Capitani di industrie e banche: c'è chi vince e chi perde

Stefano Cingolani

Manager non si nasce, si diventa. La maledizione telefonica ha colpito anche Gubitosi che veniva dalla Rai. Le differenze di stile fra Descalzi, Starace, Profumo, Messina e Tronchetti Provera. Ecco un catalogo

Il primo impiegato della Fiat: chissà se Luigi Gubitosi nel compiere un passo indietro dalla plancia di comando, avrà pensato alla definizione che Vittorio Valletta dava di se stesso? Forse sì visto che l’ex amministratore delegato della Tim ha lavorato proprio alla Fiat dal 1986 al 2005 e non esattamente come travet (direttore finanziario, vicepresidente e responsabile Tesoreria di Gruppo; presidente del consiglio di amministrazione di Fiat Partecipazioni e membro del consiglio di amministrazione di Fiat Auto, Ferrari, CNH, Iveco, Itedi, Italiana Edizioni, Comau e Magneti Marelli). Tuttavia, risulta difficile chiamarlo primo impiegato della Telecom Italia tanto meno della Rai dove ha occupato la poltrona di direttore generale dal 2012-2015. Altri tempi, quelli di un Valletta che si recava in azienda alle 8 e 30 nella sua 500 e ne usciva a notte fonda. Coltivava le proprie passioni con discrezione, montava il puledro al sorgere del sole e frequentava il gentil sesso (allora si chiamava così) molto dopo il tramonto (mai prima delle 22 e 30). Il professore guadagnava 12 volte più di un operaio (e Adriano Olivetti lo trovava scandaloso), Sergio Marchionne, al quale molto spesso è stato paragonato, ben duemila volte. La missione di entrambi era aumentare il valore per gli azionisti e lo hanno fatto, eccome, sia Valletta sia, e forse in misura ancora maggiore, Marchionne. Ma se l’imperativo categorico è quello, allora chi ha fatto perdere quattrini dovrebbe essere messo alla porta senza ringraziamenti e, ovviamente, senza ricompensa. Invece accade proprio il contrario, perché il paracadute viene scritto e controfirmato ben prima dell’assunzione. E il merito? E la performance? E tutto quel che c’è nei manuali della Bocconi? 

 

E’ una tendenza generale alla quale l’Italia si è adeguata a modo suo. Prendiamo la Telecom. Dal 1997 ad oggi ha perso in Borsa l’89 per cento e gli utili si sono ridotti del 58 per cento. Nel frattempo si sono succeduti cinque azionisti di riferimento e ben otto amministratori delegati, nessuno dei quali è uscito più povero. Le cose nel lungo termine non sono andate bene nemmeno a Finmeccanica e a Fincantieri, secondo le stime di Milano Finanza. Meglio Eni, Enel e Atlantia, sì proprio la tanto demonizzata compagnia dei vituperati Benetton, dal 1999 ad oggi ha avuto risultati azionari e industriali più che eccellenti. Quando Giovanni Castellucci si è dimesso è scoppiata una polemicona sulla sua buonuscita, ma non ha a che vedere con il “valore per gli azionisti” semmai con i prezzi pagati in termini di sicurezza e il crollo del ponte Morandi resta il principale atto d’accusa.

 

Il manager, così come lo conosciamo, in Italia è diventato protagonista solo mezzo secolo fa, quindi è un po’ deviante ricorrere a Valletta e al vallettismo. A partire grosso modo dagli anni Settanta si sono affermati, nella gestione delle grandi imprese, una serie di modelli: il padrone che si è fatto manager e il manager che si è fatto padrone, il boiardo di stato (chiamato così da Scalfari e Turani) che vuol diventare capitalista, il manager politico e il politico manager, il manager centauro un po’ pubblico e un po’ privato, il manager banchiere, il manager imprenditore che comincia la sua ascesa partendo da un’idea, da un progetto, da una start up. Scegliere a priori l’esempio migliore, come pure fanno i sostenitori del capitalismo manageriale più democratico rispetto al familismo padronale, è un esercizio astratto, meglio affidarsi alla concretezza dei risultati. 

 

Sfatiamo subito un pregiudizio duro a morire: il dirigente d’azienda non è parte consustanziale della rude razza padana. Gubitosi è nato a Napoli anche se ha risciacquato i panni nel Tamigi; napoletano è anche Francesco Caio che oggi guida la Saipem; Alfredo Altavilla è tarantino; Cesare Romiti era romano così come Mario Schimberni suo compagno di scuola diventato acerrimo rivale. Altri due romani governano le principali banche italiane: Carlo Messina Intesa Sanpaolo e Andrea Orcel la Unicredit. Nella capitale è nato Francesco Starace, al timone dell’Enel. Gaetano Miccichè è siciliano e ha un lungo curriculum nell’industria prima di entrare in Banca Intesa. Insomma, dalle Alpi al Lilibeo e anche più giù. Per lo più si sono arrampicati sulla scala sociale anche se non mancano figli di borghesi e persino di aristocratici. La storia e la cultura, non la provenienza geografica o di classe, segnano le attitudini e i comportamenti, si pensi a quanto la politica abbia pesato nell’intera parabola di Romiti il quale, del resto, guidava uno stato nello stato. Quando Gianni e Umberto Agnelli negli anni Settanta s’improvvisarono manager fallirono clamorosamente. Il percorso inverso ha portato Carlo De Benedetti a diventare padrone con alterne fortune e ampie sfortune, soprattutto in questo nuovo secolo. Più accorto è stato Marco Tronchetti Provera: nonostante i rovesci (soprattutto in Telecom Italia questo cavallo pazzo che ha disarcionato chiunque sia salito in sella) è rimasto al vertice della Pirelli anche dopo la vendita ai cinesi, almeno fino al compimento dei 75 anni d’età che avverrà il 18 gennaio 2023. Sfortunato quanto sfrontato Raul Gardini, sconfitto ma non domo Schimberni alla guida della Montedison trasformata in public company: “l’azienda di nessuno” la chiamò Bruno Visentini, in realtà la forma perfetta per far sì che il manager si trasformi in signore assoluto. L’impresa con azionariato diffuso in Italia s’è radicata soprattutto nelle grandi banche come Intesa e Unicredit, o nelle Assicurazioni Generali, guidate da un manager francese, Philippe Donnet, il quale ha sfornato profitti e dividendi, ma ora viene rimesso in discussione da due soci forti come Leonardo Del Vecchio e Francesco Caltagirone fautori di una logica proprietaria secondo la quale le azioni si contano, si pesano e comandano.

 

L’eccezione che ha rotto un’antica consuetudine si chiama Prysmian, la ex Pirelli Cavi messa in vendita nel 2005. E’ la Goldman Sachs a comprare, però la nuova società viene guidata da Valerio Battista, ingegnere fiorentino entrato alla Pirelli nel 1987 e dal 2002 amministratore delegato del settore cavi. Un caso classico di management buyout, sistema diffuso nel mondo anglosassone, ma poco in Italia. Prysmian diventa una public company dalla quale la Goldman Sachs esce nel 2009, lasciandola navigare sul mercato. La rotta è chiara, la struttura è solida, il timone è al sicuro e questa volta contano i fatti: oggi è una delle più grandi aziende italiane e numero uno al mondo nel suo settore, dopo l’acquisizione nel 2017 della rivale americana General Cable, è presente in 50 paesi con 104 stabilimenti, 30 mila dipendenti e un fatturato di undici miliardi di euro.  

 

Nella nostra fenomenologia manageriale, Battista è un esempio di quei professionisti che vengono dall’interno delle imprese, uomini del fare come i capi dell’Eni e dell’Enel, Claudio Descalzi e Francesco Starace, o l’amministratore delegato della Snam Marco Alverà, veneziano nato a New York, è laureato in filosofia, però ha costruito la sua carriera nel mondo dell’energia. Accanto a loro troviamo chi ha attraversato pubblico e privato, banca e industria, come Matteo Del Fante alla guida delle Poste. Lo stesso hanno fatto Corrado Passera, con un passaggio governativo all’industria nel gabinetto Monti, e Vittorio Colao (telefonia, editoria nella Rizzoli Corriere della Sera, poi al vertice mondiale di Vodafone), ministro responsabile della transizione digitale. Passera e Colao, insieme ad Alessandro Profumo, rappresentano i più noti McKinsey boy italiani, una generazione diversa, segnata dalla dottrina anglo-americana nella quale, secondo i criticoni, prevale la tecnica gestionale e combinatoria a scapito della strategia. A giudicare dal percorso dei “magnifici tre” non è esattamente così, è vero invece che la teoria dell’equivalenza aziendale non si applica allo stesso modo in una banca, in una impresa manifatturiera, in un giornale, ma soprattutto s’incaglia tra le rocce aguzze della politica.

 

La McKinsey ha soppiantato le navi scuola per dirigenti d’azienda prevalenti dal secondo dopoguerra: la Fiat, l’Olivetti, l’Eni, l’Iri, ciascuna con una propria cultura d’impresa. Si pensi a quanto era importante la preparazione umanistica all’Olivetti piena di poeti chiamati ad assumere, gestire e se il caso licenziare il personale; oppure al ruolo della politica all’Eni che estraeva gas e petrolio perseguendo una propria politica estera mentre Enrico Mattei insegnava a usare i partiti come taxi. All’Iri fioriva una sofisticata tecnocrazia degna dell’impero bizantino, capace di combinare il manuale Cencelli con l’eccellenza ingegneristica. Mentre la Fiat sottoponeva politica, finanza, ingegneria allo spirito della Savoia cavalleria (dove militarono il fondatore Giovanni Agnelli e il nipote Gianni). A partire dagli anni Ottanta le quattro scuole hanno cominciato a ibridarsi: la Fiat per esempio assunse manager dalla Olivetti (anche scrittori come Paolo Volponi), e poi dall’Iri (Romiti e Francesco Paolo Mattioli); la Rai divenne il terreno del massimo métissage prima con l’industria a partecipazione statale (Ettore Bernabei, Biagio Agnes, Fabiano Fabiani, Giuseppe Glisenti) e dagli anni Novanta con le imprese private (Claudio Demattè, Letizia Moratti, Flavio Cattaneo), senza per questo trarne benefici in termini di gestione efficiente e risultati economici, quanto alla lottizzazione è riuscita a conquistare anche i paladini del libero mercato. 

 

Come tutti i personaggi di successo, i manager non sfuggono alle classifiche. Per orientarci su chi va oggi per la maggiore consultiamo anche noi qualche catalogo. Il più recente, risale all’ottobre scorso, è l’osservatorio permanente di TopManager che inanella i cento capi azienda con la migliore reputazione. La lista comprende in realtà anche imprenditori proprietari come Giorgio Armani, John Elkann, Miuccia Prada, Leonardo Del Vecchio o Urbano Cairo, ma noi vogliamo tenere fede alla storica distinzione di Adolphe Berle e Gardiner Means tra proprietà e gestione. In cima troviamo Claudio Descalzi che guida l’Eni, seguito da Francesco Starace dell’Enel, entrambi nominati nel 2014 dal governo Renzi e confermati tre anni dopo dal governo Gentiloni. Ora che l’Italia si è tuffata nella transizione energetica, sono senza dubbio due figure chiave. Personalità diverse, perseguono diverse strategie. Descalzi, nato a Milano nel 1955, laureato in Fisica alla statale, nel 1979 entra all’Eni, due anni dopo diventa ingegnere di giacimento e gira il mondo del petrolio: Mare del Nord, Libia, Nigeria, Congo dove mette radici e sposa Marie Madeleine Ingoba dalla quale ha quattro figli. Il “mal d’Africa” diventa una maledizione quando nel 2017 la procura di Milano lo accusa di corruzione rinviandolo a giudizio insieme a Paolo Scaroni, suo predecessore al vertice dell’Eni. Dopo quattro anni viene assolto insieme agli altri 15 imputati. Il fatto non sussiste, dichiara il tribunale, ma intanto sussiste la gogna giudiziaria. Descalzi s’è difeso e ha respinto le accuse senza clamori. Fare senza apparire è la regola che si è dato fin da ragazzo. “Dipende da mia madre e dalla educazione rigorosa che mi ha impartito”, ha spiegato al Foglio in una intervista. “Mai mettersi in mostra, mai dire siamo bravi, siamo arrivati, mai celebrare, nemmeno le feste. Non devi parlare della tua vita, mi diceva, allora forse qualcosa di buono verrà fuori da te”. A Milano si ama dire “sta schisc’”. 

 

Sarà la romanità, ma Francesco Starace, 67 anni, ingegnere laureato al Politecnico di Milano, parla, interviene, dichiara, è senza dubbio protagonista sul palcoscenico dei media. Con un fratello maggiore diplomatico, Giorgio, ora capo missione a Mosca, l’amministratore delegato dell’Enel non ha costruito la sua carriera nell’azienda elettrica dove è entrato solo nel 2000, dopo aver ricoperto ruoli importanti all’Ansaldo, alla General Electric e soprattutto all’Abb e all’Alstom. Una lunga esperienza in gruppi multinazionali dai quali ha tratto anche lo stile di governo. Il suo campo di battaglia è verde: sole e vento, abbandonando il carbone e persino il metano che per una fase certo non breve dovrebbe alimentare le centrali. “Il gas non ha futuro, tra vent’anni pochi lo utilizzeranno”, ha proclamato suscitando non poche perplessità in chi il gas lo estrae e lo trasporta, cioè Eni e Snam, tra gli applausi del popolo di Greta disposto a dimenticare il caro bollette che angustia la Lega o le annose polemiche sulla rendita di posizione della quale l’Enel ancora gode. Gli altri campioni in classifica, nella maratona per la transizione energetica sono, oltre ad Alverà, Renato Mazzoncini (A2A) e Francesco Caio (Saipem). Guidano aziende pubbliche a partecipazione statale come Snam e Saipem, o a partecipazione locale come A2A, nata dalle municipalizzate di Milano e Brescia. Saranno loro a gestire la fetta più importante del Pnrr, insieme a Luigi Ferraris il capo delle Ferrovie.

 

In una casella a parte collochiamo i manager da mission impossible come Franco Bernabè. Ha preso in mano l’Eni travolta dallo scandalo Enimont e sconvolta dal suicidio del presidente Gabriele Cagliari nel 1993, l’ha rimodellata e messa in carreggiata, un indubbio successo. Si è pensato che potesse ripeterlo a Telecom Italia, ma nemmeno lui è sfuggito alla maledizione telefonica. Ora deve salvare, ristrutturare e rilanciare l’Ilva travolta da errori industriali e campagne politico-giudiziarie al grido di trasformiamo l’acciaieria in un parco giochi. Tocca a Bernabè riaccendere l’altoforno nel quale in tanti si sono bruciati. Forse persino peggiore è il compito di Alfredo Altavilla che dalla Fiat o meglio dalla Fca di Marchionne è stato chiamato a far decollare Ita Airways la società sorta dalle ceneri dell’Alitalia. Il primo dei 52 velivoli s’è levato da Fiumicino il 15 ottobre e sono cominciati già i guai con i sindacati. Altavilla in una riunione con il consiglio direttivo a inizio ottobre è uscito dai gangheri intimando che finito il periodo di prova (4 mesi) la metà dei mille dipendenti deve essere fuori, lamentandosi per l’elevatissimo tasso di sindacalizzazione della cabina (cioè del personale navigante). Le sue sfuriate sono state intercettate dal Fatto quotidiano ed è incappato così nella prima turbolenza politico-mediatica. Allacciamo le cinture.  

 

Di questo eroico gruppetto fa parte ormai anche Alessandro Profumo. E’ stato un banchiere importante, ha costruito come fosse un gigantesco meccano la Unicredit partendo dal Credito Italiano fino alla fusione con Capitalia (la ex Banca di Roma) nel 2007  alla vigilia della tempesta finanziaria mondiale. Poi ha messo le mani in quel nido di vipere chiamato Monte dei Paschi, gli si sono parati contro Siena e la magistratura. Il governo Renzi gli ha affidato la Finmeccanica (ora Leonardo) ferita da una campagna giudiziaria contro l’ex manager Giuseppe Orsi, rivelatasi infondata. Il gruppo controllato dal Tesoro deve affrontare ostacoli industriali e politici a cavallo tra Stati Uniti dove tra l’altro possiede una società, la Drs, che cerca di quotare a Wall Street e Francia dopo che il trattato del Quirinale stabilisce un legame preferenziale proprio nell’industria della difesa. Ci vuole grande tenuta e mente fredda. Qualità indispensabili per i manager-banchieri impegnati in un risiko finanziario di prima grandezza per l’Italia e non solo.

 

Su Carlo Messina fioccano lodi e riconoscimenti. Ha fatto diventare Intesa Sanpaolo di gran lunga la numero uno, ha conquistato le due banche venete fallite di fatto, la Popolare di Vicenza e Veneto Banca ripulite dal Tesoro con un bel pacco di miliardi, si è candidato a diventare banchiere di sistema dopo che questa figura sembrava passata di moda. Ha costruito la sua carriera in banca cominciando dalla Bnl, ma resta attentissimo agli umori del pasoliniano Palazzo. Il suo unico scivolone nel 2017 quando ha tentato un matrimonio con le Generali ed è stato stoppato dalla Mediobanca con la quale oggi i rapporti sono diventati ottimi. L’entante cordiale tra Messina e Alberto Nagel ha sorpreso molti, ma anche questa in fondo va vista con la logica di sistema.

 

Nagel è in questo momento sotto tiro: Del Vecchio lo vuol far cadere trascinando con sé anche Donnet (ma la sequenza potrebbe essere anche inversa). Come mai? Forse una vendetta senile secondo il Financial Times che ricorda il conflitto sullo Ieo, l’istituto dei tumori. Oppure un progetto di grande respiro per creare un campione europeo della finanza con Mediobanca, Generali e forse anche Unicredit, nel quale il patron di Luxottica sarebbe l’azionista numero uno. O magari ci sono in ballo interessi immobiliari sia di Del Vecchio sia naturalmente di Caltagirone. Cosa vogliono i due anziani, ma rampanti capitalisti ciascuno lo dice e nessun lo sa, quel che vuole Nagel è molto meno oscuro. Ha trasformato la banca d’affari nella quale è stato assunto da Enrico Cuccia nel 1991, in una piattaforma finanziaria che offre servizi e prodotti diversi, spalmando valore sugli azionisti. Mediobanca in borsa capitalizza quasi 9 miliardi di euro, grande in patria, piccola di fronte ai colossi americani come JP Morgan o Goldman Sachs. Custodisce il 12% delle Generali e non intende mollarlo così come non ha intenzione di lasciare le redini della Mediobanca che tiene in mano da quasi vent’anni. Crescere senza avventure, saldare la rete di alleati (con UnipolSai ad esempio), allargare le maglie della finanza di relazione, insegnare l’inglese a una borsa che parla ancora in dialetto e difendere la roccaforte del capitalismo di rito ambrosiano. I giochi sono aperti. Molti ricordano il malumore di Cuccia nei confronti di Draghi allora direttore del Tesoro perché ha aperto le porte alle rivali anglosassoni e le staffilate di Vincenzo Maranghi che evocava il mito della grande spartizione sulla tolda del Britannia: “Noi nello yacht di Sua Maestà britannica non c’eravamo”. Scurdammoce ’o passato per Mediobanca diventa adesso un imperativo.

 

La scalata di Del Vecchio viene accompagnata dalla JP Morgan sotto le mani esperte di Vittorio Grilli, ex direttore generale del Tesoro e ministro dell’economia con Mario Monti, bocconiano, dottorato negli Usa, una carriera parallela a quella di Draghi con il quale ha lavorato negli anni Novanta. I denari per comprare il 20 per cento di Mediobanca sono passati attraverso le filiali lussemburghesi della Unicredit dal 27 gennaio nelle mani di Andrea Orcel, una vita da banchiere d’affari, la cui visione resta ancora un punto interrogativo. Ha esordito con un clamoroso no a Draghi rifiutando di acquistare il Montepaschi dopo mesi di tira e molla: cristallino esempio di indipendenza dalla politica, come sostengono in piazza degli Affari, oppure egotico passo falso come dicono nei palazzi del potere romano? Adesso comincia la parte più difficile e spuntano migliaia di licenziamenti nella Mitteleuropa e anche in Italia. Per quale obiettivo lo dirà tra poco presentando finalmente il suo piano triennale.

 

E le manager? Il soffitto di cristallo è alto e spesso. Una sola donna è riuscita davvero a spezzarlo, Marisa Bellisario figura di primo piano alla Olivetti e all’Italtel, nonché iscritta al Partito socialista. Quarant’anni dopo troviamo imprenditrici di primo piano, da Miuccia Prada a Marina Berlusconi, da Emma Marcegaglia a Marina Salamon, ma poche dirigenti industriali: solo una su cinque uomini. C’è Maria Bianca Farina che guida il ramo assicurativo delle Poste. Ci sono manager in multinazionali come Silvia Candiani alla Microsoft, Alice Acciarri a eBay o Ornella Barra a Wallgreens Boots Alliance (controllata da Stefano Pessina e la cui top manager a livello mondiale è una donna, Rosalind Brewer), Cristina Scocchia alla Kiko (cosmetici) e nel consiglio di EssilorLuxottica. La posizione davvero top è quella di Fabiola Gianotti al Cern di Ginevra. Guidare la General Motors come Mary Barra negli Usa qui è ancora un tabù, anche se sarebbe forse più facile per una donna quel cambio di paradigma del quale tanto si parla. E’ stato nel 2011 Michael Porter, il teorico della catena del valore, a scrivere che il nuovo imperativo è “creare valore condiviso”, perché “la competitività di una impresa e la salute delle comunità attorno a lei sono dipendenti l’una dall’altra. Riconoscere e capitalizzare queste connessioni tra progresso economico e sociale ha il potere di sguinzagliare la prossima onda di sviluppo globale e ridefinire il capitalismo”. Niente meno. Milton Friedman si sarà rotolato nella tomba, del resto non si può sempre restare vittime degli economisti del passato. Lo disse John Maynard Keynes e vale anche per le sue idee.

Di più su questi argomenti: