lo Stato islamico e altri battaglioni islamisti dal sud della città. Ora, che Sisi riceva Serraj e il misuratino Meitig con calore e che prometta appoggio all’accordo di riconciliazione è una svolta. Se è vero, come riporta Meitig, che Sisi guarda con favore al Consiglio presidenziale, che è l’organo esecutivo guidato a Tripoli da Serraj, allora è un’apertura. Se Sisi dice che ci deve essere un accordo con tutto l’esercito, vuol dire che i militari che stanno con Serraj e quelli che obbediscono a Haftar devono essere integrati sotto un comando unico. Vuol dire che in qualche modo l’accordo tra l’est e l’ovest è alle porte.

 

“Quando e se l’accordo che porterà alla stabilizzazione della Libia sarà finalmente raggiunto, sarà inserito nei manuali che si studiano nelle scuole di diplomazia in tutto il mondo”, dice Meitig al Foglio. C’è un politico italiano con cui parla di più? “No, ovviamente l’interesse della Libia e quello dell’Italia sono molto vicini e l’Italia sta dando un appoggio importante al processo di riconciliazione, per questo parlo molto con il ministero degli Esteri e con tutti i principali interlocutori della politica italiana”. Ha già incontrato il premier Matteo Renzi? “No”.

 

Chiediamo al sindaco di Tripoli, Abdelrauf Beitelmal, cosa pensa dell’ipotesi, più volte circolata, di un contingente di soldati italiani per mettere in sicurezza la capitale della Libia, se non tutta almeno alcune aree del centro, per aiutare il governo – ancora non esistente – di Fayez al Serraj a funzionare. Beitelmal è considerato uno dei politici più intelligenti del paese, ha un completo e un taglio di capelli così perfetti che sembra di sedere in un cda a Londra, risponde sempre tranquillo e in tono possibilista alle domande sulla situazione politica libica, così intricata e così urlata. E’ stato lui a dare la spinta indispensabile all’arrivo a Tripoli del premier Serraj e a credere nel piano delle Nazioni Unite. Ma sul successo di una missione di soldati italiani nella sua città è secco: “E’ impossibile”, dice. “Un contingente di truppe straniere non può mettere in sicurezza la capitale e otterrebbe l’effetto contrario, porterebbe di fatto alla fine della relativa tranquillità di cui godiamo ora”. Dice che Tripoli diventerebbe una nuova Baghdad, come accadde nel 2003? “Spero proprio di no”.

 

Da quindici anni facciamo i conti con questo dilemma militare, e ora succede di nuovo con la Libia. Mandare soldati a stabilizzare un paese e a fare la guerra al terrorismo oppure fare affidamento sugli alleati locali, che se la sbroglino loro la matassa, ché la presenza delle truppe straniere rischia di ottenere l’effetto contrario? Si sono scritti volumi sull’incapacità dei militari occidentali di combattere nei paesi arabi, ma per ora nell’ovest della Libia bisogna verificare che ci siano alleati efficienti in campo. E l’ovest è la parte che interessa di più all’Italia, perché è da lì che vengono gli sbarchi, è lì che risiede il governo su cui la diplomazia italiana ha puntato – di nuovo: “governo” non ancora esistente, a parte un ministro degli Esteri e il “Consiglio presidenziale” – e perché è lì che ci sono gli investimenti italiani nel settore energia. Una troupe della rete americana Cnn che si è trovata a filmare l’attacco dello Stato islamico di giovedì scorso contro le posizioni tenute dall’esercito libico fedele a Tripoli racconta al Foglio scene di panico tra i militari. “Abbiamo preparato questo viaggio per tre mesi, ci siamo trovati lì sulla prima linea per caso e abbiamo visto le difese dissolversi dopo il primo camion bomba. E’ probabile che metà delle perdite i soldati libici se le siano inflitte da soli, sparandosi fra loro, con quel modo che hanno di fare fuoco – mimano di tenere un mitra sussultante sopra la testa – poi c’è stato un fuggi fuggi, con i comandanti militari che si chiamavano sui cellulari per chiedere rinforzi. Hanno lasciato indietro quattro giornalisti libici e poi sono dovuti tornare indietro a prenderli, prima che finissero in mano allo Stato islamico. E nei due giorni successivi, all’ospedale Jazeera di Misurata, le stesse scene di caos assoluto, soldati che dovevano essere al fronte erano invece in massa a visitare i feriti”. Lo Stato islamico in Libia non è in una buona situazione, gli abitanti di Sirte che sono scappati da meno di una settimana dicono al Foglio che alcuni uomini del gruppo estremista entrano nei negozi della città, chiedono di provare un cambio d’abito nei camerini e poi disertano con indosso il vestito civile, lasciando indietro la mimetica e il fucile. Ma, commentano i reporter inglesi della Cnn (sì, inglesi perché costano meno degli americani: mala tempora currunt), se lo Stato islamico avesse buoni comandanti giovedì scorso avrebbe capito il momento di panico dei suoi oppositori e avrebbe trovato la strada libera fino alle porte di Misurata.

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