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Anche l’Università di Belfast si autocensura su Charlie Hebdo

Cancellata una conferenza sulla strage di gennaio a Parigi. Il rettore usa la sicurezza come scusa, proteste per la libertà di espressione

25 Aprile 2015 alle 06:18

Anche l’Università di Belfast si autocensura su Charlie Hebdo

La Queen’s University di Belfast, in Irlanda del nord, ha deciso di cancellare un convegno sugli attentati di gennaio alla redazione di Charlie Hebdo a Parigi. Il convegno già trasudava cautela fin dal titolo, “Capire Charlie: Nuove prospettive sulla cittadinanza contemporanea dopo Charlie Hebdo”, era stato organizzato da un dipartimento chiamato Istituto per la ricerca collaborativa nelle Scienze umane ed era previsto per giugno. Ma l’Università l’ha cancellato citando ragioni di “sicurezza dei delegati” e, secondo la mail furibonda con cui gli organizzatori hanno dato la notizia ai partecipanti, per ragioni di “reputazione” dell’istituzione.

 

Ma la “reputazione” nel giro di poco si è persa del tutto, perché in mancanza di minacce specifiche e di elementi chiari tutti hanno pensato la stessa cosa: i vertici della Queen’s University non vogliono problemi, ecco l’ultimo caso di autocensura degli accademici britannici, se si va avanti così di certe cose non si potrà discutere manco più nei bunker. Così ieri, davanti alle pressioni della stampa per avere qualche chiarimento in più, il vicerettore ha fatto un mezzo dietrofront: portiamo a termine l’esame della sicurezza (che a detta di tutti era stato già fatto da tempo) e poi decidiamo se fare il convegno oppure no.

 

“Fanno bene a stare molto attenti, ma il convegno va fatto, ci mancherebbe, non si può lasciare l’ultima parola a questioni di security”, commenta Anthony Glees, direttore del centro degli Studi di sicurezza dell’Università di Buckingham e difensore di un approccio ideologico robusto davanti al relativismo culturale nelle università. “La libertà di espressione non si può più intendere in maniera assoluta come prima, quando c’era una società più omogenea, ma va difesa”, tanto più nelle università dove il proselitismo islamista, a suo avviso, va veloce. “E’ una questione di libertà accademica” ed è inviolabile, spiega Glees al Foglio. Queen’s, da questo punto di vista, ha un precedente sinistro: nel 2007 il presidente dell’associazione degli studenti musulmani, l’ingegnere aeronautico Kafeel Ahmed, morì per le ustioni riportate dopo aver tentato di far saltare in aria l’aeroporto di Glasgow.

 

“Hanno detto che il convegno era come un G8, manco fosse stato invitato a parlare Obama”, ha commentato furibondo Jason Walsh, un giornalista di Dublino il cui intervento si sarebbe dovuto intitolate “Torniamo alla censura?”. Si dice invece “sconvolta e sorpresa”, una ricercatrice dell’istituto che ha organizzato l’evento, Isabel Hollis. Anche durante i Troubles in Irlanda del nord l’Università non si era mai tirata indietro, dice la ricercatrice, davanti al “dovere etico fondamentale di discutere e dibattere sulle sfide globali come questa, e di fornire una contro-narrativa rispetto all’interesse politico che spesso ne risulta”. Per Rachael Jolley, direttore del magazine Indexforcensorship, “tutti quelli che sono scesi in strada in Europa, anche nel Regno Unito, per esprimere il loro sostegno alla libertà di espressione dovrebbero sentirsi estremamente frustrati”.

 

[**Video_box_2**]“Il problema burocratico non c’è mai stato, se fosse stato quello sarebbe stato risolto”, prosegue Walsh. Con un programma vario e bilanciatissimo tra difensori della libertà d’espressione ed esperti di islam, molti dei partecipanti hanno protestato apertamente sulla stampa, ma nessuno, stranamente, dall’interno dell’Università. Il keynote speaker Max Silverman dell’Università di Leeds ha detto che iniziare a censurare dibattiti di questo tipo “è un segnale pericoloso”, un paio di oxoniensi si sono indignati, e lo scrittore Robert McLiam Wilson, nato a Belfast ovest e collaboratore di Charlie Hebdo da Parigi, ha detto che “cancellare un evento del genere davanti a una minaccia putativa in una città che ha sopportato 30 anni di tortura e di autoimmolazione sembra più che pusillanime”. Una tempesta mediatica che forse è servita. Patrick Johnston, il vicerettore all’origine della decisione, ha detto ieri che “Queen’s è e rimane un posto in cui le questioni difficili possono essere discusse”.

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