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Ambientalismo putiniano.

Dall'eolico alle trivelle, fino al gas russo. Chi blocca la riscossa energetica italiana? Un'indagine

Fabio Bogo

Chi ci rende dipendenti dall'energia di Putin? Viaggio nei folli paradossi di un paese tra burocrazia, soprintendenze, politica e ecologisti trinariciuti

Il Consiglio di Stato il 28 marzo scorso ha sbloccato la realizzazione di due impianti fotovoltaici nel viterbese, la cui costruzione, autorizzata nel 2019 da regione e provincia, era ferma da due anni, per l’opposizione del ministero dei Beni culturali (guidato come oggi da Dario Franceschini) e appoggiato dal governo (a Palazzo Chigi c’era Giuseppe Conte). I giudici con la sentenza non hanno solo dato il via libera a nuovi 235 megawatt, a Tuscania e Montalto di Castro, quantità irrisoria rispetto al fabbisogno italiano; ma hanno stabilito un principio destinato forse a fare giurisprudenza. Il Mibact, hanno deciso, può opporsi a impianti di energie rinnovabili solo se le autorizzazioni già concesse a livello locale dopo un lungo iter di verifiche ambientali e archeologiche risultino effettivamente lesive del paesaggio e dei beni culturali; non ha alcun diritto superiore di intervento; non può bloccare opere frutto della legittima iniziativa privata, valutate positivamente dalle amministrazioni locali in modo motivato. È una sentenza importante. Perché se si chiede agli operatori dell’energia chi blocca le iniziative il 64 per cento risponde (dati Osservatorio R.E.gions203 a cura di Elemens e Public Affairs Advisors) che lo stop arriva dal ministero della Cultura e dalle sovrintendenze regionali. 

 

Il grande ingorgo


Tutto più veloce, quindi, dopo la sentenza del Consiglio di Stato? Non proprio. Perché sempre secondo gli operatori il 31 per cento degli impianti è bloccato invece dalle regioni. Le quali, se l’investitore protesta per i ritardi e si rivolge al Tar che dà loro ragione, replicano sempre con il Consiglio di Stato, che tutela la loro competenza in materia paesaggistica e ambientale.  E quasi sempre vincono. Così in Italia, secondo un recente rapporto di Legambiente, a causa della tenaglia sovrintendenze-enti locali ci sono 1400 impianti bloccati dalle loro eccezioni e dalla burocrazia. È la fusione tra il Nimby dei cittadini (fate pure le infrastrutture, ma non nel mio cortile) e il Nimto degli amministratori (quel progetto non si fa durante il mio mandato). Da più di un decennio è un freno quasi a tutto. Ai termovalorizzatori, al fotovoltaico, alle pale eoliche, alle esplorazioni in Adriatico, ai rigassificatori. Una barriera di autorizzazioni complica anche la vita dei biodigestori, delle iniziative per l’idrogeno verde, delle colonnine per la ricarica delle auto elettriche. Con dei casi paradossali. Che rallentano la ricerca di energia indipendente e rendono il Paese fragile e sottomesso. Anche adesso. Sono i Putinversteher del gas e delle rinnovabili. 

 

Vento e binocolo

La Sardegna è la regione in cui più è difficile fare energia. Ed è quella che ne avrebbe più bisogno, perché non collegata ai gasdotti del continente. Ma non sente ragioni. Ecco il primo esempio. La Falck Renewables e la Blue Float Energy fanno una joint venture per due impianti eolici al largo, molto al largo, di Cagliari: il primo è composto da una fila di aerogeneratori tra 22 e 34 chilometri dalla costa, il secondo progetta le pale sempre lontano, a 30 chilometri da Capo Carbonara. Reazione immediata della politica locale, a firma di Mara Lapia, ex Cinque stelle ora al gruppo misto. “Sono zone ad alta vocazione turistica”, spiega. Anche se sono così al largo che per vederle serve il binocolo, e per raggiungerle gli yacht degli oligarchi, che peraltro dalla Sardegna sono scappati. Ma intanto il seme avvelenato è gettato, e fa frutti. Il Grig, gruppo intervento giuridico, raccoglie e rilancia: “Si vuole destinare l’isola al ruolo di piattaforma di produzione energetica”. Cioè anche a beneficio dell’Italia, di cui la Sardegna fa parte e dalla quale attende il gas per sostituire l’inquinante carbone delle sue centrali. Sembrano i prodromi di quello che è toccato al progetto del parco eolico galleggiante del Sulcis, Sardegna sud-occidentale, 42 aerogeneratori per una potenza di 504 MW. È a 35 chilometri dalla costa ed essendo galleggiante ha un impatto minimo sui fondali. Nonostante questo sette amministrazioni comunali si sono mobilitate con un presidio davanti alla Regione, che le appoggia. Sbalorditi persino gli ambientalisti, con il Wwf che commenta: “Confronto caratterizzato più da argomenti ideologici che non da valutazioni puntuali e oggettive”, con perplessità sul fatto che “parlare di impatto visivo a 19 chilometri dalla costa significa strumentalizzare”.

 

Vento e Cartagine

Anche in Sicilia non piacciono le pale eoliche. Renexia, controllata dal gruppo Toto, ha presentato un progetto per un impianto eolico offshore nel Canale di Sicilia: andrebbero ancorate su un fondale con profondità che varia da 100 a 600 metri ben 190 turbine, capaci di fornire 2.900 megawatt, distanti 3,5 chilometri l’una dall’altra. Produrrebbe corrente per 3,4 milioni di famiglie. Parte l’offensiva contro la solidarietà energetica, e il primo attacco della politica locale accusa i promotori dell’iniziativa e chi la autorizza di “usare il vento siciliano per portare la corrente in Campania”. Poi si vira su specie ittiche da tutelare e reperti archeologici.  Fanno asse Pd e Lega, con una risoluzione dove si sostiene che “parchi eolici così rilevanti possono incidere sulla pescosità della zona e sulla conservazione di reperti archeologici del valore inestimabile custoditi in quel tratto del Canale di Sicilia, che custodisce vestigia di imbarcazioni risalenti all’epoca degli scambi con Cartagine”. Sembrerebbe una posizione documentata e sostenibile. Peccato che le  rilevazioni della Marina militare e dell’autorevole istituto Anton Dohrn di Napoli raccontino una cosa diversa. Di pesce ce n’è poco visto che l’attività a strascico ha devastato i fondali, che per l’85 per cento della superficie sono giudicati “privi di vita”. I reperti archeologici rinvenuti si limitano a tre anfore, e di navi puniche affondate non c’è traccia, a meno di non considerare cartaginesi tre relitti della Seconda guerra mondiale.

 

Metri, aquile e pipistrelli

Se le pale in mare non piacciono, in Sardegna c’è ostilità anche per quelle sulle colline. Il Consiglio di Stato ha bocciato il progetto di E2i Energie speciali per un impianto nel comune di Florinas. Troppo vicino all’area dei nuraghi e minacciati i tre esemplari di aquila reale localizzati in zona. La società proponente ha sostenuto che i rapaci si alimentano con Tadarida, Miniopterus, Hypsugo e  Pipistrellus, pipistrelli che non volano a oltre sei metri di altezza dalla cima degli alberi. Le associazioni e l’Arpas Sardegna ribattono che è noto che invece salgono sino a decine di metri, e quindi sono minacciate dalle pale. E’ anche questione di metri insomma  se alla fine non se ne fa niente. E nell’isola non piacciono nemmeno i rigassificatori, che ora sono giudicati essenziali dal governo per tamponare la carenza di gas russo che verrà. La Sardegna non li voleva a Portovesme, Porto Torres e a Oristano. Motivazione? “Obbligo per i sardi di diventare energeticamente dipendenti dalla Toscana” (parole del sindaco di Portoscuso) a causa delle navi spola dall’impianto di Panigaglia, e “scarsa occupazione rispetto alle centrali a carbone esistenti”. Alla fine ha risolto d’autorità il premier Mario Draghi, firmando il decreto energia per l’isola: un impianto a Oristano, due navi di stoccaggio e rigassificazione a Porto Vesme e Porto Torres. Fine delle discussioni. 

 

Il gas della discordia

Già, il gas via nave. Non c’è solo il no sardo. Mentre il governo bussa a tutte le porte e stringe accordi per ridurre la dipendenza da quello di Putin con il quale lo zar di Mosca finanza la sua guerra all’Ucraina, in Italia è un continuo fiorire di opposizioni alle forme di trasporto alternative ai gasdotti. In passato si è rinunciato a rigassificatore fisso di Brindisi che voleva realizzare British Gas, e a quello di Gioa Tauro, progetto nato nel 2005 e definitivamente abbandonato nel 2013 dopo 8 anni di battaglie legali, proteste e ostacoli burocratici.  Anche quello di Porto Empedocle, che sembrava rinascere come prospettiva (l’idea risale al 2004), rischia di impantanarsi. L’Enel ha detto di essere pronta a investire un miliardo. Il sindacato è favorevole; ma gli ambientalisti (Italia Nostra, MareAmico e Legambiente) frenano: troppo vicino al centro abitato e alla Valle dei Templi. E a bloccarlo, senza successo, ci ha provato senza indugio anche il Movimento 5 stelle. Il consigliere regionale Giovanni Di Caro ha visto bocciato un suo ordine del giorno nel quale sosteneva che con la scusa (sic!) della guerra si ripescava “un progetto vecchio e dimenticato”. Non hanno accoglienza migliore quelli mobili. Il ministro Cingolani ne annuncia uno galleggiante a Taranto ed ecco la prima risposta della politica. “I colpi di spugna non servono – denuncia il Pd locale – e la discussione sul rigassificatore a Taranto è già chiusa. Non si farà scudo con l’emergenza energetica per far rientrare dalla finestra ipotesi sonoramente e ripetutamente bocciate da Taranto e dalla Puglia”. 

I no non arrivano solo dal sud. Sentite Piombino, dove sempre Cingolani annuncia due rigassificatori galleggianti di taglia media da 5 miliardi di metri cubi, da ospitare per uno o due anni in banchina. L’Autorità di sistema portuale di Livorno e Piombino si dice perplessa dalla collocazione e dice che “la cosa deve essere affrontata insieme a Mims e Mise inquadrandola possibilmente nel più complesso e critico quadro della situazione piombinese”. Il sindaco Francesco Ferrari si dice addirittura sconcertato (“congelerebbe il porto”, e si attira le critiche di Andrea Romano, Pd, che bolla le sue parole come “pregiudiziali ideologiche”). Facile prevedere che sarà un bel derby.

 

Nemmeno quello bio. Puzza…

Mettiamoci d’accordo. Il metano è brutto? Allora puntiamo sul biometano, quello prodotto dai biodigestori che trasformano gli scarti agricoli e degli allevamenti in preziosa energia, meno impattante come CO2 del gas naturale. No, c’è sempre un distinguo anche su quello. Andiamo a vedere cosa succede in Sicilia. A San Filippo del Mela (Messina) un progetto di A2A prevede di realizzare un impianto di biometano al posto di un previsto e contestato termovalorizzatore. Legambiente e sindacato sono d’accordo, si alza il veto della rete No Waste: “Troppo grande la struttura, rischia di ricevere i rifiuti di tutta la Sicilia”. Il senso è: a ognuno i suoi scarti, e dove non ci sono impianti per il trattamento restino in discarica, non può essere un problema comune. A Pozzallo invece il Tar sblocca un impianto di biodigestione dei rifiuti,  rilevando che l’opposizione della politica locale non ha motivo di esistere. Stupiti dal no del tribunale amministrativo, sindaco e giunta decidono di ricorrere al Consiglio di Stato per bloccare il trattamento dei rifiuti in loco, e parlano di “aggressione al territorio”.

Che ne faranno dell’immondizia, se a Messina non la vogliono? Ma sui rifiuti è battaglia ovunque. A Roma la giunta Gualtieri ha deciso per due biodigestori e subito si è scatenata la protesta di municipi e residenti, con il risultato finale di prolungare la vita delle discariche o il trasferimento dei rifiuti in altre regioni o all’estero. A Terlizzi invece niente biogas perché su quella zona passavano  i Cavalieri che andavano a imbarcarsi per la Terrasanta. L’impianto, grande come sei campi da calcio, sarebbe alimentato con gli scarti della produzione olivicola della zona, e per questo ha il plauso degli associazioni degli agricoltori. Ma ha il difetto di trovarsi non lontano dalla via Appia-Traiana, la strada che collegava Benevento a Brindisi, e che risale al 110 dopo Cristo. Immediata cala la scure della Sovrintendenza, che esprime parere negativo dal momento “che risulta positivamente inserita all’interno del progetto della Via Francigena del sud, all’interno di un sentiero a percorrenza lenta di interesse storico, artistico e ambientale”. Ancora più articolato il no di Legambiente Terlizzi che così motiva, per chi sa interpretarla, la sua posizione: “E’ un’area in cui studi recenti hanno rilevato una notevole e diffusa presenza antropica che nel tempo si è strutturata secondo modalità differenti in un arco cronologico molto ampio che va dall’età neolitica a quella medievale”. A Bedizzole (Brescia), invece, l’impianto di biometano nascerà. Per sei anni è stato bloccato, con una motivazione prevalente su tutte: puzza. Finalmente sono stati risolti i problemi odorigeni e permetterà, una volta avviato, di produrre biometano per 6 milioni di metri cubi l’anno e alimentare la flotta di autobus della provincia. A Force, provincia di Ascoli Piceno, invece siamo alle carte bollate. Diciannove comuni della valle dell’Aso 19 comuni hanno diffidato la provincia dal proseguire con il il progetto, e si sono rivolti al Tar. Per ora è tutto fermo.

 

La battaglia delle trivelle

Il 12 febbraio scorso, prima dell’avvio dell’invasione russa dell’Ucraina ma già nel pieno del caro-bollette con i prezzi del gas alle stelle, il Mite pubblica il piano per la transizione sostenibile nelle aree idonee (Pitesai). E mette fine alla moratoria che per tre anni ha bloccato il settore upstream, definendo le aree dove è consentita prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi sul territorio nazionale. l’idea è quella di un’estrazione controllata, attenta all’ambiente e alle conseguenze sociali del caro-energia. A Ravenna, dove il gas estratto è una risorsa per l’occupazione, si festeggia; da altre parti ci si preoccupa. Tutte le regioni si mettono di traverso e c’è invece chi propone (Nomisma Energia) di riattivare i giacimenti visto che il Pitesai “è un fallimento e la negazione dell’economia”. Così, mentre si dibatte su vecchi e nuovi pozzi, partono i ricorsi. Di fronte al Tar del Lazio, 24 comuni hanno impugnato il provvedimento di Cingolani, adducendo ritardi nell’adozione rispetto alle scadenze, la discutibile pianificazione e identificazione delle aree di estrazione, il rischio di cumulo tra vari progetti con aumento delle quantità estratte e, infine, la violazione della Costituzione, che ha appena introdotto la tutela dell’ambiente nella Carta fondamentale del paese… Si preannuncia quindi una stagione di battaglie legali da combattere nei tribunali, mentre il premier Draghi chiede più gas ad Algeria, Azerbaigian, Angola, Congo.

 

Niente pannelli solari 


Niente gas, niente pale, non ci resta, per le rinnovabili, che sperare allora nel fotovoltaico. Più facile? Macché. A Brindisi resta sulla carta il progetto di parco fotovoltaico da 300 megawatt che dovrebbe nascere sull’area prima occupata dal nastro trasportatore del carbone per la centrale di Cerano. Manca l’analisi di rischio sui terreni agricoli interessati e il Piano paesaggistico territoriale regionale non è aggiornato con le tecnologie disponibile. Tutto fermo anche a Gioia Tauro, dove per veder partire i lavori per l’impianto di Enel Greenpower dell’ex area industriale, vicenda che si trascina da tre anni in un rimpallo di ricorsi tra Enel, Tar, Mic e Consiglio di Stato, bisognerà attendere ancora a giugno. L’ultimo rinvio l’ha ottenuto il comune, che non si arrende. È sconfortato Francesco Ferrante, vicepresidente del Kyoto club. “Sembra di rivedere una vecchia scena – dice – di cui si tramanda il racconto. Vicino Siena, autostrada area di servizio. Bloccati i pannelli solari sul tetto di un parcheggio auto: quelli davano fastidio paesaggisticamente, l’autostrada, l’area di servizio e il parcheggio no. Ma vi pare possibile?”. 

Sono soprattutto le regioni a ostacolare i pannelli. In Veneto la maggioranza leghista vuole limitare a 1 Megawatt di picco la potenza fotovoltaica installabile sui terreni agricoli, e in Abruzzo invece si  si è bloccato tutto, tanto che Legambiente con la Goletta verde lo ha “premiato” consegnandogli una Bandiera nera di condanna per aver sospeso con una moratoria l’installazione di tutte le fonti rinnovabili. La stessa regione dove gli impianti eolici sono diventati un’attrazione turistica, raccontati nella guida online Parchidelvento.it

 

Ma è paesaggio?

Sul fronte delle rinnovabili le sovrintendenze colpiscono duro. Nel Mugello 10 pale eoliche potrebbero dare energia a 100 mila persone. Il ministero della Cultura dice di no. Insorge il presidente della regione Giani: “Bisognerà rimettere mano alle norme. Basta con le sovrintendenze come elemento del no in tutto e per tutto”. Dubbi anche a Genova, dove il no a un progetto è arrivato dalla Sovrintendenza speciale per il Pnrr, che in teoria nasce per velocizzare le procedure. Nel porto era previsto un mini parco eolico, con aerogeneratori alti 50 metri sulla nuova diga foranea. Bocciati. Servono altre indagini archeologiche ed è eccessivo l’impatto “in relazione ai valori paesaggistici e storico-paesaggistici tutelati”. Protestano in tanti (“le pale sono brutte? E’ forse bello il gasometro?”, chiedono i cittadini sui media locali) e anche Legambiente che definisce “folle” lo stop, “il vincolo paesaggistico non regge”. E non sembra un’opinione di parte, a sentire il ministro della Transizione Roberto Cingolani. “Abbiamo tre gigawatt di rinnovabili fermi, anche se hanno la valutazione di impatto ambientale favorevole, bloccati dalle sovrintendenze”, ha spiegato in Parlamento. “Questi impianti – ha aggiunto – sono fermati con motivazioni incomprensibili. Ci deve essere un rispetto assoluto per il paesaggio, ma anche rispetto per la lotta al cambiamento climatico”. Ma le motivazioni sono spesso soggettive. A Taranto non è stato così per il parco eolico, che ha avuto il via libera con 12 anni di ritardo. “Le sovrintendenze – dice ancora Francesco Ferrante – debbono esprimersi sulle aree vincolate e non su tutto. A Taranto non c’era motivo di bloccare. Ma spesso agiscono con la tecnica del copia-incolla”. Ma il virus della soggettività è sempre più diffuso, E così a Rimini niente parco eolico al largo d delle coste. Distanza massima prevista 33 chilometri. Deturpa il paesaggio, non lo gradirebbero magari i turisti tedeschi. Che in casa le pale sulle coste però le hanno. E comunque non lo deturpa meno delle piattaforme di estrazione, che sono diventate un’attrazione: le barche portano i turisti a vederle, perché non potrebbero portarli anche a vedere le pale? Legambiente dice: “Se sei sulla spiaggia di Rimini e guardi la città vedi i disastri estetici fatti con gli alberghi: sono le pale a rovinare il panorama?”.

 

Elettrico con poca spina

Il mercato dell’auto è ormai orientato in maniera irreversibile verso i modelli elettrici. I costruttori sono pronti. Le infrastrutture ancora no. La denuncia viene da Carlo Tavares, Ceo di Stellantis. “Noi – ha detto – siamo impegnati nella transizione ecologica. Il problema è che ci sono ancora gravi ritardi che penalizzano la diffusione della mobilità elettrica come ad esempio quelli relativi alle infrastrutture e quelli legati alla produzione di energia pulita. Abbiamo bisogno di più produzione di energia. Se non c’è elettricità non si può avere la mobilità elettrica”. 

Sulle infrastrutture c’è un altro collo di bottiglia. Lo spiega Francesco Starace, ad di Enel Group. La società sta facendo un grande sforzo per posizionare nuove colonnine di ricarica, e in tutta Italia ce ne sono ormai più di 100 mila, tra pubbliche e private. Ma metterle in funzione non è una cosa semplice. “Una colonnina di ricarica non è solo una presa elettrica, che trasferisce elettricità all’interno della macchina –  ha spiegato –  è anche un contatore digitale; è un punto di trasmissione dati per i pagamenti. E’ un nuovo oggetto. Quindi le colonnine sono una fattispecie nuova. Se si va in un comune italiano a chiedere il permesso per aprire un’edicola o un bar, il percorso è abbastanza chiaro. Se chiede di mettere giù quattro colonnine non c’è una procedura standard. E’ un Ufo, in un sistema non abituato alla novità.

 

L’idrogeno può aspettare

Una novità è anche l’idrogeno. Soluzione avveniristica, certo. Ma l’importante è non abbandonare la ricerca di nuove soluzioni. In Sardegna Italgas sta cercando di risolvere un problema non di poco conto: quello di immagazzinare e utilizzare l’energia in eccesso prodotta dalle fonti rinnovabili, che nel caso del solare ha al momento un limite di utilizzo legato alla produzione e allo stoccaggio. La tecnologia Power to gas consente di stoccare quella in esubero e di movimentarla sotto forma di idrogeno verde (prodotto con elettrolisi)  o metano sintetico attraverso le reti del gas. Il vantaggio, rispetto al normale stoccaggio, è quello di veicolare l’energia attraverso le reti del gas naturale in un altro posto. Si potrebbe creare la prima comunità energetica residenziale dell’Unione europea alimentata con miscela di idrogeno verde e gas naturale. Secondo le previsioni dovrebbe entrare in funzione entro il 2023. E’ in corso l’iter autorizzativo: per questo tipo di impianto occorrono Valutazione d’impatto ambientale, Autorizzazione integrata ambientale, titolare del procedimento (che il ministero della Transizione ha indicato nella Regione Sardegna. Per ora sono trascorsi i primi quattro mesi. Ma si accettano scommesse sulla durata effettiva dell’iter.

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