Storia di uno scandalo italiano: la gogna contro Eni

Il caso dell'assoluzione per i vertici Eni sul caso Nigeria è l'ultimo di un lungo elenco di calvari giudiziari subiti dai “signori del profitto”. I tic anti industriali del circo mediatico e un bel grazie a Mattarella

Claudio Cerasa

Il partito della gogna chiedeva di eliminare dalla lista Descalzi. Mattarella, Conte e Gualtieri hanno invece detto di no. E tanto basta oggi per dirgli grazie.

I segugi abituati come i cagnolini a offrire ai propri lettori solo le notizie validate con cura dalla propria procura di riferimento fanno sempre un po’ di fatica a confrontarsi con le sentenze che improvvisamente smontano gli impianti accusatori a cui avevano ingenuamente creduto. E anche questa volta gli osservatori che hanno scelto in questi anni di raccontare il processo del secolo contro Eni sposando in modo acritico i teoremi della procura di Milano faticheranno a confrontarsi con una verità fatta di quattro parole pronunciata ieri pomeriggio dal tribunale di Milano: “Il fatto non sussiste”.

 

Nel caso specifico, il fatto non sussiste vuol dire che il processo per la presunta corruzione internazionale legata all’acquisizione da parte di Eni e di Shell dei diritti di esplorazione del blocco petrolifero Opl 245 in Nigeria si è concluso con un’assoluzione in primo grado per tutti i quindici imputati, tra cui l’attuale amministratore delegato di Eni Claudio Descalzi e il suo predecessore Paolo Scaroni.

La notizia è importante non solo perché la maxitangente individuata dal pm Fabio De Pasquale – che indaga Eni dalla notte dei tempi, da circa ventotto anni, dai tempi delle indagini contro l’ex presidente Eni Gabriele Cagliari, che si suicidò a San Vittore il 20 luglio del 1993 dopo quattro mesi di carcerazione preventiva nell’ambito di un processo contro Eni – aveva una dimensione molto rilevante, pari a un miliardo e 92 milioni di dollari, che significa quattro volte il valore attualizzato di quella che finora è considerata la madre di tutte le tangenti in Italia, ovvero la Enimont. Ma è importante anche perché la storia dell’inchiesta contro Eni mette in mostra due aspetti del circo mediatico-giudiziario che vale la pena di indagare. Un aspetto è negativo e l’altro è invece positivo.

L’aspetto negativo coincide con la presenza sulla scena pubblica dell’ennesima inchiesta giudiziaria che ha messo sulla graticola un gigante industriale del nostro paese senza che vi fossero elementi sufficienti per trasformare i tanto decantati sospetti in prove schiaccianti. Come ha ricordato nel corso della sua ultima arringa l’avvocato difensore di Claudio Descalzi, Paola Severino, è stata la stessa procura ad ammettere, durante l’udienza del 21 luglio del 2020, di non aver raccolto prove dirette ma di aver raccolto solo prove indiziarie e sarebbe stato sufficiente cogliere questo passaggio per capire che il processo contro Eni si sarebbe presto andato ad aggiungere al lungo elenco di calvari giudiziari a cui hanno dovuto far fronte negli ultimi anni alcuni famosi manager italiani. Un elenco che inizia a essere impressionante.

Nel dicembre del 2020, la Corte d’appello di Milano ha assolto Fabio Riva, l’ultimo proprietario dell’Ilva, dall’accusa di bancarotta per il crac della holding Riva Fire che controllava l’Ilva fino al 2012, prima dell’esproprio di stato per decreto (verità stabilita grazie alla scelta processuale fatta dallo stesso Riva che non ha seguito la strada intrapresa dal fratello Nicola e dallo zio Adriano che invece avevano preferito il patteggiamento). Sempre nel 2020 la seconda Corte d’appello di Milano, dopo altri anni di gogna, ha assolto l’ex ad di Eni Paolo Scaroni e la stessa Eni nel processo con al centro il caso Saipem-Algeria su una presunta maxitangente algerina da 197 milioni di dollari (sentenza poi diventata definitiva per la mancata impugnazione della procura generale). Nel 2019, dopo altri anni di calvario giudiziario, sono stati assolti gli ex amministratori delegati di Finmeccanica e AgustaWestland, Giuseppe Orsi e Bruno Spagnolini, in relazione alla vicenda di presunte tangenti per la fornitura di elicotteri all’India (Orsi e Spagnolini, ai tempi delle prime indagini, arrivarono addirittura a essere arrestati per tre settimane e grazie a quelle inchieste vennero decapitati per tre mesi i vertici di una delle più importanti aziende italiane). Nel 2017, nel processo sul cosiddetto “complotto” del secolo, il tribunale di Trani ha assolto gli analisti e i manager di Standard & Poor’s, tra cui l’allora presidente mondiale Deven Sharma, accusati di manipolazione di mercato per il taglio del rating dell’Italia, e anche quelli di Moody’s e di Fitch, nell’ambito di un processo incredibile in cui  è stato chiamato a testimoniare anche l’allora presidente della Banca centrale europea Mario Draghi. Nel 2015, in relazione a una presunta frode fiscale da 245 milioni di euro che sarebbe stata realizzata tra il 2007 e il 2009 attraverso un’operazione di finanza strutturata chiamata “Brontos”, sono stati assolti i sedici manager di Unicredit, tra cui l’ex amministratore delegato Alessandro Profumo, e tre di Barclays. Nel 2014, dopo altri anni di gogna mediatica, quattro banche estere molto importanti, come Deutsche Bank, Depfa Bank, Ubs e J.P. Morgan, sono state assolte dopo essere state condannate in primo grado nel dicembre 2012 per truffa aggravata ai danni del comune di Milano.

L’inconfessabile compiacimento registrato in questi anni per le indagini contro i signori del profitto (diversi colleghi, tra cui Marco Travaglio, Stefano Feltri e Milena Gabanelli che scenderanno probabilmente in campo con il lutto al braccio, in attesa di potersi rifare nel secondo round dell’appello) non è però l’unico elemento di nota emerso nella stagione della caccia ai nuovi cinghialoni e se si vuole essere sinceri fino in fondo bisogna riconoscere che negli ultimi mesi almeno su questo campo ci sono stati alcuni soggetti che hanno schiaffeggiato con forza i professionisti del circo mediatico-giudiziario. Che hanno respinto con decisione ogni tentativo di trasformare le accuse non provate in sentenze definitive. E che al momento decisivo dovendo scegliere se offrire o no in pasto al popolo bue un manager stimato come Claudio Descalzi hanno deciso di difenderlo e di riconfermarlo alla guida dell’Eni. E’ successo lo scorso 20 aprile, quando il Mef, allora guidato da Roberto Gualtieri, su indicazione di Giuseppe Conte e Sergio Mattarella ha depositato le liste con i candidati ai cda per i tre anni successivi di Eni, Enel, Poste e Leonardo. Il partito della gogna chiedeva di eliminare dalla lista Descalzi. Mattarella, Conte e Gualtieri hanno invece detto di no. E tanto basta oggi per dirgli grazie.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.