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I veri rischi dell'autonomia differenziata

Alessandro Barbano

Il disegno federalista di Veneto e Lombardia ha il sapore di una sfida di parte. E il federalismo strappato dalle regioni forti dello stato ci consegna una sovranità nazionale monca. Le contraddizioni del sovranismo leghista

Elisa è a Milano, Giulia, Beatrice e Ania a Padova, Riccardo a Cambridge, Ludovico a Rotterdam, Laura a Venezia, Tommaso a Ghent, Zoe a Berlino, e così molti altri. Cinque anni dopo la maturità, i tre quarti della quinta C sono al Nord o all’estero, laureati o laureandi, sui percorsi del marketing o della psicologia, dell’intelligenza artificiale o della cinematografia, della chimica o piuttosto della musicologia. Nessuno di loro è certo di tornare, alcuni non ne hanno neanche voglia. Se ne vanno verso un altrove fatto di relazioni rapide, stimolanti e produttive, che la globalizzazione mette loro a portata di mano.

Ma la quinta C di cui parliamo non stava a Lamezia Terme, né a Gela, né a Brindisi. Era la classe dei bravi nella sezione dei bravi, nella scuola dei bravi. Liceo Torquato Tasso di Roma, fabbrica da sempre della classe dirigente del paese. Cinque anni dopo, la diaspora di questi talenti racconta il declino di una Capitale in cui il saldo dei saperi degrada insieme con la capacità attrattiva del suo tessuto produttivo e civile. Ma racconta anche l’Italia che si avvia, tra pretese e conflitti, a fare suo uno statuto differenziato delle regioni, che può far saltare il precario equilibrio del governo gialloverde.

 

L’avventura della quinta C del liceo Tasso dimostra quanto sia miope ridurre l’autonomia differenziata a una sfida tra Nord e Sud. E’ in gioco molto di più. Non tanto la tenuta formale dell’unità nazionale, che non è in discussione, ma la declinazione dell’interesse nazionale in un dividendo immediato per l’appetito di minoranze organizzate. Il federalismo “octroyé” è una coperta tirata da un lato, e perciò strappata. Un vantaggio ristretto allo spazio di singole comunità e al tempo angusto del presente, in nome di un egoismo identitario che, come ha scritto Ernesto Galli della Loggia sul Corriere della Sera di qualche giorno fa, impedisce alle classi dirigenti settentrionali di andare oltre la rivendicazione della propria diversità e di assumere la responsabilità e la leadership dell’Italia intera. C’è un Nord che, di fronte all’incapacità di governare i processi globali che investono il paese, si protegge dietro la sua pretesa efficienza. Ma finge di non comprendere che senza un rilancio dell’intero sistema nazionale, anche i suoi figli prenderanno presto la stessa strada dei meridionali.

 

E’ miope ridurre l’autonomia differenziata a una sfida tra Nord e Sud.
E’ in gioco molto di più. Non tanto la tenuta formale dell’unità nazionale, che non è in discussione, ma la declinazione dell’interesse nazionale in un dividendo immediato per l’appetito di minoranze organizzate  

 

La battaglia per l’autonomia differenziata perciò sta a una modestia delle ambizioni come il reddito di cittadinanza sta all’utopia di una redistribuzione salvifica della ricchezza. Sono due atteggiamenti difensivi di un’Italia che non sa più scommettere. Il paradosso è che su questo limes territoriale e civile le distanze tra gli amministratori e politici della Lega e quelli del Partito democratico si riducono fino a convergere, sintonizzandosi, e talvolta appiattendosi, su un sentire comune preoccupato di difendere le sue ragioni, piuttosto che chiedersi se quelle ragioni, ancorché giuste in via di principio, non abbiano per così dire una scarsa gittata.

 

Di ragioni giuste il Nord pure ne ha. A cominciare da quelle che dimostrano come la sua spesa in alcuni settori è più bassa di quella del Sud e della media del paese, a fronte di un migliore livello dei servizi. Prendete la scuola, una delle materie per le quali Lombardia e Veneto invocano l’autonomia gestionale. In queste due regioni lo stato spende rispettivamente per ogni studente 463 e 483 euro, contro i 788 pagati in Sardegna, i 710 in Calabria, i 702 in Basilicata e i 671 in Campania. Sennonché il livello di preparazione degli studenti del Nord risulta, a dispetto della minore spesa, molto più elevato di quello dei ragazzi meridionali. E’ la geografia paradossale prodotta dalle politiche distributive e assistenzialistiche, perseguite per decenni dai governi di ogni colore, gialloverde compreso. Funziona più o meno così: si assumono al Nord i docenti del Sud, e dopo un certo numero di anni il sindacato li fa tornare a casa, gridando alla “deportazione” e trovando sempre qualche ministro compiacente. Cosicché al Sud c’è un’eccedenza di insegnanti, in gran parte avanti con l’età e demotivati da un sistema delle carriere che ignora il merito e genera appiattimento professionale, e al Nord ci sono tante cattedre vuote, coperte da docenti più giovani. Che costano meno e sono mediamente più motivati. Così la spesa si riduce e la qualità dell’offerta formativa risulta, in rapporto al Sud, migliore.

 


  

I due governatori di Lombardia e Veneto, Attilio Fontana e Luca Zaia (foto Imagoeconomica) 


 

Con l’autonomia differenziata Lombardia e Veneto avranno entro tre anni diritto a un finanziamento pari ad almeno il “valore medio nazionale pro capite”. Vuol dire un miliardo di euro in più. Da dove li prendiamo? Senza risorse aggiuntive, per le quali non si vedono fonti credibili, li prendiamo dal Sud spendaccione e clientelare. Mettendo anche fine ai viaggi del cosiddetto posto-fisso-differito-a casa, che ha indotto per decenni eserciti di docenti meridionali a partire per il Nord, certi, prima o poi, di tornare. Perché in prospettiva ci saranno due sistemi scolastici regionali autonomi, il lombardo e il veneto, dove con le risorse aggiuntive si potrà migliorare l’offerta formativa, e un sistema nazionale decapitato. Lo stesso schema potrà replicarsi per le sovrintendenze e per una consistente parte delle ventitré materie per le quali si invoca l’autonomia differenziata. Che in via di principio è giusta. E può anche essere utile a richiamare le classi dirigenti dei territori alla responsabilità delle buone pratiche gestionali. Ma, costruita su un paese già duale, e concepita come concessione alle regioni più forti, finirà per acuire le differenze.

 

Il fatto è che le ragioni di chi contrasta il progetto federalista sono altrettanto deboli. Si punta a difendere l’uniformità dei diritti, a invocare il rispetto dei cosiddetti livelli essenziali delle prestazioni. Fingendo di ignorare che, in tempi di terapie mediche personalizzate, la chemioterapia praticata secondo un protocollo unico nazionale in un ambulatorio oncologico del Sud non è la stessa a cui ci si sottopone in un centro d’eccellenza del Nord. L’ha detto con coraggio lo scienziato beneventano Antonio Iavarone, docente alla Columbia University, ed è stato sommerso dalle critiche. Ma diceva la verità. I diritti formali stanno alla salute di una democrazia sfibrata come le cure palliative a un malato terminale.

     

La politica deve ribaltare il suo rapporto con il consenso:
ai cittadini deve chiedere per ottenere, con un lessico della verità,
in nome di un patto per riformare un paese invecchiato male.
Non promettere improbabili redistribuzioni di ricchezza che non può garantire. Il rilancio del Sud va costruito anzitutto al Nord  

     

Né si tratta di invocare meccanismi di collaborazione, di solidarietà e di sussidiarietà, a compensare le divaricazioni del neofederalismo italiano. Che si cala su una qualità dell’offerta pubblica ormai incomparabilmente diversa tra Nord e Centro-sud. Né è prova la cosiddetta spesa storica, cioè la spesa effettivamente sostenuta dalle amministrazioni territoriali in un certo tempo per assolvere alle funzioni essenziali della sanità, dell’istruzione e dell’assistenza. Il Sud, che ha speso poco e male, vorrebbe recuperare il ritardo di efficienza, e non tollera che il suo deficit di spesa sia un presupposto di punibilità, piuttosto che un gap da colmare. Il Nord, che ha speso molto e bene, pretende che la sua virtù giustifichi nuovi investimenti.

 

Se mettiamo al centro i diritti, hanno ragione entrambi. Ma, a parità di risorse, le due ragioni sono inconciliabili. Nessuna forza politica può risolvere questa contraddizione senza il recupero di una visione nazionale e di una retorica pubblica capace di convincere i cittadini che la zavorra del Centro-sud è un problema anzitutto per il Nord. Che un progetto federalista deve saper guardare in proiezione a dieci o a vent’anni, e intestarsi una battaglia per rilanciare l’economia italiana, risanando insieme i suoi conti pubblici in una prospettiva di realismo, puntare a una crescita a cui corrisponda insieme un recupero del capitale umano e dell’attrattività di tutto il sistema paese, promuovere un trasferimento di responsabilità generazionale tra padri e figli, ridurre il divario economico e civile tra Nord e Sud. Ma per raggiungere questi obiettivi la politica deve ribaltare il suo rapporto con il consenso: ai cittadini deve chiedere per ottenere, con un lessico della verità, in nome di un patto per riformare un paese invecchiato male. Non promettere improbabili redistribuzioni di ricchezza che non può garantire.

 

E’ questo, o almeno dovrebbe essere, l’investimento politico prioritario di qualunque vocazione maggioritaria, cioè di qualunque forza politica che si assegnasse, come oggi fa Lega, il compito di rappresentare l’Italia nella sua interezza. Perciò il rilancio del Sud va costruito anzitutto al Nord, dove un’autentica visione nazionale non si è mai affermata, e dove il tentativo di Salvini di simularne l’approdo malcela insanabili contraddizioni. Il suo partito, a dispetto dell’amplissima proiezione elettorale, non è riuscito a conseguire una distanza dagli interessi che rappresenta, per sottrarsi al vizio corporativo d’origine del leghismo. Ne è prova la malattia del consenso, che riduce la gittata della politica salviniana al perimetro delle storiche appartenenze territoriali.

 

Quello di Veneto e Lombardia non è un disegno federalista che coincide con una riforma dello stato. E’ piuttosto una sfida di parte. Ai governatori Zaia e Fontana, che se la intestano come una nuova marcia su Roma, non interessa sapere che ne sarà di Roma. Né del Sud. Il loro obiettivo, talvolta dissimulato e più spesso rivendicato, è quello di ottenere, sotto forma di quote di gettito dei tributi trattenuti dalle Regioni, risorse pubbliche maggiori rispetto a quelle oggi destinate dallo stato a loro favore. Il Veneto nel suo progetto di legge del 2017 le aveva quantificate nei nove decimi delle tasse riscosse. La legittimazione di questa pretesa si chiama residuo fiscale. E’ la differenza tra le entrate fiscali prelevate e la spesa pubblica erogata dallo stato in un territorio. In una democrazia solidale questa misura esprime la capacità di un sistema di redistribuire la ricchezza in nome di un principio di equità orizzontale. Che vuol dire trattare in modo uguale individui uguali per reddito, età e salute, in qualunque parte del paese si trovino. La campagna referendaria della Lega in Lombardia e Veneto ha piegato questo concetto a una narrazione ribaltata, ancorché suggestiva: il residuo fiscale è diventata la prova del parassitismo meridionale e la giustificazione di una redistribuzione all’incontrario della ricchezza.

 

Ma in controluce esso esprime tutti i limiti e le contraddizioni del sovranismo leghista, che prima o poi la Lega pagherà caro: anziché rafforzare la statualità, il federalismo strappato dalle regioni forti allo stato ci consegna una sovranità nazionale monca, da cui possono nascere solo conflitti e frustrazioni. E’ l’ennesima occasione sprecata rispetto all’obiettivo di riformare la Repubblica: dove Berlusconi rinunciò e Renzi fallì, Salvini probabilmente vincerà. Ma al prezzo di restringere il rettangolo di gioco e le ambizioni. Così la partitissima della democrazia italiana è diventato un derby di calcetto.

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