Jaki, il conquistatore

Stefano Cingolani

La fusione con Peugeot, l’acquisto di Rep. Elkann ora ha in mano un impero. Il grande risiko del dopo Agnelli

Mentre sentiva che la vita amata e vissuta fino in fondo gli stava scivolando via per sempre, Gianni Agnelli si lasciò sfuggire un mesto bilancio della propria carriera di imprenditore: “Quando si farà la mia storia, si vedrà che, rispetto a quello che mi ha lasciato mio nonno, ho venduto”, confessò a un amico poco prima della morte avvenuta il 24 gennaio 2003. La Fiat allora pesava sul prodotto lordo italiano il 3,6 per cento rispetto all’11,5 per cento di quando Valletta aveva lasciato le redini nel 1966. Vincendo titubanze e resistenze all’interno di un clan diventato ormai una centuria, l’Avvocato aveva scelto come erede John, allora chiamato Jaki, il primogenito di sua figlia Margherita e dello scrittore Alain Elkann, un ragazzo dal volto di bambino, riccioluto, alto e sottile, con i tratti di Marella e dell’infelice Edoardo. Lo aveva cooptato nel 1997 nel consiglio di amministrazione della Fiat per sedere sette anni dopo sulla poltrona di presidente a soli 28 anni. Ma l’Avvocato forse non immaginava che suo nipote avrebbe costruito quel che a lui non era riuscito: una vera multinazionale, tra le prime al mondo.

 

L’Avvocato forse non immaginava che suo nipote avrebbe costruito quel che a lui non era riuscito: una vera multinazionale

L’ingegner John, come lo chiamano i collaboratori, ha anche lui venduto, ma nello stesso tempo ha comprato e molto; soprattutto, ha trasformato. Da quando ha preso il timone della famiglia, pezzo a pezzo, con la cocciuta pazienza di chi compone un puzzle, ha creato un colosso dalle molte braccia. La Exor è la holding all’interno della quale l’automobile ha un ruolo importante (ancor più dopo la fusione tra Fiat Chrysler e Peugeot Citroen), ma non esclusivo; accanto ai veicoli di massa c’è la Ferrari che splende di luce propria e in Borsa vale più di FCA, ci sono le macchine movimento terra (la CNH), le assicurazioni con l’americana Partner Re, lo sport con la Juventus verso la quale sta mostrando una rinnovata passione, e ci sono i giornali oggi ancor più di prima. Sì, è una sfida difficile e appassionante: scommettere sulla stampa che tutti, troppi, danno per morta salvo scoprire che il re dell’ecommerce Jeff Bezos ha riportato a nuova vita il morente Washington Post.

 

Elkann ha investito in un gioiello dell’élite liberale e globalista come l’Economist, spendendo oltre 400 milioni per il 43 per cento del settimanale britannico, lo fa adesso in Italia acquisendo la Gedi che contiene la Repubblica e l’Espresso. Giornalismo di qualità, radio, universo digitale, forse un domani anche televisione, questo il messaggio lanciato finora, ma si capirà meglio la primavera prossima quando l’operazione sarà completata, il gruppo editoriale verrà ritirato dalla Borsa e sarà sotto il pieno controllo di John Elkann. La Cir della famiglia De Benedetti prende circa 102 milioni di euro, non sufficienti a rifarsi dalla caduta del valore del gruppo, tuttavia si sarà liberata di un ramo come l’editoria che Rodolfo, Marco ed Edoardo non hanno mai amato davvero, come il padre ha loro rimproverato.

 

Si chiude un’epoca se ne apre un’altra, il giornale-partito del Fondatore (Eugenio Scalfari) e poi dell’Ingegnere (Carlo De Benedetti) è ormai nelle mani di John il Trasformatore, figura enigmatica, lontana dai riflettori della fama, un cosmopolita, ma che tenacemente vuol essere anche italiano. Lui che per il ramo paterno fa parte di una delle più prestigiose famiglie ebraiche di Francia e per quello materno è nel Gotha del capitale, si è diplomato a Parigi, però si è laureato in Ingegneria al politecnico di Torino, è nella antica città sabauda che sono nati i figli Leone Mosè di 13 anni, Oceano Noah di 11 e Vita Talita di 7 anni, ed è lì che si ritira con la moglie donna Lavinia Borromeo (aristocrazia cattolica lombarda, la stessa che ha dato i natali a san Carlo). “Per quel che gli consente il suo continuo viaggiare di qua e di là dall’Atlantico, vuole essere un padre presente”, dice chi lo conosce bene, anche per compensare le assenze che hanno lasciato traccia indelebile nella sua fanciullezza. Come il nonno ama la vela, ma tante sono le differenze, forse maggiori delle loro somiglianze. Prendiamo il vestire: maestro di un’eleganza mai usuale l’Avvocato, sobrio fino all’estremo John, con l’eccezione dei gilet di lana rosso fuoco, rosa o giallo canarino, sotto completi blu, impeccabili quanto tradizionali. L’opposto anche rispetto al fratello Lapo che si diverte a fare il gagà. Se lo stile è l’uomo come diceva Buffon (il filosofo Georges-Louis Leclerc non Gigi il portiere) occorre partire da qui per cercare di capire chi è la figura più potente del capitalismo italiano e una delle più rilevanti in quello internazionale.

 

Il suo ufficio è pieno di modellini Ferrari e memorabilia che segnano i successi realizzati (compresi quelli della Juventus)

Calmo più che distaccato, pacato ma duro come l’acciaio, risoluto. Il suo segreto, dicono, sta nel saper ascoltare, imparare rapidamente, decidere. Cesare Romiti non lo ha mai amato. Carlo De Benedetti lo ha sottovalutato. Entrambi si sono sbagliati. Condivide con la famiglia Agnelli la faiblesse per la nobiltà (anche Ginevra ha sposato del sangue blu: Giovanni Gaetani dell’Aquila d’Aragona, erede dei signori di Gaeta). La passione per i giornali l’ha ereditata anch’essa dall’Avvocato, quella per i libri dal padre. Si definisce un “liberale non dottrinario”, curioso, ma anche studioso e impermeabile a quella noia svagata che faceva tanto parte del fascino di Gianni Agnelli e si è rivelata una irrimediabile debolezza per chi deve gestire un impero industriale. Tanto il nonno amava esibirsi quanto il nipote preferisce restare appartato, manovrare dietro le quinte. Anche se ora lo si vede più spesso in pubblico, per presentare le iniziative della Fondazione Agnelli o le nuove auto, persino sul campo di calcio con la maglia della Juventus in una delle tante partitelle di beneficenza. La sua fredda determinazione è emersa durante lo scontro con la madre dove la posta in gioco non era solo l’eredità materiale.

 

La rottura in realtà si era consumata quando Margherita aveva sposato il suo secondo marito Serge de Pahlen. Da allora John, Lapo e Ginevra sono vissuti a Moncalieri nella casa di loro padre e sono rimasti sempre uniti, mentre la madre si è trasferita all’estero (Svizzera, Francia, Russia). Il distacco da una figura come Margherita Agnelli è stato difficile, l’emancipazione dolorosa, persino drammatica. Alla morte di Gianni le ereditiere naturali erano la moglie Marella e la figlia Margherita, senonché entrambe nel 2003 firmano un accordo per trasferire a John quote e diritti, secondo le volontà dell’avvocato. Anni dopo, Margherita, pensando che i figli avuti con Pahlen erano stati discriminati, e vedendo che le cose vanno bene in casa Fiat, oltre ogni previsione, cerca di rimettere tutto in discussione. Si scatena una battaglia giudiziaria, ma ancor più una tempesta freudiana. “Mia madre scelse di uscire dalle attività comuni mostrando di non aver fiducia sul buon esito del rilancio della Fiat”, ha commentato John. In altre parole, non ha avuto fiducia in lui. Più esplicito come suo solito Lapo: “Nella mia vita non c’è posto né spazio per lei. Non sono parole eleganti, ma è la realtà”. John è sempre rimasto vicino al fratello minore anche nei momenti più difficili e nelle situazioni più scabrose, quando Marchionne lo allontanò dalla Fiat. Non fa parte del cda di Exor, tuttavia detiene, come la sorella Ginevra, una quota della Dicembre, la srl di John che ha il 34 per cento della Giovanni Agnelli & C. la quale possiede la Exor.

 

Nata dalla fusione di Ifi e Ifil, le due finanziarie a capo della galassia Agnelli, e operativa dal 2009, la holding è controllata per il 52 per cento con azioni soltanto ordinarie, anche se la quotazione a Amsterdam dal luglio 2016 consente di utilizzare le norme olandesi vantaggiose per garantire la stabilità proprietaria e la difesa dalle scalate. Secondo la classifica di Forbes, si colloca sul gradino numero 19 tra tutte le più grandi imprese del mondo, con un fatturato superiore a 143 miliardi di euro e un risultato netto nel 2018 di 5,4 miliardi. Nel consiglio di amministrazione la famiglia è rappresentata, oltre che da John, presidente e amministratore delegato secondo il modello francese, da Ginevra, dal cugino Andrea Agnelli (presidente della Juventus) e dall’altro cugino Alessandro Nasi, la cui famiglia, imparentata con gli Agnelli, è la seconda azionista con il 27 per cento della Giovanni Agnelli & C. Poi ci sono esponenti della finanza internazionale come il banchiere portoghese Antonio Horta-Osorio, l’americano Joseph Bae della KKR, esperto in fusioni e acquisizioni, Melissa Bethell, nata a Taiwan, partner del fondo Atairos, sostenuto da Comcast-NBC, l’olandese Marc Balland che ha girato tra Heineken, Coca Cola, Marks & Spencer, Blackstone, la francese Laurence Debroux che porta l’esperienza delle alte scuole parigine.

 

“Per quel che gli consente il suo continuo viaggiare di qua e di là dall’Atlantico, vuole essere un padre presente”, dice chi lo conosce bene

Chi avesse investito nella Fiat quando l’Avvocato la prese in mano da Valletta nel 1966 fino alla sua morte, avrebbe una perdita di circa l’un per cento – al netto dell’inflazione – secondo calcoli fatti da Mediobanca. Durante le gestione Marchionne il titolo Fiat è più che raddoppiato. Quanto a Exor, nel 2009, quando Elkann ha preso il comando, valeva in borsa meno di 4 miliardi di euro, oggi è a quota 16,8 miliardi: quattro volte tanto. Sono paragoni puramente giornalistici. C’è di mezzo un mondo intero. Durante quei cinquanta e più anni la Fiat ha attraversato almeno tre gravi crisi, quella petrolifera, quella sociale, quella industriale, e dovette fronteggiare il terrorismo fino ai primi anni ’80. Ma, senza essere ingenerosi con il passato, bisogna dare a John quel che è di John. “Continueremo a costruire grandi aziende – ha detto Elkann – e nei prossimi dieci anni ne compreremo di nuove”. La vendita della Magneti Marelli alla giapponese Calsonic Kansel ha fatto triplicare gli utili del gruppo nel primo trimestre di quest’anno: da 741 a 2.427 milioni di euro. Elkann è diventato il primo membro di casa Agnelli a guidare la Ferrari ottenendo un 2018 da record con oltre novemila auto vendute e 3,4 miliardi di euro di ricavi. Sempre nel primo trimestre del 2019 le azioni del Cavallino rosso sono aumentate del 63,3 per cento rispetto allo stesso periodo nel 2018 e la partecipazione di Exor è arrivata a 2,79 miliardi. John non ha ancora vinto un titolo mondiale, e questa è un’ombra che vuole fugare, anche tentando di ingaggiare il super campione britannico Lewis Hamilton. Non è solo una questione di orgoglio, visto quel che vale il marchio. Elkann sarà presidente del nuovo gruppo FCA-PSA (Fiat-Peugeot) guidato da Carlos Tavares il manager portoghese cresciuto alla Renault-Nissan e ora gestisce la Peugeot. La fusione porterà nelle casse di Exor 1,6 miliardi, quindi nel 2022 la holding degli Agnelli avrà 3,6 miliardi per nuove acquisizioni.

 

Adesso lo skipper John ha cominciato la sua navigazione. Solitaria? Certo non c’è più Marchionne geniale e imprevedibile manager, ma Elkann ha ereditato e si è costruito una rete di altissimo livello, da Henry Kissinger a Warren Buffett, dai Rothschild alla haute finance parigina. Di Buffett si fida moltissimo: ha dato retta ai consigli dell’“oracolo di Omaha” impedendo a Marchionne di orchestrare la scalata alla General Motors, anche se Super Sergio aveva già convinto molti fondi di investimento che gli avevano messo a disposizione una quantità di denaro. Perché gli Agnelli non fanno scalate ostili, secondo la tradizione di famiglia? Perché Buffett ragionava con maggior senso della realtà visto il valore anche simbolico della GM? Forse entrambe le ragioni. Così l’ingegner John ha ripreso il filo interrotto con i Peugeot, grande famiglia con grande famiglia, ci si può intendere meglio.

 

La Fiat ha attraversato almeno tre gravi crisi, quella petrolifera, quella sociale, quella industriale, e dovette fronteggiare il terrorismo

Gli Agnelli hanno seguito le orme dei Rockefeller, dei Wallenberg, dei Ford, delle grandi famiglie del capitalismo che non hanno mollato. Grazie a Jaki, al quale pochi avevano creduto. Da tempo non smette di rivendicare il suo legame con la tradizione. Il suo ufficio è pieno di modellini Ferrari e memorabilia che segnano i successi realizzati (compresi quelli della Juventus), anche se non è il passato a dominare i progetti di Elkann. Con Exor Seeds, un fondo dotato di 100 milioni di euro, ha deciso di investire in start up tecnologiche e getta i semi, come dice il nome della società, del futuro. Tuttavia è inutile negare che la prova del nove oggi più che mai sarà nell’automobile colpita da un’altra innovazione distruttiva.

 

Nessuno sa se la vettura elettrica sarà un successo economico, ma tutti pensano che da lì verrà la domanda nel prossimo decennio, quindi l’offerta, la produzione, deve essere pronta a rispondere. Tutte le grandi case sono indietro, a parte la Toyota, tutte però stanno gettando miliardi e miliardi in questa nuova frontiera. La Volkswagen ha compiuto la sua scelta, la Daimler segue, come la Fca attardata anche dalle resistenze di Marchionne. Le conseguenze saranno enormi sull’intera filiera. Un’auto elettrica ha una infinità di componenti inferiore a un’auto con il motore a scoppio, ciò significa meno fornitori e meno lavoratori. L’Italia, che ha specializzato una parte importante della propria industria manifatturiera nella componentistica, potrebbe pagare un caro prezzo.

 

Crisi congiunturale più trasformazione strutturale, l’automobile non potrà guidare la crescita come ha fatto nell’ultimo decennio. Stretta produttiva vuol dire stretta all’occupazione. L’impatto sociale e politico sarà pesante. Bisognerà farsi degli amici, avere un ruolo attivo, giocare bene la carta dell’informazione. E’ forse per questo che John Elkann ha comprato la Repubblica, magari ricordando la battuta del bisnonno: “Non importa quanto vende la Stampa, l’importante è che ogni mattina alle 7 sia sulla scrivania del capo del governo”. Lo sostengono i molti nemici che negli anni sono cresciuti, soprattutto con il gonfiarsi dell’onda nazional-populista della quale John, costruttore di una multinazionale, è bersaglio quasi archetipico. Una insinuazione che l’ingegnere giudicherebbe oltraggiosa, spiegando sia pur a grandi linee il suo progetto che sfida propaganda e fake news, punta sulla rivoluzione digitale e ha l’ambizione di uscire dalla dimensione parrocchiale della quale soffre molta stampa italiana. Ma quando i tempi si fanno duri, i duri scendono in campo. A’ la guerre comme à la guerre. L’erede Agnelli non può rischiare che la sua torre cominci a franare dal basso travolta da una babele di parole.