La manifestazione di protesta contro il presidente Nicolás Maduro mercoledì scorso a Caracas (foto LaPresse)

Titanic Venezuela

Maurizio Stefanini
Petrolio da importare, giornata lavorativa ridotta. E un’inflazione a tre cifre destinata a salire. La drammatica eredità del chavismo. Sia Papa Francesco, sia l’ex primo ministro spagnolo Zapatero trascinati a tentare una mediazione tra il governo e l’opposizione.

Cominciamo con il primo gruppo di notizie. “Merentes (il presidente del Banco Central de Venezuela) trasferisce le riserve internazionali nel cassetto del suo comodino”, con foto del comodino vuoto, salvo quattro malinconici pacchetti di dollari legati con l’elastico. “Súper Sábado Sensacional (popolare programma di varietà tv) organizza un emotivo rincontro tra una madre e un pan canilla (versione venezuelana della pagnotta tipo baguette)”: si spiega che la signora si è messa a piangere perché era da tre mesi che non la vedeva più, e non sapeva che fine avesse fatto. “Ex donna di servizio tornata in Colombia offre lavoro alla sua ex padrona”. “Chavista portato al pronto soccorso dopo che gli hanno spiegato la separazione dei poteri”: si spiega che il 32enne militante bolivariano ha chiesto un ripasso di teoria costituzionale dopo aver saputo dell’impeachment di Dilma, e dopo averla capita si è sentito male. “Gli scienziati sorpresi dal modo in cui i venezuelani si sono adattati alla penuria di elettricità sviluppando la capacità di vedere di notte”: su un volto dagli occhi fosforescenti.

 

E ora il secondo gruppo di notizie. “Zapatero e il Papa impegnati nella stessa missione”. “Il Venezuela importa petrolio”. “Per risparmiare energia si cambia il fuso orario di mezz’ora e si stabilisce che i dipendenti pubblici devono lavorare solo il lunedì e il martedì e le scuola funzionare solo fino al giovedì”. “Il prezzo della benzina aumenta del 6.000 per cento, ma resta comunque il più basso del pianeta”. “Non ci sono soldi per pagare gli stipendi ai deputati”. “L’inflazione è talmente alta che non ci sono i soldi per comprare tutti i biglietti di banca che servirebbero, però si è trovato mezzo miliardo di dollari per acquistare dalla Russia 13 elicotteri militari MI-17 e 12 caccia Sukhoi. “Ferma la produzione di birra per mancanza di orzo”. “Piano del governo per risolvere la penuria alimentare: convincere i venezuelani a coltivare l’orto”. Qual è la differenza? Entrambi i gruppi di notizie sembrano, evidentemente, demenziali. Le prime sono state effettivamente inventate. Sono scherzi del Chigüire bipolar, il Capibara bipolare. Un popolare sito umoristico venezuelano, che imita lo stile dei giornali online in modo simile a quanto da noi faceva una volta il Male con i quotidiani cartacei. Però, si tratta di scherzi che in qualche modo si allacciano a fatti reali. Le seconde, invece, sono notizie vere. Ma fotografano l’immagine di un paese talmente stravolto, che anch’esse sembrano burle. Insomma, storie vere che sembrano inventate e cose inventate che sembrano vere.

 

Se fosse letteratura, sarebbe realismo magico. Ma purtroppo non siamo in un romanzo di Gabriel García Márquez. Davvero, dunque, in questo momento sia Francesco sia l’ex primo ministro spagnolo emblema del laicismo sono stati trascinati dalla crisi venezuelana a tentare un’affannosa mediazione tra il governo di Caracas e l’opposizione. Davvero il Venezuela con le sue riserve di petrolio, tra le più importanti del mondo, da un anno e mezzo si è messo a importare greggio, per il fatto che l’incuria ha ridotto al minimo la produzione di petrolio leggero della zona di Maracaibo. L’export è dunque oggi soprattutto rappresentato dal petrolio pesante della Faja del Orinoco, che per essere commercializzato deve essere “tagliato” con petrolio leggero ormai acquistato all’estero. E davvero il Venezuela in questo contesto ha solo minimamente intaccato quella politica di prezzi politici del carburante che ha tradizionalmente reso un pieno più economico dell’acqua minerale.

 

Pure la mancanza di investimenti ha reso più acuta quella crisi idroelettrica che in effetti per via del fenomeno stagionale del Niño ha colpito tutta la regione. La misura di ridurre al minimo la giornata lavorativa in quell’elefantiaco settore pubblico che con 2,8 milioni di dipendenti rappresenta un quarto dell’intera forza lavoro contribuirà sicuramente ad affossare ulteriormente la produttività di un paese dove già il pil nel 2015 è crollato del 5,7 per cento, e dove secondo il Fonfo monetario internazionale c’è da attendersi ulteriori arretramenti dell’8 per cento a fine 2016 e del 4,5 a fine 2017. E’ invece per lo meno dubbio che servirà a tagliare i consumi elettrici, visto che i dipendenti costretti a casa si mettono davanti al televisore con l’aria condizionata a palla. Così, il governo ha ulteriormente provveduto a un piano di “tagli programmati” della luce di quattro ore al giorno: l’allusione dello scherzo del “Chigüire bipolar” sui venezuelani che adattano gli occhi all’oscurità.

 

E poi c’è l’inflazione. Il governo l’ha stimata per il 2015 al 180 per cento, ma per il Fmi è del 481,5 per cento ora, sarà del 720 per cento a fine anno, arriverà al 2200 per cento alla fine del 2017. Un triste record mondiale del Venezuela, come è un triste record mondiale la cifra di omicidi pro capite, con Caracas che è diventata la città più pericolosa del mondo. Per il solo 2015 sono stati registrati 25.000 omicidi e 1.396 uccisioni extragiudiziali, mentre nei primi tre mesi del 2016 ci sono state mille proteste e 64 saccheggi. Dal gennaio del 2015 il bolívar ha perduto il 94 per cento del suo potere d’acquisto, e con un 96 per cento delle entrate di valuta dipendente da un petrolio il cui prezzo è crollato, il deficit delle partite correnti è stato stimato sempre dal Fmi in 18 miliardi di dollari per il 2015, 12,161 nel 2016, 3,7 per il 2017. Maduro ha annunciato aumento salariali del 30 per cento, ma un salario minimo da 33.000 bolívares, 30 dollari al mercato nero, è appena un sesto di quanto servirebbe a una famiglia per sopravvivere, se si pensa che un fast food – due hamburger più bibite e patatine – viene 10.000 bolívares. All’Universidad Central de Venezuela hanno calcolati che già il 12 per cento dei venezuelani non riesce ad arrivare a tre pasti al giorno.

 


Il presidente venezuelano Nicolas Maduro (foto LaPresse)


 

Per questo la massaia di Súper Sábado Sensacional secondo il “Chigüire bipolar” piange quando incontra uno sfilatino. E per questo sempre più venezuelani emigrano in Colombia, dopo decenni in cui erano invece i colombiani poveri a cercare fortuna nel ricco Venezuela. Già nel 2015 il bolívar venezuelano era sceso talmente in basso che falsificarlo non conveniva più, visto che nella zona universitaria di Caracas una fotocopia a colori sulle due facce viene 50 bolívares: esattamente il valore del secondo taglio di banconota più “pesante” in circolazione. Queste banconote tradizionalmente venivano commissionate a De La Rue: famosa tipografia britannica che serve le zecche di mezzo mondo. Ma lo scorso aprile, ha rivelato Bloomberg, da De La Rue è arrivata al Banco Central de Venezuela una lettera di lamentela per un debito non saldato da 71 milioni di dollari. A moltiplicare i costi c’è comunque anche il fatto che il governo venezuelano rifiuta di ammettere la caduta del potere d’acquisto, e dunque continua a mantenere come biglietto più alto quello da 100 bolívares, ormai buono al massimo per comprare sigarette al dettaglio per strada.  

 

Ma la battuta più amara è forse quella sul “chavista portato al pronto soccorso dopo che gli hanno spiegato la separazione dei poteri”. Docente di Diritto amministrativo alla Universidad Central de Venezuela, alla Universidad Católica Andrés Bello e alla Universidad Monteávila ma anche popolare blogger, il costituzionalista José Ignacio Hernández dopo la vittoria dell’opposizione alle politiche aveva previsto “uno scontro fra treni”. “Uno scenario di tira e molla fra Tribunale supremo di giustizia e Assemblea nazionale che non è contemplato nel quadro legale, e quindi non ha soluzione”. Prima che la nuova Assemblea nazionale si riunisse, in effetti, Maduro ha nominato un nuovo Tribunale supremo di giustizia, e ha pure attivato un “parlamento comunale” composto da 600 rappresentanti di assemblee locali: o presunti tali, come hanno protestato vari esponenti dell’opposizione. In effetti, questo “parlamento comunale” è subito tornato nello stesso nulla da cui era stato evocato. Ma il gioco di sponda tra il veto presidenziale è l’appoggio del Tribunale supremo di giustizia ha bloccato la legge di amnistia che l’Assemblea nazionale aveva votato per rimettere in libertà i prigionieri politici. Ha bloccato la legge con cui si voleva dare titoli di proprietà agli assegnatari dei programmi edilizi del regime. Ha bloccato il voto di censura con cui i deputati, come si è ricordato lasciati pure senza stipendio, hanno chiesto le dimissioni del ministro dell’Alimentazione generale Rodolfo Marco Torres.

 

Da ultimo sta cercando di bloccare il processo con cui l’opposizione ha chiesto un referendum revocatorio per obbligare Maduro alle dimissioni. Ci volevano 195.000 firme in 72 ore, ne sono state raccolte 1.800.000 in 48 ore. Ma il controllo della regolarità procede con lentezza esasperante, mentre il capogruppo del partito chavista ed ex presidente dell’Assemblea nazionale Diosdado Cabello minaccia di licenziamento i dipendenti pubblici che hanno firmato e il sindaco Jorge Rodríguez ha negato a una marcia dell’opposizione l’accesso al territorio del suo municipio, dove il Consiglio nazionale elettorale ha sede. Da ultimo, Maduro ha dichiarato un decreto di emergenza economica, minacciando espropriazioni per combattere la “guerra economica” dei nemici della rivoluzione che secondo lui è all’origine delle penurie. Il candidato dell’opposizione alle ultime presidenziali e governatore di Miranda Henrique Capriles ha osservato che al massimo il documento su cui il decreto è stato scritto potrebbe servire ad alleviare la scarsità di carta igienica, e poi l’Assemblea nazionale lo ha cassato. Treno contro treno.

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