L'Istat smonta la balla dei talk-show sulla povertà dei pensionati

Luciano Capone

Le famiglie giovani sono quelle più in difficoltà e l’unica riforma che le ha aiutate è quella più disprezzata in tv: la Fornero

Roma. Il report dell’Istat sulle condizioni di vita dei pensionati, pubblicato ieri dall’istituto di statistica, è un’interessante lettura perché evidenzia una realtà che è molto diversa da quella mostrata dai tanti talk show televisivi che descrivono il mondo delle pensioni come quello più colpito dalla crisi e dall’indigenza. È vero l’esatto contrario.

 

Intanto bisogna partire da un punto: la spesa pensionistica nel 2018 è aumentata del 2,2 per cento, sfiora i 300 miliardi annui, e ha raggiunto un peso del 16,6 per cento del pil. Il livello più alto dei paesi Ocse dopo la Grecia, in aumento di un punto decimale rispetto al 2017 “segnando un’interruzione del trend decrescente osservato nel triennio precedente”. L’Istat infatti ricorda che “dopo l’aumento del rapporto tra spesa pensionistica e pil indotto dalla forte contrazione dell’economia negli anni di crisi (con un picco del 17,0 per cento nel 2014)” la spesa è tornata sotto controllo e si è addirittura ridotta grazie agli effetti della riforma Fornero e per la ripresa economica, toccando il minimo del 16,5 per cento nel 2017. Poi è tornata a salire nel 2018, ma bisogna rendersi conto che gli effetti deleteri di quota cento saranno visibili solo nel triennio successivo. Quindi il quadro è in ulteriore peggioramento.

 

L’altro dato interessante è la divaricazione tra pensioni e stipendi negli ultimi 20 anni, con i primi cresciuti molto più dei secondi: “In termini nominali – scrive l’Istat – l’importo medio delle prestazioni pensionistiche del 2018 è aumentato del 70 per cento rispetto a quello del 2000, con una dinamica più marcata rispetto a quella registrata dalle retribuzioni medie degli occupati dipendenti. Rispetto al 2000, le retribuzioni sono aumentate del 35 per cento in un contesto di crisi economica, favorendo così l’allargamento del gap tra le due curve”. Questo vuol dire che a pagare di più per la crisi non sono stati i pensionati, le cui richieste monopolizzano il dibattito pubblico e politico, ma i giovani. Proprio perché il generoso sistema previdenziale, che ancora adesso paga per una larga parte assegni calcolato con il retributivo, ha tenuto i pensionati al riparo dal ciclo economico negativo scaricando il peso su giovani e lavoratori. Durante la crisi, soprattutto in Italia ma anche nel resto d’ Europa, il divario tra giovani e anziani è aumentato in maniera marcata: mentre i tassi di disoccupazione e povertà giovanile sono aumentati, la spesa pubblica si è spostata da istruzione, famiglie e bambini verso i pensionati.

 

Già la Banca d’Italia nella sua indagine sui “Bilanci delle famiglie italiane”, nello stesso arco temporale in cui l’Istat mostra la Grande divaricazione tra redditi e pensioni, aveva mostrato quali effetti questa tendenza ha prodotto in Italia negli ultimi 20 anni: per gli over 64 il reddito e la ricchezza medi sono aumentati del 15 e del 60 per cento, mentre per gli under 34 sono scesi rispettivamente del 10 e del 60 per cento.

 

Queste variazioni di reddito e patrimonio si riflettono ovviamente nei dati sulla povertà. Se l’immagine televisiva della povertà è quella del pensionato che non riesce a pagare le bollette, nella realtà è quella delle giovani famiglie soprattutto se con figli. L’Istat mostra chiaramente come il rischio di povertà delle famiglie con pensionati sia 8 punti percentuali inferiore a quello delle altre famiglie: “La presenza di un pensionato all’interno di nuclei familiari vulnerabili (genitori soli o famiglie in altra tipologia) consente quasi di dimezzare l’esposizione al rischio di povertà (rispettivamente dal 31,6 per cento al 16,1 per cento e dal 28,2 per cento al 18,7 per cento)”. Così accade che oggi un minorenne su dieci vive in povertà assoluta, il triplo del 2005. Lo stesso dato è più che triplicato nella popolazione tra i 18 e i 34 anni (dal 3,1 per cento del 2005 al 9,9 di oggi) ed è salito dal 2,7 al 7,2 per cento nella fascia tra i 35 e i 64 anni. Mentre l’incidenza della povertà diminuisce solo tra gli over 64, la fascia d’età che segna anche il valore più basso, il 4 per cento.

 

Mentre la disuguaglianza complessiva è rimasta pressoché invariata, la disuguaglianza generazionale è esplosa e continua a crescere secondo una tendenza meccanica regolata dal nostro sistema fiscale e previdenziale. E, incredibilmente, l’unica riforma che ha operato in senso opposto a queste spinte per riequilibrare il rapporto tra le generazioni, probabilmente la più importante degli ultimi decenni, ovvero la legge Fornero, è la più contestata e odiata.

 

Tutto questo senza considerare che a causa della dinamica demografica ed economica del paese la spesa pensionistica è destinata automaticamente ad aumentare. Come scrivevamo due giorni fa, la ragioneria dello Stato e il Mef prevedono una spesa previdenziale leggermente crescente fino a un picco del 16,1 per cento nel 2045 (un livello che però è già inferiore a quello stimato oggi dall’Istat) ipotizzando una crescita del pil, della produttività e dell’occupazione che non si vede da decenni. Le Commissione europea e il Fmi prevedono più realisticamente, o meno ottimisticamente, che la spesa pensionistica dell’Italia salirà rispettivamente al 18 e oltre il 20 per cento. Ma anziché preoccuparsi delle distorsioni e della sostenibilità della spesa pensionistica partiti e sindacati sembrano interessati ad aumentarla: non è ancora scaduta “quota 100” e già si pensa a “quota 102”. Il conto lo pagheranno sempre i giovani.

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  • Luciano Capone
  • Cresciuto in Irpinia, a Savignano. Studi a Milano, Università Cattolica. Liberista per formazione, giornalista per deformazione. Al Foglio prima come lettore, poi collaboratore, infine redattore. Mi occupo principalmente di economia, ma anche di politica, inchieste, cultura, varie ed eventuali