(foto LaPresse)

Perché la proposta Mucchetti è una risposta al fallimento dei mercati

Felice Roberto Pizzuti

Un fondo dell’Inps, volontario e a ripartizione, per garantire pensioni, rilanciare crescita e indirizzare investimenti

Al direttore - Sul Foglio dell’8 gennaio, Massimo Mucchetti è intervenuto per sostenere l’attualità della proposta di un canale aggiuntivo di previdenza integrativa fondato sulla possibilità di aumentare la contribuzione all’attuale sistema pensionistico pubblico, in modo volontario e reversibile, in misura e durata variabile. La proposta è presente nel dibattito previdenziale da una decina d’anni. Inizialmente, la esposi in convegni e poi in varie edizioni (da quella del 2011) del rapporto sullo stato sociale da me curato in Sapienza Università di Roma. Successivamente è stata condivisa anche da forze politiche e sindacali e nel 2015 è diventata un progetto di legge presentato dal senatore Massimo Mucchetti che, peraltro, l’aveva già sostenuta sul Corriere della sera. Dunque, questa proposta ha una storia lunga e ha riscosso una pluralità di consensi, ma si è scontrata con interessi parziali rivelatisi più forti dei suoi obiettivi generali che nel disegno di legge erano sintetizzati in: “stimolare un aumento del risparmio previdenziale”; “elevare il tasso di concorrenza nel settore previdenziale” non obbligatorio; “rafforzare il bilancio pubblico aumentando le entrate contributive”. 

 

 

Il 10 gennaio, sempre sul Foglio, sono apparsi diversi articoli anche molto critici verso la proposta. In particolare, secondo Giuliano Cazzola, sarebbe viziata da un errore di fondo: “non ha senso la possibilità di versare, nel sistema contributivo pubblico, risorse aggiuntive oltre quelle attinenti all’aliquota contributiva legale, allo scopo di ottenere a suo tempo una pensione più elevata, perché il sistema rimane a ripartizione.. I versamenti volontari … determinerebbero certamente un più elevato montante contributivo sul quale calcolare la pensione. Ma quegli stessi maggiori contributi non finirebbero in una posizione individuale, fatta da riserve reali e gestita a capitalizzazione; sarebbero accreditati virtualmente, ma impiegati … per pagare i trattamenti in essere, mentre la pensione più elevata, domani, sarebbe finanziata dai contributi versati, appunto dai lavoratori di domani. Il problema [il corsivo è mio], allora, non è quello di assicurare - oggi e in modo virtuale – maggiori diritti pensionistici per quando verrà l’ora X, ma di operare affinché quei diritti siano effettivamente esigibili in base al quadro demografico, economico ed occupazionale di domani”.

 

Quest’ultima frase – ovvero quale sia il problema - contiene elementi largamente condivisibili, ma implica molte più cose e diverse rispetto a quanto Cazzola intende. Nella sua visione, i contributi versati ad un sistema pensionistico costituiscono risparmio e generano risorse per le future prestazioni solo se esso è finanziato a capitalizzazione, mentre il sistema a ripartizione viene equiparato “alla Catena di Sant’Antonio” (!?!). Ma chi studia la teoria e la politica economica dei sistemi pensionistici, inserendole nel complessivo contesto macroeconomico e sociale, sa bene che così non è.

 

I sistemi pensionistici, sia a ripartizione che a capitalizzazione, corrispondono all’esigenza economico-sociale da sempre esistita di trasferire agli anziani parte del reddito correntemente prodotto dagli attivi, e con entrambe le tipologie di finanziamento, in condizioni “normali” (precisate dal teorema di Haaron e, prima ancora, da Bruno de Finetti: che i sistemi siano a regime e in equilibrio attuariale, che le condizioni demografiche siano stabili e che il tasso di crescita del reddito complessivo sottoposto a contribuzione nel sistema a ripartizione sia uguale al tasso di rendimento riconosciuto ai versamenti nel sistema a capitalizzazione), a parità di contributi versati, forniscono le stesse prestazioni pensionistiche.

 

Naturalmente, tra i due sistemi esistono anche differenze, a cominciare dalla circostanza che quelli a ripartizione sono meno costosi (usufruendo di maggiori economie di scala ed essendo privi di oneri per gestori finanziari), offrono prestazioni più stabili (in quanto commisurate all’andamento di grandezze, come il pil, molto meno variabili dei rendimenti dei mercati finanziari) e rendono più trasparente il trasferimento di reddito correntemente prodotto (mentre i sistemi a capitalizzazione enfatizzano la pensione come il risultato intertemporale del risparmio individuale, nei sistemi a ripartizione è più evidente il patto economico-sociale intergenerazionale secondo cui chi da giovane finanzia il reddito degli anziani a lui contemporanei riceverà poi lo stesso trattamento).

 

Diverse sono poi le modalità con le quali le due modalità di finanziamento delle pensioni adattano il trasferimento di reddito intergenerazionale alla variazione delle condizioni economico-demografiche. In presenza di aumento relativo del numero degli anziani e di calo della crescita economica - che rendono il trasferimento intergenerazionale più oneroso per gli attivi - entrambi i sistemi possono “aggiustare”, ma diversamente, le aspettative pensionistiche di chi in passato ha versato contributi. I sistemi a capitalizzazione lo fanno tramite il mercato con modalità che sembrano “naturali” (come l’inflazione, i tassi di rendimento reali e i fallimenti delle imprese assicurative) ma che esprimono i rapporti di forza economico-sociali presenti in un dato tempo e luogo; i sistemi a ripartizione sono regolati dai responsabili politici con interventi sui parametri che incidono sulle entrate e le uscite correnti (come l’età e il numero dei pensionati, il livello delle prestazioni, il numero degli iscritti e le regole contributive). Gli aggiustamenti possono avere effetti anche molto differenti sulla distribuzione del reddito tra gli attivi e i pensionati e tra le loro sotto categorie.

 

Per tornare alla proposta in discussione, introdurre la possibilità che le entrate e le uscite del sistema a ripartizione dipendano, comunque marginalmente, anche da scelte soggettive variabili e non prestabilite riguardanti l’aliquota contributiva e le corrispondenti prestazioni non altera la possibilità di mantenere l’equilibrio, ma introduce positivi elementi di flessibilità tra i partecipanti al sistema. Quanto al problema se il nuovo e più flessibile assetto dia luogo a prestazioni esigibili, la risposta sta nella sua capacità di rimanere economicamente e socialmente compatibile e di saper interagire positivamente con gli equilibri economico-sociali. A questo riguardo, creare un nuovo canale di risparmio previdenziale intrinsecamente meno costoso rispetto a quelli esistenti opererebbe con effetti concretamente positivi - non “virtuali” – ai fini della crescita del reddito da distribuire anche ai pensionati.

 

Naturalmente, in che misura il risparmio aggiuntivo sarà funzionale alla crescita economica e alla sicurezza sociale dipenderà anche da come esso verrà impiegato e dalle circostanze macroeconomiche; ma ciò è vero per qualsiasi altro canale di previdenza integrativa.

 

Va invece considerato che, come a più riprese è stato consigliato nel rapporto sullo stato sociale, questa proposta può essere affiancata da quella di canalizzare il risparmio aggiuntivo così raccolto verso il finanziamento di investimenti - programmati congiuntamente da rappresentanti delle imprese e dei lavoratori e dallo stato – nell’innovazione e nelle infrastrutture produttive e sociali di cui il nostro paese è particolarmente carente per la scarsità di risorse a tal fine (resi) disponibili dagli operatori sia privati che pubblici.

 

D’altra parte, il risparmio previdenziale gestito dai fondi complementari privati a capitalizzazione, dati i limiti strutturali specifici del nostro sistema produttivo e finanziario che si sommano ai fallimenti dei mercati riproposti dalla crisi globale, viene investito per oltre il 70 per cento all’estero e solo in misura irrisoria (1-3 per cento) per l’acquisto di azioni di imprese nazionali. Si tratta di circa 120 miliardi che esportiamo contemporaneamente all’emigrazione altrettanto forzata dei nostri ragazzi più istruiti che solo all’estero riescono a ricongiungersi con il nostro risparmio previdenziale, ma a vantaggio non della nostra crescita economica, sociale e civile. Dunque, rispetto al problema di operare affinché i diritti pensionistici (comunque maturati, a capitalizzazione o a ripartizione) siano effettivamente esigibili, aumentare la crescita economica è senz’altro la via maestra per risolverlo, e costituire un nuovo canale di creazione del risparmio previdenziale da indirizzare verso investimenti nell’innovazione e in infrastrutture produttive e sociali dovrebbe contribuire positivamente.

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