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nessuna apocalisse

L'embargo sulla Russia è un'opportunità per l'Italia e farà male più a Putin che a noi

Claudio Cerasa

Cosa non è stato capito del rapporto del Copasir. È il Cremlino ad avere maggiore interesse nel mantenere le relazioni economiche con l'Europa e rinunciare al gas russo non sarebbe un dramma. Le prospettive energetiche e un nuovo scenario in cui il nostro paese può essere protagonista

Apocalisse no, grazie. Se si ha la pazienza di dedicare qualche minuto alla lettura del rapporto presentato alcuni giorni fa dal Copasir sull’impatto del conflitto tra Russia e Ucraina sul futuro della nostra sicurezza energetica si capirà ancora una volta con estrema chiarezza perché la traiettoria del gas rappresenta, per l’Italia, la perfetta cartina al tornasole dei nostri vizi, delle nostre virtù, dei nostri tabù, dei nostri peccati e delle nostre opportunità. I nostri vizi sono quelli che hanno a che fare con l’approccio ideologico scelto negli ultimi anni dall’Italia sul tema dell’indipendenza energetica e per capire le radici di questo guaio due spunti possono aiutare. Primo: in base ai dati del 2020, il mix energetico italiano risulta per più dell’80 per cento composto da fonti fossili, quali gas e petrolio, rispettivamente al 42 per cento e al 36 per cento, e in modo residuale carbone (4 per cento), mentre le fonti green contano per il 18 per cento circa (11 per cento fotovoltaico ed eolico, 7 per cento idroelettrico).

 

Dunque: chi ha contribuito ad alimentare l’idea che la transizione ecologica dovesse coincidere con la rimozione immediata delle fonti energetiche di natura fossile ha contribuito a costruire una politica di indipendenza energetica di natura puramente autolesionistica, che ha reso l’Italia ancora più dipendente dall’estero e che ha portato la produzione domestica di gas nel 2021 a 3 miliardi di metri cubi (bcm) che rappresenta il 4 per cento dell’approvvigionamento  dell’Italia. Il secondo punto interessante toccato dal Copasir a proposito dei vizi inconfessabili del nostro paese coincide con un’ammissione clamorosa che riguarda la Francia. E’ indubbio, scrive il Copasir, che “il paese transalpino si trovi in una posizione meno critica rispetto ad altri partner europei grazie a un mix energetico che si avvale in misura significativa della risorsa nucleare della quale è stata recentemente pianificata una ulteriore implementazione attraverso la realizzazione di sei nuovi reattori nucleari”.

 

Se si sceglie di fare un passo in avanti spostandoci dalla denuncia degli errori del passato e concentrandoci sulla natura delle opportunità del presente si capirà con chiarezza che in prospettiva futura la partita che l’Italia sta giocando sul gas può consentire al nostro paese di avere maggiore consapevolezza del mondo in cui vive. Una prima consapevolezza, rispetto al presente, riguarda il falso mito della “dipendenza” europea dal gas russo e il Copasir segnala che più che di dipendenza occorrerebbe parlare di interdipendenza. E anche rispetto alle minacce russe di tagliare i rifornimenti all’Europa sostituendo il mercato europeo con quello cinese il Copasir spiega bene perché trattasi di un bluff: questa strategia sostitutiva non sembra essere praticabile in un orizzonte temporale di breve periodo, rendendo così ulteriormente debole la postura russa. Allo stato attuale la Russia esporta ogni anno 155 miliardi di metri cubi di gas nei confronti della Ue, 185 miliardi di metri cubi nei confronti dell’intera Europa, a fronte di appena 10 miliardi di metri cubi verso la Cina. Peraltro, i giacimenti che riforniscono l’Europa sono molto distanti dalla Cina e quindi occorre tempo per costruire nuovi gasdotti.

 

La Russia ha bisogno dell’Europa più di quanto l’Europa abbia bisogno della Russia e la strategia di affrancamento dell’Europa dal gas russo potrebbe avere anche un doppio impatto positivo per l’Europa e per l’Italia. Rendersi conto del ruolo centrale che avrà l’Africa nell’approvvigionamento futuro di energia, rendersi conto del rapporto rafforzato che avrà l’Europa con l’America (gli Stati Uniti diventeranno il primo fornitore di gas naturale dell’Unione europea, dando origine a un cambiamento epocale nel mercato dell’energia e all’interno degli stessi equilibri geopolitici). Rendersi conto del rapporto nuovo che nascerà con la Turchia (molti dei nuovi giacimenti, per transitare in Europa, dovranno passare attraverso la Turchia e compito dell’Italia, e dell’Europa, sarà evitare di passare dalla dipendenza dalla Russia al condizionamento della Turchia). Rendersi conto che le politiche energetiche vanno sempre più immaginate a livello europeo (il price cap, al contrario di quanto sostiene Confindustria, è indispensabile che venga adottato a livello europeo perché “misure nazionali potrebbero determinare dinamiche concorrenziali tra i diversi mercati ed effetti controproducenti per la sicurezza energetica del Paese che le adotta”). Rendersi conto del potenziale unico che ha l’Italia (la rete di gasdotti, di proprietà di Snam, è la più ampia nel bacino del Mediterraneo, la seconda a livello europeo dopo quella gestita da Gazprom ed è in parte già predisposta per il trasporto di idrogeno). E rendersi conto, infine, di quanto potenze come la Cina e come la Russia, che da tempo coltivano mire espansionistiche e neo coloniali in quel quadrante, “andranno ad accrescere la propria influenza con cospicui investimenti che non si limitano al settore energetico o economico, ma comprendono anche l’ambito militare”.

 

“In questo scenario – nota correttamente il Copasir – l’Italia può giocare un ruolo di primo piano candidandosi, anche grazie alla peculiare posizione geografica, al ruolo di hub energetico per l’intera Unione europea”. Passato, presente, futuro. E apocalisse zero. E qui entra in ballo un doppio ragionamento che riguarda il domani. Primo punto. Per l’Italia rinunciare al gas russo non sarebbe un dramma (“è possibile per il nostro paese arrivare a soluzioni che permetterebbero l’affrancamento totale dalla Russia sostituendo con altre risorse i 30 miliardi di metri cubi annui di gas provenienti da quel paese”). Secondo punto. Un eventuale price cap difficilmente porterebbe Putin a interrompere i suoi rifornimenti “perché la Russia ha bisogno di continuare a vendere il suo gas all’Europa, non essendo praticabili a breve termine e convenienti i mercati asiatici”. E in questo senso, l’accordo che sembra emergere all’orizzonte tra le grandi aziende europee e Gazprom per il pagamento del gas (alla fine il pagamento degli importatori non sarà sulla Banca centrale russa ma sarà su Gazprombank dove dovrebbe essere accreditato un importo in euro (o dollari poi convertito automaticamente in rubli su un conto formalmente intestato alle varie Eni, Total Energies) sembra essere un accordo che indica quello che la guerra sembra non indicare: il conflitto c’è, le trattative pure e il dialogo sul gas potrebbe essere il terreno giusto, forse, per anticipare un dialogo che tutti aspettano, quello che prima o poi porterà alla pace.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.