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Il progetto del Canale Secco in Costa Rica ricerca imprese italiane. Intervista al presidente Rivera

Il paese sudamericano vuole puntare all'esportazione di materie prime, ma anche di beni manifatturieri ad alta tecnologia. Deve però fare i conti con i forti flussi migratori, le dispute confinarie e soprattutto il narcotraffico.

27 Maggio 2016 alle 18:42

Il progetto del Canale Secco in Costa Rica ricerca imprese italiane. Intervista al presidente Rivera

Il presidente del Costa Rica Luis Guillermo Solís Rivera in udienza da Papa Francesco (foto LaPresse)

Imprese italiane cercasi per aiutare a realizzare il Canale Secco con cui il Costa Rica vuole fare concorrenza sia allo storico Canale che Panama sta finendo di ampliare, sia al nuovo Canale che il Nicaragua intende realizzare. È questo probabilmente l’obiettivo più importante che il presidente del Costa Rica Luis Guillermo Solís Rivera vuole ottenere, nella prima visita ufficiale di un capo di stato costaricense nel nostro paese dall’inizio del XXI secolo. La nostra tecnologia e imprenditoria possono creare un passaggio via terra in grado di portare via terra, merci e passeggeri dai porti del Pacifico a quelli dell’Atlantico e viceversa, anche senza bisogno di tagliare materialmente l’istmo centroamericano per farci passare direttamente le navi.

 


Il presidente del Costa Rica Luis Guillermo Solís Rivera (foto LaPresse)


 

In più ovviamente Solís Rivera ne approfitta per vedere il Papa, cui riserva la giornata di oggi, dopo che ieri si è visto con Mattarella, con i rappresentanti di governo e Parlamento e con gli imprenditori. Sono stati firmati quattro accordi bilaterali, di cui tre in materia di lotta al crimine organizzato. E, a parte gli imprenditori, alcune migliaia di italiani si sono trasferiti in Costa Rica negli ultimi anni: specie pensionati, che godono delle attrattive di quello che viene spesso considerato “il paese più felice del mondo”.  “Mollo tutto vado in Costa Rica” è il titolo di un piccolo best-seller. Alcune copie circolavano persino durante l’incontro di Solís Rivera con gli imprenditori. “Per quest’anno la stima della crescita del Costa Rica è stata portata dal 3,5 al 4,2 per cento”, ricorda il presidente. “Gli indicatori macroeconomici sono tutti solidi, eccetto un deficit del 6 per cento cui cercheremo di provvedere attraverso una riforma fiscale. Se continuiamo con le politiche che abbiamo previsto, la crescita del paese potrebbe superare il 5 per cento per l’anno 2018. Questo ci permetterebbe di risolvere il problema di un milione di poveri, un quinto della popolazione. Stiamo svolgendo varie politiche per assisterli, ma la vera soluzione alla povertà non è l’assistenza: è creare impiego. Oggi l’Italia è la quarta destinazione del nostro export nell’Unione Europea, soprattutto per la frutta fresca. Vogliamo continuare a esportare banane, ananas e caffè, ma stiamo crescendo molto anche come servizi e come produzione di beni manifatturierii ad alta tecnologia, per esempio apparati medici”. A parte il Canale Secco, “ci sono opportunità di investimento per l’Italia anche nel campo dell’energia pulita, dobbiamo realizzare un nuovo aeroporto e abbiamo bisogno di nuove ferrovie”.

 

Il Costa Rica deve la sua fama di paese all’avanguardia dell’America latina anche per aver abolito l’esercito, e secondo un famoso slogan, preferisce spendere in maestri e medici piuttosto che in soldati. Tuttavia, la sua vocazione pacifista non lo risparmia dal trovarsi in un’area piuttosto agitata. Il Costa Rica si è trovato alle prese con una invasione di migranti che lo ha portato a essere una sorta di Grecia del Centroamerica. “Abbiamo avuto due correnti migratorie distinte”, risponde al Foglio Solís Rivera. “Una che si è espressa in una crisi alla fine dell’anno passato, originata a Cuba con destinazione Stati Uniti, approfittando delle leggi di facilitazione migratoria che gli l'America offre ai cittadini cubani. Si trattava però di migranti provvisti di documenti, che viaggiavano in Ecuador grazie a disposizioni costituzionali che prevedono l’emigrazione libera. La chiamano ‘cittadinanza universale’. Poi camminavano verso il nord fino ad arrivare alla frontiera degli Stati Uniti. Il problema è esploso perché da una parte il Costa Rica ha interrotto una rete di traffico di persone, facendo affiorare una quantità molto grande di migranti che stavano nel paese. Dall’altro il Nicaragua ha chiuso il passaggio. Questo gruppo è arrivato ad avere un totale di 6.500-7.000 persone, ma poi sono state tutte trasferite in Messico e Stati Uniti grazie a un accordo tra i paesi del Centroamerica e il Messico. Qualcosa di simile è successo a Panama, ma in questo momento il flusso dei cubani è abbastanza controllato.  Ora però c’è un secondo flusso migratorio composto essenzialmente da africani e asiatici, ma abbiamo individuato anche haitiani e brasiliani. Questi sono migranti senza documenti, arrivati via aereo e mare in Brasile e Guyana, e che pure loro attraversano il Centro America verso Stati Uniti e Canada. Il loro caso è più difficile di quello dei cubani perché si tratta di gente che non vuole farsi identificare. Sono il risultato di una nuova rotta di traffico originata dalla crisi in Europa. Stati Uniti e Canada hanno detto che non li riceveranno, ma d’altra parte è difficile impedire che molti tra di loro arrivino perché le frontiere sono molto porose”.

 

Migrazioni a parte, lo stesso presidente Solís Rivera si è poi lamentato degli 80 milioni di dollari che il Nicaragua ha investito per comprare in Russia 50 carri armati, nel momento in cui i due paesi sono contrapposti in una disputa confinaria complicata dal problema migratorio. “È triste che il Nicaragua investa in armi e non in sviluppo”, ha detto. E poi c’è la situazione difficile del Brasile, dove il Congresso è accusato di aver fatto un golpe contro la presidentessa, e del Venezuela, dove il presidente è accusato di realizzare un golpe contro l’Assemblea nazionale. Tra l’altro, molti venezuelani in fuga dal caos del loro paese sono finiti proprio in Costa Rica.

 

“Dal punto di vista dell’insicurezza regionale”, continua il presidente, “il principale problema che affronta non solo il Costa Rica ma anche tutto il Centro America, io direi anche il Messico, gli Stati Uniti, in un certo senso l’Unione Europea, è il narcotraffico. Uno dei due modi per affrontare il problema è la  repressione classica della polizia, attraverso operazioni congiunte: con gli Stati Uniti, con altri paesi della regione, e anche con alcuni paesi europei come Francia o Olanda, che hanno possedimenti nei Caraibi.  Il Costa Rica è quello che sequestra più droga in tutta la zona, incluso il Messico. Ma, ovviamente, non si riesce a sequestrarla tutta. Quindi c’è la seconda via della collaborazione giudiziaria, per la quale anche siamo venuti a firmare accordi in Italia. Il Costa Rica ha molta meno violenza che il resto della regione, ma anche per questo riceve una gran quantità di rifugiati in fuga. Per i casi di Brasile e Venezuela, il Costa Rica partecipa  diplomaticamente nelle gestioni che cercano il rafforzamento delle istituzioni democratiche, tanto su un piano bilaterale quanto multilaterale. In Venezuela, in particolare, abbiamo chiesto più volte il rispetto dello Stato di diritto, il rafforzamento della democrazia, il rispetto dei diritti umani, la fine della violenza, specialmente contro le minoranze. La democrazia si rafforza con il rispetto della divisione dei poteri e del pluralismo politico”.

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