Vladimir Putin (LaPresse)

contromosse

Gli scambi della Russia con Cina e Turchia crollano. È sempre la stessa "sanzione micidiale" di Biden

Cecilia Sala

L’ordine esecutivo firmato dal presidente degli Stati Uniti puntava a colpire le triangolazioni finanziarie. Le banche cinesi e turche sanno chi scegliere tra il dollaro e Putin

Le sanzioni secondarie funzionano e ieri il Financial Times titolava: “I flussi finanziari russi crollano dopo che gli Stati Uniti li hanno messi nel mirino”. E’ l’effetto della misura che Joe Biden aveva imposto a Natale contro l’economia di guerra del Cremlino e che sul Foglio abbiamo definito “la sanzione micidiale contro Putin”. L’ordine esecutivo firmato dal presidente degli Stati Uniti colpiva le triangolazioni finanziarie che, fino a quel momento, avevano consentito alla Russia di aggirare il problema delle sanzioni primarie imposte da tutto l’occidente quando è cominciata l’invasione totale dell’Ucraina nel 2022. Grazie alle triangolazioni, per quasi due anni Mosca aveva potuto continuare ad acquistare componenti europee  utili a fabbricare armi facendo shopping degli stessi prodotti per esempio  in Cina e in Turchia invece che direttamente nell’Unione. Ma, a dicembre,  Biden  ha preso di mira le banche straniere che avevano  aumentato di molto gli scambi con Mosca dopo l’entrata in vigore delle prime punizioni economiche occidentali – spazzando via con una firma  il piano B di Putin.  

Biden stava copiando la legge con cui Barack Obama, nel 2012, punì l’economia di Teheran e  costrinse la Repubblica islamica a ridimensionare la propria industria della Difesa. Una mossa che  funzionò perché fermò le importazioni iraniane dalla Cina, che negli anni precedenti avevano sostituito quelle dall’Europa.  

A marzo del 2022 le esportazioni dal Kirghizistan verso la Russia erano  decuplicate istantaneamente dopo l’entrata in vigore delle sanzioni, e il meccanismo era sempre lo stesso: semplicemente Mosca comprava nei paesi non ostili i beni (occidentali e non) che non poteva più acquistare direttamente dagli alleati di Kyiv, che avevano appena imposto punizioni economiche dure al Cremlino. Come Teheran prima del 2012, Mosca aveva trovato un escamotage per accaparrarsi i materiali teoricamente proibiti. In un mondo globalizzato le sanzioni primarie funzionano poco perché vincolano soltanto i paesi che le sottoscrivono e non  bloccano gli altri. Le sanzioni secondarie invece funzionano così: le banche internazionali che effettuano le transazioni con cui Putin si accaparra componenti per le proprie armi, se scoperte, vengono escluse in automatico dal sistema finanziario americano. E il timore di rimanere fuori dalla porta del circuito più importante del mondo, quello in dollari, è stata una minaccia sufficiente a far fare un passo indietro agli istituti turchi, cinesi, emiratini di cui Mosca si serviva per comprare in giro per il mondo gli apparecchi e i materiali con cui fabbrica missili che poi spara contro l’Ucraina. Nei primi mesi del 2024, le banche turche e la banca cinese Zhejiang Chouzhou, che era l’istituto finanziario più usato dagli importatori russi, hanno smesso di accettare pagamenti in rubli e di prestarsi alle triangolazioni per contro dei compratori di Mosca. 

Secondo i funzionari occidentali e i finanzieri russi sentiti dal Financial Times, la nuova sanzione ha reso molto difficile spostare denaro dentro e fuori il paese. Il volume degli scambi commerciali di Mosca con partner chiave come la Turchia e la Cina è crollato nel primo trimestre dell’anno, cioè subito dopo la firma di Biden che ha attivato le sanzioni secondarie, che sono le più efficaci anche perché hanno un effetto immediato: contano sulla reazione spontanea degli istituti finanziari e non si basano su un sistema lento fatto di multe e controlli (come le sanzioni primarie). Oggi gli investitori  russi dicono al Financial Times di sentirsi, per la prima volta, “come a Teheran”.
 

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