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L’autonomia e la giusta sfida dell’efficienza. Viva l’Emilia Romagna

Chi ha scritto al direttore Claudio Cerasa

12 Luglio 2019 alle 06:08

L’autonomia e la giusta sfida dell’efficienza. Viva l’Emilia Romagna

Il Ministro degli Affari Regionali e delle Autonomie Erika Stefani (foto LaPresse)

Al direttore - No all'autonomia e manco un rublo?

Giuseppe De Filippi

 

Al direttore - La toppa peggio del buco. E’ demenziale il solo ipotizzare che sia il Csm a indicare le priorità dell’azione penale e non mi riferisco solo agli ultimi avvenimenti relativi al cosiddetto organo di autogoverno. Forse chi propone demenzialità vuole che tutto resti com’è… siamo messi malissimo.

Frank Cimini

Notizie di Davigo?

 

Al direttore - I risultati dei test Invalsi ci hanno raccontato con i numeri qual è oggi la condizione del paese. Non solo del suo fatiscente sistema educativo, ma delle sue drammatiche spaccature culturali, civili, territoriali. Nel frattempo, prosegue un confronto semiclandestino tra il governo e tre regioni del nord su un progetto di “autonomia differenziata” di cui è misterioso perfino il testo-base.  Esiste un’opposizione capace di ricordare che una riforma come questa non può essere decisa da un accordo bilaterale, ma deve essere discussa in Parlamento? Perché si tratta di una riforma che potrebbe cambiare il volto dell’Italia, scardinando l’articolo 117 della Costituzione che impone allo stato di garantire gli stessi diritti civili e sociali a ogni suo cittadino. A quanto pare, però, tale opposizione non esiste. Infatti, quella di destra è paralizzata dall’alleanza con la Lega in Veneto e in Lombardia, quella di sinistra è bloccata dalla scelta del governatore dell’Emilia-Romagna di agganciarsi al carro autonomista. Eppure la posta in gioco è assai alta, e non riguarda soltanto i criteri redistributivi del gettito erariale. Riguarda anzitutto la possibile ulteriore disgregazione di fattori costitutivi dell’unità nazionale, a partire proprio dalla scuola pubblica. E’ vero che alla vigilia delle elezioni dell’anno scorso il premier Gentiloni sottoscrisse i preliminari dell’autonomia differenziata. Allora il Pd era ancora stordito dall’esito del referendum costituzionale, e probabilmente temeva una débâcle al di là del Rubicone. Ma, dopo la disfatta nelle urne e dopo aver perso Ferrara e Forlì forse sarebbe il caso di cambiare linea, evitando di inseguire il Carroccio sul suo terreno. Sarà banale ripeterlo, ma tra originale e copia l’elettore preferisce sempre l’originale.

Michele Magno

La domanda dovrebbe essere un’altra: esiste un’opposizione capace di parlare con una voce unica e avere una posizione unitaria sul tema delle autonomie? Esiste un’opposizione capace di ricordare con onestà-tà-tà che l’accordo sulle autonomie che vogliono le regioni del nord parte da una base discussa nella precedente legislatura dai presidenti di Lombardia, Emilia Romagna e Veneto con un presidente del Consiglio del Pd? Esiste un’opposizione capace di discutere con la Lega per fare quello che in un certo senso ha chiesto ieri il governatore della Campania Vincenzo De Luca, ovverosia accettare la sfida dell’efficienza evitando però che i fabbisogni vengano calcolati solo ed esclusivamente sulla base della spesa storica, cosa che contribuirebbe a cristallizzare il divario tra il nord e il sud, ovvero in un’ottica meramente quantitativa e non qualitativa della spesa pubblica? Risposte sarebbero gradite, e anche con urgenza, grazie.

 

Al direttore - Quando  si parla di scuola, ultimamente  in occasione della pubblicazione dei risultati dei test Invalsi, immancabilmente si viene  sommersi da uno tsunami  di commenti il cui livello di  lamentevole retorica raggiunge  spesso e volentieri  livelli di guardia insopportabili. Articolesse, interviste a  questo o quell’esperto, allo studente come  al  professore, e l’immancabile dichiarazione del  politico di turno e il commento accigliato  dell’osservatore venuto da Marte, tutte contrassegnate da  uno stupefacente, allarmato sbigottimento misto a una sorta di rassegnato sconforto. Si prendano giustappunto gli ultimi  test Invalsi, i cui risultati hanno restituito un’immagine tanto  problematica quanto risaputa della scuola italiana, soprattutto al sud; ebbene,  la domanda ricorrente è stata: ma come è possibile che studenti che, stando ai  succitati test,  hanno lacune ad esempio in italiano poi superino gli esami? Al di là e oltre le differenze “tecniche” tra l’una e l’altra prova, c’è una ragione precisa che spiega questo apparente paradosso. E la ragione, cari  esperti e commentatori vari, è che alla  maturità  piuttosto che bocciare anche un somaro conclamato, per paura di  ricorsi al Tar, esposti di vario tipo e/o, aggressioni anche fisiche da parte di genitori che evidentemente considerano inaccettabile che i loro pargoli possano non superare un esame o prendere un voto inferiore alle attese, per paura di tutto ciò gli insegnanti che fanno?  Prendono e promuovono. Punto e a capo (senz’acca, possibilmente). Questa è la verità vera. E non da oggi. Con l’aggravante che, appunto, gli insegnanti che prima avevano l’appoggio delle famiglie  e il cui ruolo era socialmente riconosciuto, ora non hanno più ne l’uno né l’altro, e si trovano costretti a fronteggiare da soli non soltanto la fatica quotidiana di provare a insegnare qualcosa a orde di ragazzi imbarbariti da un uso smodato di smartphone e video-giochi (ma anche qui, i genitori dove sono? dove vivono? regole zero?) ma – cosa ben più grave – anche le rimostranze, le proteste, e più in generale un sentirsi, loro, sotto esame  in un clima da stato d’assedio perenne da parte di chi dovrebbe invece essere loro alleato a prescindere. A casa mia succedeva che se tornavo con un brutto voto, prima partiva un ceffone poi, forse, si discuteva dei perché e dei percome. Se ora il ceffone, in senso lato (ma non troppo), se lo becca l’insegnante, è evidente che c’è qualcosa che non funziona.

Luca Del Pozzo

 

Al direttore - L’immagine della spiaggia di Milano Marittima completamente sistemata a poche ore dalla tromba d’aria che aveva colpito Cervia è un’immagine straordinaria. Mi chiedo solo se i giornali che hanno dedicato pagine e pagine apocalittiche ai chicchi di grandine grossi come arance dedicheranno la stessa attenzione al lavoro di chi con il sudore ha spazzato via in poche ore i frutti del maltempo.

Luca Marino

Le cattive notizie sono sempre notizie da strillare e le buone notizie sono sempre notizie da nascondere. Speriamo che anche oggi non sia così.

 

Al direttore – L’antiparlamentarismo armato di demagogia e ignoranza ha colpito ancora facendo credere ai twitteromani che con il taglio di 345 parlamentari il bilancio della Repubblica è salvo. La verità è che la falange grillo-casaleggiana sta guidando la lunga marcia contro la democrazia parlamentare: i parlamentari rappresentano un peso economico per cui se ne deve fare il più possibile a meno; il referendum propositivo può sostituire l’attività legislativa del Parlamento con un semplice click; il programma di governo non deve essere vagliato in sede istituzionale ma è validato da un contratto privatistico davanti al notaio; i parlamentari non sono i rappresentanti della nazione ma della società Casaleggio a cui pagano un obolo; il processo legislativo frutto di interplay tra la rappresentanza popolare e la competenza tecnico-politica può essere sostituito da un bottone azionato dallo 0,01 del popolo Rousseau; i parlamentari non devono rappresentare un numero ristretto di cittadini con cui mantenere un contatto come nelle grandi nazione europee (Regno Unito, Francia, Germania, Spagna) ma qualche centinaia o poche migliaia di viziosi telematici; la retribuzione del parlamentare introdotta a tutela dei non abbienti rispetto ai ricchi e oggi garanzia di indipendenza dai gruppi di potere va controllata e potata dai capetti di turno: i vitalizi non derivano da leggi del passato soggette a revisione con validità futura come in effetti è accaduto qualche anno fa, ma l’odioso privilegio della Casta parlamentare che deve essere svillaneggiata dagli imbonitori televisivi… Questa serie di scelleratezze che ci stanno avviando alla “democrazia telematico-illiberale” non è una parodia. Sono le parole d’ordine di quattro presuntuosi a cui vorremmo consigliare un rapido corso di diritto costituzionale e di quella storia contemporanea che ben conosce l’esaltazione delle “aule sorde e grigie”.

Massimo Teodori

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