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L’infima produttività italiana spiegata con la Repubblica dei due pil

Perché abbiamo un pil1 (quello privato e delle industrie del nord) e un pil2 (quello pubblico e del Mezzogiorno)

16 Luglio 2019 alle 06:00

L’infima produttività italiana spiegata con la Repubblica dei due pil

(Foto LaPresse)

In un suo recente articolo (“il lavoro crea poca ricchezza. Ecco il vero ritardo dell’Italia”, Corriere della Sera, 23 giugno 2019) Federico Fubini ha rilanciato un tema fondamentale: quello della bassa produttività del lavoro. E ha invitato i politici italiani a non ricercare soluzioni posticce e in deficit ma ad andare al cuore del problema della bassa crescita, cioè il fatto che il lavoro crea poco valore aggiunto per cui servono riforme strutturali. Quest’ultimo è un obiettivo sicuramente condivisibile.

  

Tuttavia, sollevare in modo generico il tema della bassa produttività aggregata della nostra economia non aiuta granché a capirne le ragioni reali, che sono ramificate e possono essere comprese solo disaggregando in grande dettaglio i fattori della produzione. Né aiuta a capire il tipo di riforme e di azioni di cui abbiamo realmente bisogno. Sicché anche non pochi economisti e opinionisti famosi forse farebbero bene a “sporcarsi un po’ di più le mani” per analizzare meglio questo argomento, che in una nazione così ricca di divari settoriali e geografici come l’Italia diventa un caso assolutamente singolare e complesso. Senza dimenticare che quando nel nostro paese si è finalmente tentato di fare seriamente delle riforme, come in occasione del referendum costituzionale del 2016 o con il Jobs Act, non è che le avanguardie culturali italiane si siano spese per sostenerle. Anzi, le hanno spesso criticate snobisticamente difendendo lo status quo con ragioni pretestuose.

 

La realtà è che ormai esistono in Italia due pil distinti, da qualunque angolazione li si voglia guardare: cioè un pil1 e un pil2, con dinamiche completamente diverse tra di loro. Ciò è vero dal lato della domanda interna; ma è vero anche dal lato dell’offerta dei settori produttivi nazionali; ed è vero, infine, pure dal lato della ripartizione geografica dell’economia italiana. Il pil1, che va molto bene, è quello: a) della domanda interna privata (esclusa edilizia); b) dei settori produttivi, del commercio e del turismo; c) del nord-centro Italia. Il pil2, che va molto male, è quello: a) dell’industria delle costruzioni (pubbliche e private) e dei consumi finali della Pubblica amministrazione; b) dei settori e dei servizi pubblici infrastrutturali e di servizio, nonché delle banche; c) del mezzogiorno.

 

Per quanto riguarda il pil1 nel triennio di riforme/flessibilità 2015-17 l’Italia era ormai tornata a crescere come la Germania, cosa mai accaduta da quando esiste l’euro. Ciò è avvenuto sia dal lato della domanda interna (consumi delle famiglie e investimenti in macchinari e mezzi di trasporto, pari a un più 2,2 per cento medio annuo composto), sia da quello della produzione (manifattura, commercio e turismo, tutti settori progrediti quasi il triplo del pil totale), sia al nord-centro (che viaggia da tempo a ritmi bavaresi). Per quanto riguarda il pil2 l’Italia nello stesso triennio è invece rimasta completamente ferma, sia dal lato della domanda (consumi finali della pubblica amministrazione, edilizia privata e pubblica), sia dal lato dell’offerta (settori pubblici centrali e locali, energia, acqua, rifiuti, banche), sia nel Mezzogiorno (dove la ripresa ha toccato solo poche regioni).

 


Risposta all’invito del corrierista Fubini a cercare le cause della incapacità relativa di produrre ricchezza del nostro paese. Le motivazioni risiedono nello stato dell’economia privata in metà del paese che è fermo e in un settore pubblico capace solamente di replicare costantemente risultati fallimentari


  

Dunque, guardando separatamente al pil1 e al pil2 è evidente che anche tutto il discorso della bassa produttività dell’Italia cambia completamente prospettiva. Né possiamo accontentarci di semplificazioni generalizzate che rischiano di confondere le idee come quelle che lo stesso Fubini cita a mo’ di esempio nel suo articolo per spiegare la debole produttività del lavoro italiano (“inefficienze di struttura e dimensioni di impresa, arretratezza tecnologica, qualità di gestione”). Ma a che cosa si riferiscono esattamente queste critiche generiche? Non certo alla manifattura, ci auguriamo! Altrimenti si rischia di fare passare il messaggio grillino-populista che le imprese italiane sono delle scartine, che non investono abbastanza e sono arretrate, anche gestionalmente. Niente di più erroneo dato che l’Italia è seconda in Europa per valore aggiunto industriale ed è quinta al mondo per surplus commerciale manifatturiero (oltre 100 miliardi di dollari nel 2017). Le Pmi manifatturiere italiane sono quelle che esportano di più in tutta l’area Ocse (oltre 170 miliardi di dollari) e l’Italia è il sesto paese al mondo per numero di robot installati nell’industria ed è la seconda economia europea per spese in ricerca e sviluppo in un settore trainante come la meccanica (il più importante in Europa per valore aggiunto).

 

D’altronde, basta guardare i dati Istat relativi alla produttività dell’Italia disaggregati per settori per comprendere meglio la realtà. Nel 2003-2009 la produttività dell’industria italiana è cresciuta in media d’anno dello 0,3 per cento mentre l’Italia nel suo complesso andava indietro dello 0,3 per cento. Nel successivo 2009-2015 l’industria ha poi accresciuto la sua produttività media annua addirittura del 2,4 per cento, mentre il totale dell’economia faceva appena un più 0,8 per cento. Nel 2016 la produttività dell’industria è ulteriormente progredita dello 0,6 per cento mentre l’economia nel complesso perdeva lo 0,1 per cento. Infine, nel 2017 l’industria ha fatto registrare un brillante più 2,1 per cento di incremento di produttività mentre il totale dell’economia soltanto un più 0,8 per cento. In tutto il periodo 1995-2017 l’industria ha contribuito per il 75 per cento alla crescita della produttività aggregata del lavoro dell’Italia e nel 2017 lo ha fatto addirittura per quasi il 90 per cento.

 

Dunque, “inefficienze di struttura e dimensioni di impresa, arretratezza tecnologica, qualità di gestione” sono argomentazioni che ci portano fuori strada se non riferite a dei settori economici inefficienti precisi, nominativamente indicati, e ben diversi dalla nostra eccellente manifattura (ma anche dall’agricoltura, in cui siamo primi in Europa per valore aggiunto, o dal turismo, dove siamo secondi nell’Unione europea dopo la Spagna per pernottamenti stranieri).

 

Infatti, le vere cause della bassa produttività aggregata del lavoro dell’Italia risiedono nella metà del paese che è fermo, cioè in un settore pubblico incapace da tempo di incrementare il suo valore aggiunto, nelle varie esperienze pubbliche locali fallimentari tipo Atac e Ama di Roma e simili e in un Mezzogiorno con troppa poca industria e con lo stato che non può più fare da ammortizzatore sociale come in passato, dati i vincoli di bilancio. E in queste paludi di bassa crescita che il pil2 italiano affonda e fa crollare la produttività aggregata del lavoro.

 

Le politiche della flessibilità del 2015-17 sono state le migliori possibili per il pil1 italiano: infatti, gli 80 euro, le decontribuzioni e il Jobs Act sono stati infinitamente più produttivi degli attuali fallimentari reddito di cittadinanza e decreto dignità. Sicché nel 2015-17 i consumi pro capite delle famiglie italiane sono aumentati molto di più di quelli delle famiglie tedesche e francesi. Inoltre, il super e iper-ammortamento hanno fatto balzare la crescita degli investimenti tecnici delle nostre imprese a tassi record in Europa e hanno rappresentato la più efficace politica industriale dell’Italia degli ultimi trenta anni, mentre ora gli investimenti delle imprese si sono completamente bloccati.

 

Il successo di tale politica è dimostrato inequivocabilmente dai dati della meccanica strumentale (fonte: Federmacchine). Tra il 2015 e il 2018 il settore italiano delle macchine per l’industria ha accresciuto il suo fatturato di oltre 10 miliardi di euro (più 26 per cento in quattro anni!). Tale incremento è avvenuto per poco meno della metà grazie all’export ma soprattutto – ed è stata la prima volta nella storia recente – per oltre la metà per merito della domanda interna, stimolata dal super-ammortamento e dal piano Industria/Impresa 4.0. La domanda interna italiana di macchinari è cresciuta in quattro anni di ben 8,2 miliardi ed è stata soddisfatta per i due terzi dalla produzione nazionale. Gli occupati del settore, inoltre, sono oggi 13 mila in più rispetto al 2014. Infine, la produttività, data dal fatturato per addetto, è cresciuta di oltre 38 mila e 500 euro in appena un quadriennio (più 18 per cento).

 

L’ultima indagine di Banca d’Italia sulle imprese industriali e dei servizi conferma il grande successo delle misure a favore degli investimenti. Anche nel 2018 circa la metà delle imprese ha dichiarato di avere beneficiato del super-ammortamento per i macchinari ed è aumentata dal 15 al 20 per cento la quota delle imprese che ha beneficiato dell’iper-ammortamento per gli investimenti connessi alle tecnologie abilitanti 4.0. Dunque, su produttività e politica industriale, nonché su come sbloccare e far crescere il pil2 e non riportare nel frattempo alla decrescita anche il brillante pil1 conseguito negli ultimi anni, i politici gialloverdi ma anche tanti commentatori illustri dovrebbero avere la pazienza di approfondire i temi in base ai dati, anche perché la loro asserita autorevolezza li onera della responsabilità di informare correttamente l’opinione pubblica.

Marco Fortis

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Commenti all'articolo

  • Silvius

    07 Agosto 2019 - 14:02

    Ottimo articolo, grazie! Anche un non esperto si rende conto che esistono due Italie, che si compenetrano (geograficamente e socialmente). E una è la palla al piede dell’altra. Nessuno però ha il coraggio di dirlo. Stupisce soprattutto, e provoca molti dubbi, l’appoggio dato alla Lega dalla parte più produttiva del Paese. Un giorno mi dovranno spiegare perché, e forse scusarsi per non aver sostenuto a costo della vita il referendum Renzi.

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