Meno zappe e più libri

Samuele Maccolini

Sul Corriere della Sera un appello invita la politica a investire sull'agricoltura per i giovani. Ma l'assistenzialismo senza investimenti in istruzione e infrastrutture è inefficace

Venerdì 19 luglio sul Corriere della Sera, Susanna Tamaro e Andrea Segrè hanno rinnovato il loro appello – il precedente è di due anni fa – alle autorità per favorire il lavoro agricolo. Secondo gli autori, quella dell'agricoltura potrebbe essere una buona opportunità soprattutto per i giovani in cerca di occupazione. Sia perché esistono possibilità di lavoro, sia perché, a loro avviso, in questo modo si contribuisce a ridurre “il continuo abbandono di terre fertili, il conseguente dissesto idrogeologico e la crisi ambientale”.

 

A oggi l'invecchiamento degli agricoltori, l'aumento dei costi di produzione, la scarsa formazione e l'eccesso di burocrazia sta danneggiando la nostra agricoltura. 

 

In Italia il 41 per cento dei contadini italiani ha più di 65 anni e solo il 4 per cento ne ha meno di 35. Percentuali simili si trovano solo in Spagna, mentre in Germania e Francia le percentuali di giovani e anziani sono simili e si aggirano attorno al 10 per cento. Qualcosa però ha iniziato a cambiare: le imprese agricole condotte da under 35 sono salite a 57 mila (dato Coldiretti per il 2018). Nonostante questo primato europeo però le nostre aziende subiscono un ritardo tecnologico rispetto alla media europea, a causa, soprattutto, della loro grandezza medio piccola e del susseguente ridotto budget per investimenti. In Italia solo il 22 per cento delle imprese ha investito in strumenti per l'agricoltura 4.0 negli ultimi tre anni (dato Nomisma). L'identikit dell'azienda al passo coi tempi è un'impresa del nord Italia, gestita da giovani, laureati o periti agrari, con un fatturato di oltre 50.000 euro. Non esattamente il prototipo di impresa agricola italiana, che in media è più povera e gestita da adulti e anziani con meno diplomi di un giovane imprenditore.

 

Sul Corriere Susanna Tamaro e Andrea Segrè invitano le più alte cariche dello stato ad investire sull'agricoltura con un “reddito di contadinanza”, che si fonderebbe su tre leve.

 

La prima è la formazione, “va promosso un patto con le scuole agrarie superiori e universitarie affinché possano offrire, gratuitamente per i beneficiari, dei corsi per imprenditori agricoli direttamente sul campo”. La seconda leva concerne il reddito vero e proprio. Un assegno limitato nel tempo che permetta al giovane imprenditore di non affondare prima che l'impresa generi i primi frutti. L'ultima leva riguarda la semplificazione burocratica-amministrativa, che ha costi economici e di tempo rilevanti, i quali possono compromettere le performance dell'azienda. Proprio su questo punto tutti i passati governi hanno fatto promesse che non sono state mantenute, chiosano gli autori.

 

In realtà la situazione è più complessa di come la si descrive. Il più grosso finanziamento alle imprese agricole gestite da giovani proviene dal “Pacchetto giovani”, una finestra di finanziamenti che fanno parte del Piano di Sviluppo Rurale (Psr) cofinanziato da Unione Europea e stati membri. I fondi del Psr nel periodo 2014-2020 ammontano a 20 miliardi, mentre i singoli finanziamenti vanno da un minimo di 20 mila ad un massimo di 70 mila euro a persona – la variazione è su base regionale, ma possono esserci variazioni all'interno della stessa regione in base al tipo di zona. Fino al 2013 un giovane che voleva rilanciare l'azienda di famiglia poteva facilmente accedere al pacchetto senza dover praticamente dimostrare nulla a nessuno. In seguito si è appurato che i criteri erano troppo laschi. Molti giovani infatti si insediavano senza dare continuità all'esperienza imprenditoriale, così gli investimenti comunitari finivano in un nulla di fatto. E si è cambiata direzione.

  

Oggi per aver accesso al pacchetto bisogna presentare un valido business plan che attesti i risultati passati dell'azienda e fissi un'ipoteca sulle performance del futuro. E questo aumento delle pratiche burocratiche limiterebbe l'ingresso dei giovani nel mondo dell'agricoltura. Ovviamente ora molte richieste vengono respinte. La Coldiretti parla di tre richieste su quattro respinte per errori di programmazione delle amministrazioni regionali al sud negli anni tra il 2014 e il 2020. Interrogando gli uffici regionali della Cia-Agricoltori Italiani si scopre che non risultano esserci stati errori burocratici da parte delle amministrazioni. La Coldiretti, contattata dal Foglio.it, precisa che per errori di programmazione si intende la discrepanza tra il numero di finanziamenti banditi e domande ricevute, che sono di molto maggiori. Le amministrazioni regionali del sud dunque hanno messo a disposizione meno finanziamenti rispetto alla domanda. E non è che manchino i soldi. Anzi, se entro il 31 dicembre le regioni non spendono la quota annuale prevista dal Psr, l'Italia rischia di far tornare indietro a Bruxelles 615 milioni. Insomma, più che di errori burocratici si può parlare di mancanza di visione.

   

L'idea di un reddito temporaneo per sostenere le giovani imprese agricole potrebbe non essere dunque efficace. Secondo Matteo Lasagna, vicepresidente di Confagricoltura nazionale "i sussidi non sono un male di per sé, ma diventano inutili se non si crea un ambiente dove le imprese possono svilupparsi".

 

Per un giovane infatti ci sono già grosse barriere all'entrata per far partire un'azienda – banalmente i costi dei terreni. Quello che dovrebbe fare la politica è investire in quei settori strategici dove l'Italia si trova in svantaggio rispetto agli altri paesi. Prima di tutto nelle infrastrutture. "Coltiviamo prodotti di altissima qualità, ma non riusciamo a farli arrivare sulle tavole dei consumatori esteri perché mancano le infrastrutture dei trasporti. Come è possibile che un paese come il nostro, toccato dal mare in buona parte della sua lunghezza sia quartultimo a livello europeo nei trasporti marittimi, addirittura dietro l'Austria?", si chiede Lasagna. 

 

L'altro settore in cui è necessario un aggiornamento è quello tecnologico. "Oggi abbiamo accesso a tecnologie di precisione che ci permettono di produrre frutta limitando l'uso di agenti chimici. Non è solo un fatto di qualità del prodotto e quantità del raccolto. Studiare le nuove tecnologie ci permette di inquinare di meno e allo stesso tempo essere più competitivi sui mercati esteri". Ma nel nostro paese purtroppo non si investe abbastanza in ricerca, così il nostro potenziale rimane inespresso. E ci ritroviamo a rincorrere gli altri stati. "Siamo ancora legati a una concezione obsoleta dell'agricoltura", commenta Lasagna. Più che augurare ai giovani un nostalgico ritorno alla terra, con tanto di zappa e cappello di paglia, bisognerebbe fargli rimettere la testa sui libri. Istruzione, ricerca, investimenti: ecco di cosa hanno davvero bisogno gli agricoltori di domani.