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Così nel Brasile del dopo Dilma si rafforzano le ali estreme di destra e sinistra

Nel momento in cui Rousseff è stata travolta da crisi e scandali, gli alleati l'hanno abbandonata all'impopolarità. E si sono uniti a chi la contesta

13 Maggio 2016 alle 14:43

Così nel Brasile del dopo Dilma si rafforzano le ali estreme di destra e sinistra

Un momento degli scontri e delle proteste dopo l'impeachment al presidente Rousseff (foto LaPresse)

Mentre il Senato brasiliano votava per confermare l’impeachment di Dilma Rousseff, in 14 dei 27 stati del paese le strade sono state bloccate per protesta. In generale, non si sono verificati troppi problemi con le concomitanti manifestazioni che erano state organizzate per appoggiare l’impeachment, anche perchè la polizia si era sforzata di tenere i due “popoli” rigorosamente separati. Ma a Laranjeiras do Sul, nel Paranà, si è rischiata la tragedia per un bus che ha sfondato un picchetto mentre andava a tutta velocità. A Brasilia, invece, i pro-Dilma hanno lanciato oggetti sulla polizia di guardia di fronte al Senato, che in risposta ha sparato lacrimogeni e arrestato qualche supporter della presidente sospesa.

 

Il "Giorno nazionale di Paralizzazione e Mobilitazione contro il golpe" era stato convocato dal Movimento dei Senza Terra, dalla Centrale unica dei lavoratori e da altri movimenti sociali. Si tratta di quel tipo di organizzazioni dalla cui lotta il Partito dei lavoratori (Pt) è nato, ma che poi erano stati emarginati per 14 anni. Vale a dire, gli anni in cui il Pt di Lula e Dilma Rousseff ha governato come forza egemone di un’ampia alleanza che includeva movimenti di sinistra, di centro e anche di destra. Si è trattato di una sorta di Patto dei Produttori Lib-Lab tra movimento operaio organizzato e rappresentanti di ceto medio e imprenditoria, che aveva cercato di mettere a tacere il lumenproletariat alla base dei movimenti sociali con le politiche assistenziali del "Piano fame zero" o della "Borsa famiglia". Ma nel momento in cui crisi e scandali hanno reso Dilma impopolare, gli alleati si sono sfilati, andandole contro. Un esempio per tutti, il vicepresidente Michel Temer, che la sua ex socia Rousseff ora considera “traditore” e “golpista”.

 

Il Pt per resistere è stato dunque costretto a rivolgersi di nuovo ai movimenti, che hanno organizzato le manifestazioni in sostegno di Dilma e che si preparano a fare la campagna per le amministrative di ottobre. In cambio però gli chiedono una decisa svolta a sinistra. Il tipo di radicalizzazione che metterebbe definitivamente a rischio la cultura di governo mostrata dal Pt in questi anni: con molta corruzione ma anche con una forte crescita economica e una notevole riduzione della povertà.

 

Una contrapposta radicalizzazione, d’altra parte, si sta verificando anche a destra. Poiché l’opposizione parlamentare è altrettanto coinvolta negli scandali del Pt, nelle proteste di piazza sono emersi vari gruppi extra-parlmentari. Uno è il Movimento Brasil Livre, una vita di mezzo tra Girotondini e Istituto Bruno Leoni guidato da due diciottenni: il nero Fernando Silva detto Fernando Holiday e l’oriundo giapponese Kim Kataguiri. Un altro è Vem pra Rua: gruppo legato ad ambienti imprenditoriali il cui leader è il 47enne Rogerio Chequer, un piccolo imprenditore nel settore delle palestre che ha vissuto negli Stati Uniti.

 

Un altro ancora è Revoltatos on line: un gruppo nato da Facebok in cui sono ammessi solo cristiani, e che ha chiesto l’intervento dei militari per deporre Dilma. I suoi leader sono Marcelo Reis, venditore di magliette anti-Dilma, e Toni Imbódio Oliveira, 58enne ex-sergente dell’Aeronautica e professore di educazione fisica. Ma durante il voto con cui la Camera ha messo sotto accusa Dilma è emerso pure il nome di Jair Bolsonaro, che in riferimento a quanto sta accadendo negli Stati Uniti è stato subito ribattezzato “il Trump brasiliano”. Ex ufficiale dei paracadutisti, 61 anni, fu cacciato dall’esercito nel 1980, dopo che si era messo a far esplodere piccole bombe per ottenere aumenti salariali. Deputato dal 1990, in 16 anni ha cambiato otto partiti: l’ultimo è il Partito Social Cristiano. Nel 2014 è stato l’eletto più votato dello Stato di San Paolo, e come Trump è famoso per le sue massime.

 

Bolsonaro sostiene la pena di morte, la castrazione chimica per gli stupratori, la tortura per i narcotrafficanti e il diritto dei proprietari di usare il fucile. Una volta alla Camera ha detto a una collega deputata “non sei degna di essere stuprata!”, e un’altra volta in un’intervista ha spiegato che se avesse avuto un figlio omosessuale avrebbe preferito “che morisse in un incidente”. Per protesta contro le quote in favore dei neri all’università e nel settore pubblico ha proposto una legge sulle “quote nere” nelle liste di deputati e senatori: spiegando che non l’avrebbe ovviamente votata, perché era una provocazione. Il suo voto per rinviare a giudizio la presidente l’ha dedicato al colonnello Carlos Alberto Brilhante Ustra, ovvero il militare morto l’anno scorso che aveva diretto le torture a Dilma quando lei era prigioniera per la sua attività di guerrigliera. Suo figlio Eduardo, che pure è deputato, ha dedicato il suo voto ai militari protagonisti del golpe del 1964. Ma ogni volta che compare negli aeroporti o nelle piazze, Jair Bolsonaro è plebiscitato dagli applausi. E nei sondaggi per un eventuale voto presidenziale è quarto con l’8 per cento delle intenzioni di voto; contro il 21 per cento di Lula e il 19 per cento di Marina Silva. Ovviamente, questa doppia radicalizzazione suscita apprensioni in una regione dove, dopo la spinta a sinistra che ha dominato l’inizio del XXI secolo, si impone ora una netta contro-spinta a destra. Senza contare le tensioni.

 

Mentre il Senato brasiliano votava la sospensione di Dilma, ci sono state manifestazioni anche in Cile, Argentina e Venezuela. Nel frattempo, in Colombia l’ex-presidente Álvaro Uribe Vélez lanciava una campagna di resistenza civile contro il processo di pace con le Farc condotto dal suo successore Juan Manuel Santos. Più o meno scontata la denuncia del “golpe” in Brasile fatta dai leader “bolivariani” come Maduro, Correa, Morales o Cristina Kirchner, l’appoggio espresso a Dilma da Michelle Bachelet e anche l’allarme lanciato dal segretario dell’Unasur Ernesto Samper o da quello dell’Osa Luis Amagro.

 

Sono tutti esponenti della sinistra, anche se Almagro ha denunciato allo stesso modo gli abusi del regime venezuelano. Ma è indicativo che appaiono chiaramente preoccupati anche due esponenti moderati come il presidente argentino Mauricio Macri o il colombiano Santos, che pure hanno una chiara maggior affinità ideologica con Temer. Macri, in particolare, evita l’espressione “golpe”, ma ha chiamato Dilma dopo il voto della Camera, e ora ha fatto un appello per “rafforzare la democraza in Brasile”; mentre Santos non si sbilancia. Il governo colombiano, in particolare, teme per il processo di pace con le Farc, su cui Lula e Dilma avevano garantito un forte appoggio. Mentre Macri teme per le riforme economiche, dato che il 40 per cento dell’export argentino va in Brasile, e da quando è iniziato il processo di impeachment contro Dilma il commercio bilaterale va di male in peggio.

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