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Due mosse sulla Libia

Russia, America, Turchia, Italia. A cosa può portare la triangolazione di Roma (anche quella ufficiosa). Il tentativo di negoziato libico ribelle e parallelo a quello delle Nazioni Unite appare già morto. Considerato che la stretta di mano tra alcuni delegati dei due governi è arrivata nella notte tra sabato e domenica a Tunisi, questo accordo bis è sfiorito in meno di tre giorni.

9 Dicembre 2015 alle 06:15

Due mosse sulla Libia

Paolo Gentiloni con John Kerry (foto LaPresse)

Roma. Il tentativo di negoziato libico ribelle e parallelo a quello delle Nazioni Unite appare già morto. Considerato che la stretta di mano tra alcuni delegati dei due governi è arrivata nella notte tra sabato e domenica a Tunisi, questo accordo bis è sfiorito in meno di tre giorni: tale è la difficoltà delle trattative tra Tripoli e Tobruk.

 

Domenica prossima, scrive il Financial Times, l’Italia e l’America guidano “lo sforzo diplomatico più aggressivo fino a oggi per mettere fine alla guerra in Libia” e per questo hanno convocato a Roma quindici ministri degli Esteri di paesi che hanno influenza sulla politica libica. Ci saranno i rappresentanti dei cinque i membri permanenti del Consiglio di sicurezza dell’Onu – Cina, Francia, Russia Gran Bretagna e Stati Uniti – e gli sponsor ufficiosi dei due schieramenti in guerra, come l’Egitto e gli Emirati arabi uniti, in quota Tobruk, e la Turchia, in quota Tripoli. Ci sarà l’inviato delle Nazioni Unite per la Libia, Martin Kobler, e il suo senior advisor, il generale italiano Paolo Serra. Non ci saranno delegati libici. Nel frattempo le Nazioni Unite hanno aperto un’inchiesta sul predecessore di Kobler, lo spagnolo Bernardino León, che ha accettato un incarico di lavoro strapagato negli Emirati arabi uniti e che per questo è accusato di essere stato di parte durante i negoziati dell’ultimo anno.

 

L’incontro ministeriale è preceduto dalla Conferenza del Mediterraneo, sempre a Roma da giovedì a sabato, che più in sordina promette di essere l’occasione per incontri discreti tra i rappresentanti di paesi che possono dire molto sulla crisi libica. Tra loro ci sarà anche il ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov. A inizio dicembre il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni auspicava un ruolo più importante proprio della Russia nella risoluzione della crisi libica e il governo di Tobruk ha chiesto in via ufficiale l’aiuto di Mosca – Tobruk è spalleggiata dall’Egitto del presidente Abdel Fattah al Sisi, che ha grande intesa con il presidente russo Vladimir Putin, e dai sauditi, che invece sono assai più freddi.

 

Oltre a Lavrov, alla conferenza sul Mediterraneo saranno presenti il re di Giordania Abdullah II, il primo ministro della Tunisia Habib Essid, il segretario di stato britannico Philip Hammond, il ministro algerino per gli Affari maghrebini Abdelkader Messahel, i ministri degli Esteri di Emirati arabi uniti, Egitto e Qatar, e l’amministratore delegato di Eni, Claudio Descalzi. Tutti hanno un interesse nei negoziati in Libia, tanto che la conferenza ufficiale di domenica potrebbe apparire il coronamento degli incontri ufficiosi e delle conversazioni riservate dei prossimi giorni.

 

Secondo fonti del Foglio, l’America è pronta ad assumere un ruolo più di primo piano nella crisi libica, considerata ormai una filiale della crisi di sicurezza in Siria e Iraq – come spiegato da un reportage del New York Times ricco di informazioni sulla presenza di leader del terrorismo iracheni in Libia. Washington manda a entrambi gli appuntamenti romani il segretario di stato, John Kerry.

 

Il piano di accordo libico “diverso da quello ufficiale” annunciato sabato notte a Tunisi è già a fine corsa perché i delegati che l’hanno firmato dopo pochi giorni di conversazioni in segreto avranno difficoltà a farlo accettare dalle loro stesse parti, prima che allo schieramento rivale, secondo analisti citati da Associated Press, tra cui l’italiano Mattia Toaldo.

 

[**Video_box_2**]Uno dei punti più controversi riguarda il futuro del generale Khalifa Haftar, l’ex gheddafiano diventato comandante delle forze fedeli al governo di Tobruk e detestato dal governo di Tripoli. Una parte vuole che gli sia garantito un ruolo nel nuovo governo di unità nazionale, l’altra esige che sia estromesso come prerequisito per ogni trattativa ulteriore.

 

Tre giorni fa lo Stato islamico ha messo su internet un video girato sulla piazza centrale di Sirte che assomiglia a uno sfoggio di forza e di tranquillità. Il gruppo jihadista uccide due uomini accusati di stregoneria in mezzo a una folla di civili, davanti a decine di combattenti e di comandanti del gruppo, alcuni dei quali tradiscono tratti somatici stranieri, che assistono all’esecuzione in cerchio – alcuni con il volto coperto da passamontagna e altri no. Vale come risposta alle notizie di voli di ricognizione da parte della Francia e alla conferma, arrivata due giorni fa dal Pentagono, dell’uccisione il 13 novembre di Abu Nabil al Anbari, un iracheno mandato in Libia dal capo del gruppo, Abu Bakr al Baghdadi. La nota del Pentagono a tre settimane di distanza rivela che gli americani dispongono in Libia di intelligence di buon livello, forse contatti locali o forse intercettazioni.
 

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