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Così i banchieri centrali rischiano di alimentare il populismo

Fed espansiva come Trump desidera. Urge un patto mondiale per un saggio uso degli stimoli, dice O’Sullivan (“The Levelling”)

11 Luglio 2019 alle 06:09

Così i banchieri centrali rischiano di alimentare il populismo

Jerome Powell, presidente della Federal Reserve (foto LaPresse)

Roma. La maggior parte delle banche centrali si è impegnata nel rinnovare gli stimoli, comprando titoli pubblici e tenendo i tassi di interesse super bassi, e i politici stanno iniziando a trarne vantaggio. Ieri parlando al Congresso Jerome Powell, presidente della Federal Reserve bullizzato da Donald Trump, ha fatto capire di avere intenzione di abbassare i tassi di interesse per contrastare il rallentamento dell’economia mondiale e dei commerci. Benché la decisione “dipenderà dall’osservazione dei dati economici” è una apertura notevole (nonostante una nuova espansione non sia né efficace né necessaria per un’economia come quella americana che cresce del 3 per cento). La postura espansiva della Fed ha spinto Wall Street a un altro massimo storico (l’indice S&P 500 ha raggiunto per la prima volta nella storia i 3.000 punti) segno che l’autorità monetaria è l’unica autorità ascoltata dai mercati a prescindere da tutti gli altri fattori. Se nei prossimi mesi la Fed seguisse i desiderata di Trump consentirebbe al presidente di andare verso le elezioni del 2020 con un’economia surriscaldata e con la Borsa euforica. In Europa resta da vedere se la Banca centrale europea seguirà la stessa traiettoria, per ora il presidente Mario Draghi ha impegnato Christine Lagarde, suo successore dal prossimo novembre, a mantenere i tassi ai minimi storici un altro anno e poi, se necessario, a dispiegare il Quantitative easing (Qe), l’acquisto di titoli pubblici, per un secondo round, quando il primo era terminato soltanto a gennaio.

 

E’ un crinale critico per i banchieri centrali. Michael O’Sullivan, già investment banker al Credit Suisse e professore alla Princenton University, è tra quelli che pensano che perseguendo l’obiettivo di rilanciare una crescita calante nei prossimi anni, i banchieri centrali stanno rischiando di dare motivo ai politici populisti di continuare a comportarsi in modo irresponsabile, tipo finanziando le loro promesse elettorali a debito. “Il Quantitative easing è stato utile – dice al Foglio – perché ha portato stabilità, ma non ha curato il malessere economico, come vediamo in Italia. Ha invece fornito una specie di polizza di assicurazione per i politici che non si concentrano sui problemi più concreti e difficili da risolvere ma, come abbiamo visto di recente, ha permesso che si parlasse di monete parallele”, i minibot sponsorizzati dal leghista Claudio Borghi. O’Sullivan nel suo saggio “The Levelling: What’s Next After Globalisation” (PublicAffairs, 2019) descrive i banchieri centrali come attori fondamentali nel riuscire a bilanciare un ordine economico in mutamento radicale, tanto che nel suo saggio parla di un mondo multipolare, non più globalizzato ma diviso in regioni distinte, con interessi in conflitto su diverse linee di faglia come le tensioni commerciali e la regolazione della tecnologia. “Gli stimoli monetari possono permettere, negli Stati Uniti come in Europa, di aumentare i deficit di bilancio o di ritardare riforme necessarie. Per questa ragione i banchieri centrali dovrebbero, con uno sforzo di coordinamento globale, fare un accordo mondiale sui rischi incombenti, come per esempio si è fatto con gli accordi sugli armamenti nucleari o sull’ambiente. Con un accordo simile – dice O’ Sullivan ricordando un concetto esteso nella sua opera prima – potrebbero decidere di usare misure straordinarie come il Qe solo sotto precise condizioni, come un grande stress economico o dei mercati finanziari. Sarebbe di certo più efficace a questo scopo se i banchieri firmassero e sigillassero un simile accordo anziché lasciare la responsabilità a ognuno di loro singolarmente”.

 

Le banche centrali insomma rischiano di fornire un alibi per continuare a fare promesse all’elettorato benché siano incapaci di mantenerle. “La crescita sta rallentando a livello mondiale, ma per esempio in Italia nella discussione sul bilancio con la Commissione europea tutto si è concentrato sulla soglia di deficit ma nessuno ha cercato di ribaltare la visione e notare che di crescita non si parla affatto. Penso che nei prossimi due anni molte persone in America, nel Regno Unito e in Italia scopriranno che il populismo per come lo definiamo oggi e per come si è sviluppato in questi paesi sarà una promessa vuota. La politica è diventata rumorosa e sgradevole – dice O’ Sullivan – e le persone non sentono la sensazione che la vita pubblica stia volgendo per il meglio. Non vedo però alcun politico al momento che sia in grado di presentarsi come ‘leveller’, in altri termini riformista. Da voi c’è stato Matteo Renzi ma ora non si notano figure di quel tipo”.

 

I leveller, scrive O’Sullivan, sono una gemma nascosta della storia britannica. Erano un gruppo della metà del XVII secolo che ha partecipato a dibattiti sulla democrazia che si è svolta in una parte di Londra chiamata Putney. Il loro successo consisteva nel creare “un accordo del popolo”, che era una serie di manifesti che segnavano le prime concezioni popolari su come una democrazia costituzionale potesse apparire. L’“accordo” enuncia ciò che la gente vuole da chi li governa in modo chiaro e tangibile: hanno proposto limiti di durata per l’incarico politico e che le leggi in materia di indebitamento fossero applicate allo stesso modo ai ricchi e ai poveri. I livellatori avevano un approccio costruttivo e pratico. Il movimento venne poi sopito dal capo militare Oliver Cromwell e dai Grandies (le élite del loro tempo). Come tante altre startup politiche idealistiche, i Leveller fallirono. Secondo O’ Sullivan questo spirito dovrebbe tornare in auge per evitare che la democrazia raggiunga il suo picco e che la forma di governo dominante assuma tratti autoritari come in Russia o in Cina. “Ciò dovrebbe incoraggiare il numero crescente di nuovi partiti politici a essere mondani nel modo in cui affrontano il processo di riforma e cambiamento politico”, dice O’Sullivan. Per ora però si percepisce il rischio che i banchieri centrali, nel tutelare la stabilità economica, forniscano un alibi che rallenti questo cambiamento.

Alberto Brambilla

Alberto Brambilla

Nato a Milano il 27 settembre 1985, ha iniziato a scrivere vent'anni dopo durante gli studi di Scienze politiche. Smettere è impensabile. Una parentesi di libri, arte e politica locale con i primi post online. Poi, la passione per l'economia e gli intrecci - non sempre scontati - con la società, al limite della "freak economy". Prima di diventare praticante al Foglio nell'autunno 2012, dopo una collaborazione durata due anni, ha lavorato con Class Cnbc, Il Riformista, l'Istituto per gli Studi di Politica Internazionale (ISPI) e il settimanale d'inchiesta L'Espresso. Ha vinto il premio giornalistico State Street Institutional Press Awards 2013 come giornalista dell'anno nella categoria "giovani talenti" con un'inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena.

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